A Savona, in una delle stanze dell’Hotel Excelsior, c’è un ragazzo che piange. È sconvolto, con lo sguardo perso nel vuoto in cerca di risposte. A lui non sfugge mai nulla, eppure quel giorno mille “perché” vagano nei suoi pensieri. È abituato a dominare tutto: fatica, dolori, paure. Ma soprattutto le corse in bicicletta. Quell’anno sta dominando il Giro d’Italia, giunto al termine di una primavera trionfale culminata con i successi alla Milano-Sanremo, al Giro delle Fiandre e alla Liegi-Bastogne-Liegi.

 

Eddy Merckx non è ancora il Cannibale, lo diventerà di lì a poco. Quel giorno, il 2 giugno 1969, mentre gli italiani celebrano il 23esimo anniversario della nascita della Repubblica, un manipolo di cronisti d’assalto raccoglie un pianto drammatico. Eddy Merckx, la Maglia Rosa, l’altro nascente del ciclismo mondiale, viene trovato positivo ad un controllo antidoping. La sanzione è immediata: squalifica dal Giro e sospensione di un mese. Le analisi hanno rilevato la presenza della fencamcamina, uno stimolante contenuto nel Reactivan, farmaco prodotto dalla quasi omonima casa statunitense Merck.

 

La positività si riferisce alla tappa precedente, la Parma-Savona, vinta in volata da Roberto Ballini su Marino Basso. Una frazione di trasferimento, con Merckx già avviato alla vittoria finale dall’alto del minuto e quaranta secondi di vantaggio sull’eterno rivale Felice Gimondi. Il ragazzo non se ne capacita, continua a domandarsi il perché di quel verdetto bastardo, il perché di tanta sofferenza e umiliazione. Lui è il più forte. E lo dimostrerà.

 

Le lacrime di Eddy

 

Mentre Sergio Zavoli racconta magistralmente uno dei momenti più drammatici e misteriosi nella storia dello sport, dall’altra parte del mondo, a Capo Kennedy, sull’Isola di Merritt, in Florida, cresce l’attesa per la missione Apollo 11 che porterà i primi uomini sulla luna. L’euforia è alle stelle dopo il successo della missione Apollo 10, il cui equipaggio è entrato nella storia per essere stato il secondo, dopo l’Apollo 8, ad orbitare attorno all’asse lunare. Nei piani della NASA, l’Apollo 10 fungeva da collaudo del modulo lunare che avrebbe portato l’uomo sulla luna nel luglio seguente. L’attesa missione stava per risolvere a corsa allo spazio, iniziata sotto la presidenza Kennedy, in favore degli Stati Uniti rispetto all’Unione Sovietica. L’umanità è definitivamente pronta al giorno che cambierà per sempre la storia.

 

Dopo aver asciugato le lacrime e smaltito il dolore per la clamorosa positività al doping, oltre ad aver quasi provocato un incidente diplomatico tra Italia e Belgio, Merckx comincia ad allenarsi in vista del Tour de France. La squalifica di un mese (che inizialmente gli vietava di correre in Francia) viene ridotta dopo che l’inchiesta dell’UCI, portata avanti dal presidente Adriano Rodoni, aveva messo in luce la «buona fede dell’atleta». Merckx è pronto. A soddisfare la sua vendetta. A cambiare per sempre la storia. Come l’Apollo 11.

Il Tour del 1969 parte da Roubaix. Niente pietre e polvere, ma soltanto una cronometro di 10 chilometri e mezzo. La porta a casa il fortissimo pistard tedesco Rudi Altig, che conquista anche la prima Maglia Gialla. Nella terza tappa, la cronosquadre di Saint-Pierre del 29 giugno, il futuro Cannibale veste per la prima volta il simbolo del primato. Non è una vittoria qualsiasi, è qualcosa di più. Non è nemmeno una vendetta, troppo calda per servirla ai detrattori. È un atto dovuto, di ristabilita maestà. È una strenua difesa per mezzo dell’attacco, più furente e determinato che mai. È la nascita del mito, della leggenda, del Cannibale. Ora il mondo è davvero pronto a sbarrare gli occhi e vivere la storia.

 

La falcata del Cannibale

 

Nelle quattro tappe successive, Merckx concederà altrettante giornate di gloria alle meteore Julien Stevens e Desire Letort, prima di impossessarsi di nuovo dell’ambita Maglia Gialla. Il giorno della rinascita è il 4 luglio sul traguardo del Ballon d’Alsace. Tappa e maglia. Concorrenza sbaragliata. Ma è ancora troppo presto per gridare alla “vendetta compiuta” dopo lo smacco subito. Ai piedi del Tourmalet, nella diciassettesima tappa da Luchon a Mourenx, lo seguono ancora tutti i migliori. I francesi Roger Pingeon e Raymond Poulidor sono incollati alla sua ruota. Più staccato è Felice Gimondi, la sua nemesi per eccellenza. L’anti-Merckx, rispettoso, leale.

 

Merckx non ci sta, non vuole vincere bensì dettare legge. Parte in solitaria. Scala Tourmalet, Soulor e Aubisque. 140 chilometri di fuga. Dopo otto minuti giungono sul traguardo Pingeon e Poulidor. Gimondi è costretto al distacco monstre di quindici minuti. È l’apocalisse. È la nascita del Cannibale. Il giorno dopo, su “L’Equipe”, Jacques Goddet titola con un eloquente “Merckxissimo”. L’appellativo campeggia a caratteri cubitali in prima pagina. Di spalla c’è un titolo atteso da anni, forse secoli: “L’uomo è pronto a sbarcare sulla luna”. Il 16 luglio parte ufficialmente la missione Apollo 11. Quella che cambierà per sempre il mondo.

 

La missione allunaggio scatta con il decollo del vettore Saturn V dal centro spaziale intitolato a John F. Kennedy, sulla costa orientale della Florida. L’equipaggio è composto da tre uomini: Neil Armstrong, Edwin Eugene “Buzz” Aldrin e Michael Collins. Quest’ultimo dovrà rimanere in orbita lunare alla guida del modulo di comando chiamato “Columbia”. Ad Armstrong e Aldrin l’onore, e l’onere, di raggiungere la luna attraverso il modulo lunare “Eagle”. In un profondo clima di guerra fredda, negli USA l’attesa è fremente e l’evento viene interpretato come l’inizio di una nuova era. Un’era che non porrà più limiti.

 

Michael Collins nella sua postazione durante la missione Apollo 11

 

Al Tour de France, intanto, si sta lentamente consumando una carneficina. In ogni tappa, e su ogni terreno, il Cannibale domina, è affamato di prede, le azzanna, le divora in un sol boccone. Nonostante l’egemonia impressa alla sua prima partecipazione alla Grande Boucle, Merckx sembra patire una sofferenza profonda nell’animo. La ferita di Savona è ancora aperta, sanguina, lascia traccia in ogni dove. È una cicatrice che lacera l’orgoglio, che lo segna irrimediabilmente. Eddy ha sempre professato la propria innocenza, ne ha fatto una questione di principio. Era il più forte, lo è e lo sarebbe stato ancora per molto.

 

Il Cannibale morde anche l’ultima tappa del 20 luglio 1969, la cronometro di 37 chilometri da Créteil a Parigi. In classifica generale, ha inflitto quasi diciotto minuti al secondo classificato, Roger Pingeon; oltre ventidue a Raymond Poulidor. Quasi mezz’ora a Felice Gimondi. Il bottino con il quale Merckx chiude il suo primo Tour de France è un qualcosa mai visto sino a quel momento: sei tappe, Maglia Gialla, Verde, a Pois, primo nella classifica della Combinata, vincitore del Premio Combattività e vincitore della classifica a squadre con la sua (italianissima) Faema. Se fosse esistita la Maglia Bianca di miglior giovane sotto i 25 anni avrebbe vinto anche quella.

 

Vincere o morire: la vita secondo Merckx

 

Quando Merckx indossa la prima Maglia Gialla sugli Champs-Élysées, mancano poche ore all’atteso allunaggio. L’equipaggio è sulla superficie lunare già da 21 ore, 31 minuti e 40 secondi. Quando in Italia sono 4.56 del 21 luglio giunge il momento della storia: Neil Armstrong è il primo uomo a mettere piede sulla luna. «Ha toccato!», è il grido del giornalista RAI Tito Stagno, che rimbomba in ogni casa italiana. Quella notte la TV di Stato ha previsto una lunga diretta per celebrare l’evento. Al primo, storico, passo di Armstrong, seguiranno 2 ore, 31 minuti e 40 secondi di passeggiata lunare. Tutto il resto rimarrà scritto nei libri di storia.

 

Sulla terra, Eddy Merckx si lascia andare ad un ghigno di rabbia. Ha appena iniziato a scrivere la sua storia, che diventerà quella del ciclismo. Negli anni a venire porterà a casa tutto. Cinque Tour de France, cinque Giri d’Italia, tre mondiali, 19 classiche monumento. Vincerà 525 corse sulle 1800 disputate. Gli chiederanno cosa sia il ciclismo per lui. «Vincere», risponderà. Nel giorno in cui l’uomo ha scoperto un’altra parte dell’universo, il mondo terrestre ha conosciuto il primo essere venuto da un pianeta lontano.

 

Neil Armstrong è leggenda

 

Nel giorno dello sbarco sul Mare della Tranquillità, lo spazio ha dato una prova ancora più tangibile dell’esistenza di un ”extra terrestre”, dello sconosciuto, dell’inconscio, dell’infinito. Eddy Merckx come l’Apollo 11 è qualcosa di straordinario, di inimmaginabile, di oscuro. Come l’ombra di sè che lasciava agli avversari. Merckx come Armstrong, Neil Armstrong. Gli uomini che, a modo loro, hanno scritto la storia. Per entrambi, il primo capitolo è datato 20 luglio 1969. L’inizio di una nuova era.