Carrello vuoto
Ritratti
4 Marzo

Ariel Ortega ci ha fatto sognare

Un fenomeno umano, troppo umano.

L’insistente pioggia di novembre, frequente e violenta sulla capitale argentina, sta giocando come sempre a nascondino con il sole, pronto a incendiare l’emisfero subequatoriale qualche settimana dopo. Il nono giorno di quel mese del 2006, nel teatro palpitante del Monumental, il River Plate del Kaiser Passarella affoga il temibile Ciclón del Pocho Lavezzi minuto dopo minuto nella piscina di Nuñez. Il risultato acquisito lascia spazio alle rotazioni e, quando il controllo volante del subentrato numero 7 Millonario lascia turbinare a vuoto le gambe del povero Bottinelli, le sessantamila gole sugli spalti – a dispetto del punteggio – si annodano in un groppo di tensione.

La corsa diretta verso la porta con quel tipico tocco leggiadro di palla che solo i grandi conoscono, e nei pressi dell’area il gesto liberatorio: irriverente e maestoso, la sua vaselina, marchio di fabbrica. Una beffa immacolata come la traiettoria dell’arcobaleno che in quel momento sembra spezzare in due il cielo di Buenos Aires, diviso tra la paura di averlo perso e la gioia liberatoria di averlo ritrovato:

«Hacélo y me muero. Hacélo y me muero. La tiró por arribaaaa! Me voy! Me voy! Te quiero hasta el final de nuestras vidas! Te amo futbolisticamente! Siempre fuiste mio Ariel! Ese gol no merece mi grito. Merece el grito de tu gente Ariel!».

“Hacélo y me muero”.

Così, iperbolicamente, narrava davanti a un microfono acceso quel pomeriggio la voce emozionata di Costa Febre, per un attimo megafono di tutta la hinchada Millonaria. La lirica non celebra però un gol che, per quanto straordinario, rappresenta la ciliegina sulla torta di una partita dominata e abbondantemente avviata, con il 3 a 0 parziale, verso un felice epilogo; no, racconta una gioia primordiale di liberazione, la nuova epifania di un ragazzo che sembrava essersi perso dopo essere stato ricoverato per 35 giorni in un centro di recupero dalle dipendenze.

Genio e sregolatezza, talento e follia, respiro, pensiero e poi dribbling secco. Gioia e tanto dolore. Opposti che si attraggono, controsensi che collidono. Questo e molto altro è stato Ariel Arnaldo Ortega.

Ci sono molti modi per interpretare il calcio, ma solo uno in cui avrebbe potuto farlo Ortega. Questo racconta delle sue radici e dei suoi luoghi, a pochi chilometri dal confine boliviano, nel nord-ovest argentino, dove ogni momento della vita deve fare i conti con la realtà rurale della provincia jujuense. Così anche il calcio, giocato nei potreros, che mai come in questo caso segnano un legame indissolubile con il giocatore.

Con l’Argentina U21 alle Olimpiadi, nel 1996

Quel modo autodidatta di toccare il pallone, slegato da ogni dettame tattico e con l’obiettivo ultimo di divertirsi, è forse la vera essenza di uno dei talenti più cristallini di fine secolo argentino. Quella palestra fatta di sabbia e sassi allena la mente prima che il corpo a fronteggiare ogni imprevisto: la buca, il pallone a rimbalzi irregolari, un mantra che sul campo verde si traduce in velocità di esecuzione senza pari, adattabilità alle situazioni più disparate e quella endemica necessità di vivere per la gioia di giocare.

Ecco perché nel calcio di Ortega le gambetas, i dribbling fulminei, oltre ad essere funzionali al gioco della squadra provocano una gioia ancestrale: una vera e propria iniezione di estetica che dura un momento lungo quanto lo spostamento dell’aria provocato dall’intervento del difensore, che va inesorabilmente a vuoto.

Ortega è un predestinato da sempre, sin da quando nella sua Ledesma gli osservatori del River si recano in paese alla ricerca di talenti e quel ragazzino dall’andatura un po’ ingobbita e sgraziata, proprio come un Asinello, li strega in mezzo ad altri 500 bambini, non passando la palla ma dimostrando di condurla ovunque voglia e come nessun altro. Un biglietto di sola andata lo porta a vestire la Banda nella capitale: il suo apprendistato dura il tempo di un attimo, un paio di partite nelle giovanili, per poi essere subito aggregato alla prima squadra.

Insieme a El Principe, Enzo Francescoli

Qui incontra il suo padre putativo, Daniel Passarella, che da buon allenatore si rende conto di avere tra le mani un diamante grezzo attorno al quale gettare le basi della rinascita milionaria. La beffa del destino è che proprio lui, El Kaiser, fautore di una disciplina quasi militaresca, diventa il riferimento di quello che – tra i ragazzi della generazione mitica dei primi anni ’90 del River Plate – ha la peggiore attitudine al sacrificio e al rispetto delle regole. Eppure l’allenatore è letteralmente estasiato dalle giocate del Burrito, genuine quasi quanto il suo modo di stare al mondo, se è vero che proprio Passarella accompagna Ariel ad aprire il suo primo conto corrente per consentirgli di accumulare qualche risparmio.

Lui che nemmeno sapeva cosa fosse o meglio come funzionasse, un conto corrente.

Sotto la guida in campo di Enzo Francescoli riporta il River a dominare le competizioni nazionali, con la conquista di tre titoli Apertura consecutivi e poi, con il passaggio a Don Ramon Diaz, della seconda Copa Libertadores della storia millonaria, dopo la prima datata 1986. I colori della Banda saranno gli unici tatuati addosso alla pelle dura di Ortega, i soli che lo abbiano fatto sentire a casa e che, grazie all’empatia della gente, gli abbiano fatto sprigionare il suo incredibile talento.

La gioia fanciullesca di Ortega
La gioia fanciullesca del Burrito.

L’altro grande amore calcistico di Ortega è però la maglia albiceleste: qui eredita la 10 di Maradona, ed è tutto dire, in un ideale passaggio di consegne sotto il cielo torrido dei mondiali statunitensi. Un talento sbocciato in mondovisione nei campionati del mondo seguenti, quelli della sua consacrazione, quando in Francia le sue giocate trascinano la squadra allenata proprio dal suo mentore Passarella: un Mondiale iniziato in modo sfolgorante a suon di giocate funamboliche e decisive, che portano in dote alla nazionale 3 assist e 2 splendidi gol, segnati entrambi nel pomeriggio di tango allestito contro l’inerme Giamaica.

Poi gli ottavi, con la messa in onda dell’ennesimo capitolo della eterna resa dei conti tra Argentina e Inghilterra, ideale prosecuzione di una guerra mai terminata: i suoi 4 tunnel a centrocampisti come Scholes e Ince sono un’umiliazione quasi pari alla mano di Diego dell’86, magari più intima, ma ugualmente disarmante. Il felice epilogo sancito dai calci di rigore conduce quindi con il vento in poppa (e i favori del pronostico) la squadra del Kaiser a giocare i quarti contro l’Olanda del CT Advocaat, figlia della generazione plasmata da Van Gaal nei primi anni ‘90 con i Lancieri.

Qui, come in un brutto sogno, il genio di Ariel si scontra con il suo demone nel pomeriggio di Marsiglia. Una sconsiderata testata a Van der Saar gli vale il rosso diretto a pochi minuti dalla fine della partita, quanto basta a Dennis Bergkamp per inventare una prodezza balistica al limite del metafisico. Il resto è storia, triste storia, per l’albiceleste.

L’espulsione di Ortega contro l’Olanda (foto Mark Sandten/Bongarts/Getty Images)

Nonostante le critiche taglienti della stampa latina, il genio mostrato negli stadi transalpini porta il Valencia a ingaggiare il nuovo astro nascente del calcio mondiale. Sarà una parentesi, quella europea, fatta però più di bassi che di alti. Poche gioie e molte incomprensioni tattiche con il pragmatico Claudio Ranieri tra le fila levantine. Poi, qualche sprazzo di classe in maglia blu-cerchiata a Genova, legame obbligato con la capitale argentina: in particolare una vaselina, filo conduttore del calcio del Burrito, questa volta davvero surreale.

È un colpo vellutato di esterno, una traiettoria dolce e beffarda che la lesa maestà di Gianluca Pagliuca può solo seguire con un arrendevole gesto del collo, anch’esso attratto dall’impossibile appena verificatosi. Uno dei gol forse più affascinanti della storia della Serie A.

Era una di quelle giornate in cui Ortega era semplicemente imprendibile; un ricordo indelebile, seppur fugace, è lasciato per sempre nel massimo campionato italiano. Sembra davvero incredibile che quella Samp, allenata da un giovane Luciano Spalletti, equipaggiata della potenza di fuoco del bomber Montella e dal genio del nostro 10, sia retrocessa senza appello costringendo il Burrito a nuovi pellegrinaggi, in cerca di una Mecca dove professare il suo calcio.

Sampdoria 4-0 Inter: Ariel Ortega.

Il Parma dell’offensivo Malesani e il ricongiungimento con il suo fratello della Banda, Hernan Crespo, sembrano i presupposti migliori per rinverdire la sua gloria. Tuttavia, lontano da casa e dalla gioia del suo calcio, in un Occidente scintillante da fuori ma spaesante da dentro, Ariel inizia ad annegare il suo disagio nell’alcol: sarà questo un vizio e uno spettro che lo seguirà ovunque, di cui sarà impossibile liberarsi.

Dopo il fallimento ducale, ritorna sui suoi passi e soprattutto ritorna a casa (non tutti, d’altronde, sono fatti per la gloria “nel calcio che conta”). Tra le mura amiche del Monumental Ortega ritrova giocate e prestazioni, riportando a Nuñez il titolo nazionale e ottenendo nuovamente la chiamata della Seleción, dove un visionario di nome Marcelo Bielsa sta costruendo la sua macchina perfetta: la nazionale perdente più forte di sempre.

Nel credo calcistico del Loco, quel suo dogma irriverente fondato solo sui numeri primi del 3-3-1-3, l’unico spazio destinato alla singolarità è ritagliato per le doti del Burrito, che incanta e guida le trame offensive di una nazionale travolgente.

Nel biennio di preparazione al mondiale nippo-coreano, l’Argentina di Bielsa spazza via ogni avversario e si presenta in terra d’oriente con i gradi di favorita. Non si è ancora capito ancora bene cosa abbia fatto fallire così incredibilmente quella spedizione (l’albiceleste esce ai gironi), in un disastro sportivo che tutt’oggi viene ricordato dai protagonisti, in modo pressoché unanime, come la più grande delusione delle loro carriere. Ma per Ortega è ancora tempo di Europa, e il richiamo delle ricche casse del Fenerbache convince il 10 argentino a prendere la decisione peggiore della propria carriera.

Francia 98. L’esultanza di Ortega con Batistuta (foto MandatoryCredit: Mark Thompson /Allsport)

Saranno pochi mesi di totale spaesamento: Ortega è ontologicamente completamente estraneo alla cultura turca, al modo di vivere e di mangiare. Alla prima occasione buona, dopo una partita della sua nazionale in Olanda, prende l’aereo che porta a Buenos Aires invece che a Istanbul, mettendo di fatto una pietra tombale sulla propria carriera a soli 29 anni. Una multa salatissima, una squalifica di oltre un anno, i debiti che lo sommergono; ma la discesa agli inferi è appena iniziata per il ragazzo di Ledesma.

Ariel spera con la fuga di scacciare le proprie inquietudini, ma senza il calcio come valido alleato il Burrito ricade nelle solite tentazioni: la dipendenza da alcolici riesplode in tutta la sua tragicità.

Alla base un grande equivoco, e l’errore di chi forse non ha mai saputo davvero riconoscere la depressione come causa scatenante delle proprie azioni: l’alcol così diventava un’illusione di antidoto per il male da cui era afflitto, come capitato a suo padre prima di lui – si dice d’altronde che i figli di bevitori cronici abbiano molte più probabilità di cascarci anch’essi. Per Ariel Ortega inizia dunque una lunga agonia trascorsa dentro e fuori dai centri di recupero, anche quando prima il Newell’s poi ancora il River lo avevano riportato nell’unico posto dove poteva stare: sul campo.

Con il viso segnato ben oltre l’età biologica, Ortega è oggetto misterioso, talismano capace di giocate splendide e malinconiche, come una Milonga sussurrata in una notte bonarense, quando la pioggia torrenziale lascia il posto al vento dell’oceano. Tante piccole istantanee che compongono il quadro straziante di un talento inarrivabile del calcio latino, straripante nella sua superiorità tecnica, tremendamente umano nelle sue debolezze. Argentino come le storie di sassi, di polvere e palloni di pezza, con il calcio come gioia dell’anima.

Promozioni

Con almeno due libri acquistati, un manifesto in omaggio

Spedizione gratuita per ordini superiori a 50€

Ti potrebbe interessare

Ritratti
Nazzareno Consalvi
20 Aprile 2022

Il mito del Magico Gonzalez

Sulle tracce di una leggenda di popolo.
Tifo
Lorenzo Serafinelli
17 Aprile 2022

La guerra intestina del River Plate

La dirigenza (e le autorità) contro i tifosi.
Cultura
Diego Mariottini
2 Aprile 2022

Entrenamos en suelo argentino!

Lo sport argentino nel conflitto delle Malvinas.
Estero
Diego Mariottini
9 Marzo 2022

Juan Sebastian Veron, il pallone nel destino

Dal campo alla scrivania al campo.
Estero
Vito Alberto Amendolara
6 Settembre 2021

Una follia studiata a tavolino

La sospensione di Brasile-Argentina non è puro teatro.
Papelitos
Gianluca Palamidessi
19 Maggio 2021

La lezione del calcio sudamericano

E la brutta figura del nostro calcio.
Tennis
Alessandro Imperiali
2 Marzo 2021

La radio come antidoto al coronafootball

Le radiocronache sono tornate di moda.
Ritratti
Mattia Di Lorenzo
25 Gennaio 2021

Le due facce di Daniel Passarella

Chi meglio di Luciano Wernicke per mostrarle?
Ritratti
Remo Gandolfi
21 Dicembre 2020

Matias Almeyda, non mollare mai

Compie 47 anni un uomo capace di lasciare il segno.
Ritratti
Vito Alberto Amendolara
9 Novembre 2020

Marcelo Salas, l’autentico Matador

L'attaccante più forte della storia cilena.
Calcio
Vito Alberto Amendolara
3 Novembre 2020

Il circo del Payaso

Compie 41 anni uno degli argentini più amati.
Storie
Massimiliano Vino
10 Settembre 2020

Argentina ’78 segnata dalla loggia P2

Quando la massoneria scese letteralmente in campo.
Ritratti
Vito Alberto Amendolara
27 Luglio 2020

Quel portiere volante di José Luís Chilavert

Infrangere le regole del calcio e diventare un'icona mondiale.
Calcio
Giacomo Proia
7 Giugno 2020

Papa Francesco non poteva che tifare San Lorenzo

L'azzurro e il rosso, la Vergine Maria Ausiliatrice, il calcio e il cattolicesimo.
Calcio
Diego Mariottini
27 Aprile 2020

L’Argentina è una Repubblica fondata sullo Sport

Quando lo sport diventa mito fondativo dell'identità nazionale.
Calcio
Remo Gandolfi
26 Aprile 2020

Andare in guerra con Marcelo Gallardo

Il Muñeco è figlio della più pura tradizione River Plate.
Storie
Sergio Taccone
6 Aprile 2020

Osvaldo Soriano racconta il San Lorenzo

La vittoria di un campionato raccontata dal tifoso più nobile.
Ritratti
Luigi Fattore
16 Marzo 2020

Claudio Caniggia, l’antieroe

Uno dei calciatori più sottovalutati della storia, che ha pagato a caro prezzo un gol di troppo.
Papelitos
Vito Alberto Amendolara
8 Marzo 2020

La maledizione di Zielinski

Tevez urla, Maradona ride, Román osserva: il Boca torna campione, nella notte dei campioni.
Calcio
Alberto Maresca
17 Dicembre 2019

La retrocessione del Cruzeiro non è solo un dramma sportivo

Per la prima volta nella sua storia, A Raposa è finita nei bassifondi della classifica brasiliana.
Papelitos
Vito Alberto Amendolara
24 Novembre 2019

Gabigol ha scritto la storia

L'ex bidone dell'Inter ci ha ricordato qual è lo sport più bello del mondo.
Calcio
Vito Alberto Amendolara
24 Ottobre 2019

Di Maria, ultimo tango a Parigi

La corsa contro il tempo di Ángel Di Maria.
Calcio
Alberto Maresca
9 Ottobre 2019

La lunga crisi del talento argentino

Le ragioni di un tracollo socio-culturale.
Calcio
Vito Alberto Amendolara
18 Luglio 2019

De Rossi al Boca è il finale perfetto

L'utopia si sta concretizzando: Daniele De Rossi, nel segno della tradizione, ha scelto il Boca Juniors.
Papelitos
Vito Alberto Amendolara
3 Luglio 2019

Come mangiarsi l’Asado

Semifinale senza storia. Brasile superiore, Argentina in crisi d'identità.
Papelitos
Vito Alberto Amendolara
27 Giugno 2019

Buttare un occhio sulla Copa America

La vera Copa inizia adesso.
Papelitos
Alberto Maresca
15 Giugno 2019

La crisi del Cile

La nazionale come specchio delle difficoltà del paese.
Papelitos
Vito Alberto Amendolara
14 Giugno 2019

Morire per l’Uruguay

In difesa del sacro valore della Garra Charrúa.
Calcio
Alberto Maresca
8 Giugno 2019

Rosario. Del calcio figlia, del sangue madre

Vivere il calcio a Rosario, capitale del pallone, appesa al filo dell'abisso.
Papelitos
Vito Alberto Amendolara
11 Dicembre 2018

River Plate, El más grande

Il nostro reportage sulla Gran Final del Bernabéu.
Calcio
Simone Galeotti
8 Dicembre 2018

El Bocha

Storia di Ricardo Bochini, leggenda del calcio argentino.
Papelitos
Vito Alberto Amendolara
26 Novembre 2018

Vergogna finale

La festa è finita.
Ritratti
Vito Alberto Amendolara
23 Novembre 2018

Fernando Redondo

Storia di un principe.
Papelitos
Vito Alberto Amendolara
12 Novembre 2018

Pareggio Monumental

Finisce 2-2 la prima delle due partite del secolo.
Calcio
Alberto Maresca
8 Novembre 2018

Narcofùtbol

Il realismo magico colombiano tra storia e mito.
Storie
Remo Gandolfi
5 Novembre 2018

Mirko Saric

Pare proprio che nessuno riesca a capire. Sto male. Sto male come un cane ma nessuno pare darci peso. Tutti a minimizzare o addirittura a scherzarci sopra.   “Hai 20 anni figliolo ! Giochi a calcio in una delle più grandi squadre del Paese ! ma di cosa ti lamenti ???”. Oppure “hai più soldi […]
Papelitos
Vito Alberto Amendolara
1 Novembre 2018

È Superclasico in finale!

Il sogno diventa realtà, sarà il primo Superclasico di sempre in finale di Libertadores.
Papelitos
Vito Alberto Amendolara
26 Ottobre 2018

Gremio corsaro, Boca da sogno

Cosa ci hanno detto le due semifinali di andata della Copa Libertadores.
Storie
Vito Alberto Amendolara
12 Ottobre 2018

Medellín y Medellín

Breve storia della Medellín calcistica. Tra sangue versato e vittorie trionfali.
Ritratti
Simone Galeotti
1 Ottobre 2018

Enzo Francescoli

El Principe di Montevideo.
Ritratti
Marco Metelli
28 Settembre 2018

Hernán Crespo

Innamorarsi a Parma.
Storie
Domenico Rocca
7 Marzo 2018

Guerra del futbol

Come (e perché) il calcio ha dato il via ad una guerra.
Calcio
Jacopo Falanga
13 Ottobre 2017

Paradosso argentino

Debiti, lotte intestine e contraddizioni scuotono la federazione sudamericana.
Papelitos
Gianluca Palamidessi
6 Ottobre 2017

L’eterno ritorno

Argentina e Perù, di fronte ancora una volta.
Storie
Simone Galeotti
28 Settembre 2017

Boca de mi vida

Origini e storia del club più affascinante al mondo.
Calcio
Luigi Fattore
6 Luglio 2017

Alle origini del carisma

Italia '90 non è stato il miglior mondiale di Maradona, ma è stato il Mondiale migliore per comprenderne l'essenza.
Calcio
Luca Giorgi
7 Giugno 2017

Non è un paese per Messi

Fare dell'altrui croce la propria.