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7 Aprile

Arrigo Sacchi contro Simeone (e Guardiola)

Federico Brasile

62 articoli
Attacco al calcio preistorico, capitolo 130.

In un’intervista rilasciata ad Andrea Schianchi sulla Gazzetta dello Sport di oggi, il profeta di Fusignano (in pensione) Arrigo Sacchi è tornato all’attacco: del calcio “vecchio di 60 anni” di Simeone, ma in parte anche del suo pupillo Guardiola: «Per andare avanti, per progredire, per migliorare, bisogna avere l’umiltà di studiare, di applicarsi, di imparare. Molto più semplice disegnare un muro davanti alla propria porta e non preoccuparsi della fase offensiva. Per fare bene quella servono idee, serve organizzazione, serve disponibilità» (come se la tattica di Simeone o di altri “difensivisti” si limitasse a questo, e non presupponesse studio e umiltà).

E ancora: «Diciamo la verità: questo modo di giocare stanca il pubblico. Gli spettatori chiedono bellezza, chiedono emozioni. Quale emozione ci può essere in un rinvio di cinquanta metri?» (anche qui dipende quale pubblico: magari quello Colchonero, che ha vinto titoli nazionali e internazionali giocando così, non sarebbe d’accordo). «L’Atletico ha elementi di qualità ma anziché comprare i giocatori, e spendere tanti soldi, avrebbe dovuto acquistare il gioco».

Qui però perdonateci un attimo, che ci sorge una timida domanda. Sacchi, il quale fa un riferimento (assai populista) ai tanti soldi spesi, si ricorda che lui al Milan fu in grado di sviluppare quel celebre ‘gioco’ perché Berlusconi aveva comprato i migliori calciatori a disposizione? E soprattutto è consapevole che negli ultimi sei anni, da quando Pep ha assunto la guida dei citizens (2016), il City ha investito sul mercato 1 miliardo e 83 milioni, con entrate pari a 411 milioni (dati Transfermarkt), per un passivo che recita -672 mln di euro (molto ma molto di più dell’Atletico)? No perché secondo questa logica sembri che “il gioco” si sviluppi gratuitamente, senza bisogno di acquistare – e a peso d’oro – gli interpreti.

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Infine Sacchi ha lanciato la bordata definitiva al Cholo: «È un catenaccio anni ’60. Un’idea vecchia. Ma che calcio è mai questo? Non dà gioia neanche quando vinci. Non si raggiunge mai il successo con merito, ma sempre con furbizia. E questo a me non piace. Strano che gli spagnoli, gente abituata alla bellezza del calcio, accettino questa impostazione» E ancora:.

«Simeone, che ha valori morali importanti ed è un leader nato, dovrebbe fare di più. Innanzitutto credere di più in se stesso. Solo chi crede in se stesso, senza diventare presuntuoso, può migliorarsi».

Arrigo Sacchi

A parte la chiusura dal linguaggio para-aziendale, mezzo berlusconiano e mezzo motivazionale americano delle conferenze sulla felicità, non si capisce bene per quale motivo il calcio di Simeone non dovrebbe dare gioia quando si vince, né perché le sue vittorie non maturino con merito ma solo con furbizia. Eppure Arrigo è un fiume in piena, e non risparmia qualche critica anche a Pep, individuandone “un limite”:

«L’Atletico non ha fatto un tiro in porta, è vero, ma non è che il City abbia abbondato. A parte le rete di De Bruyne, bellissima per preparazione ed esecuzione, non ricordo tante occasioni (…) Il City aveva il dovere di fare qualcosa di più. Movimenti senza palla, ritmo alto, attacchi degli spazi, smarcamenti al momento giusto. Invece tutto questo non si è visto. Un po’ è stato bravo l’Atletico a chiudere tutti i buchi e un po’ ha sbagliato il City. Guardiola ha alcuni giocatori, e penso a Sterling, a Mahrez, a Bernardo Silva, che prima gli spazi li attaccavano dieci o quindici volte a partita, adesso al massimo tre o quattro». Quindi il consiglio spassionato, quasi paterno:

«Gliel’ho detto a Pep: “Se la tua squadra gioca a ritmi alti, va in profondità, e si smarca con i tempi giusti, è imbattibile. Altrimenti…”».

Una lettura globalmente semplicistica quella di Sacchi: come se Guardiola certe cose non le sapesse e così Simeone, che aveva preso le dovute contromisure, e non si era limitato a mettere sbrigativamente 10 giocatori dietro la linea del pallone (sembrerà strano ma anche il catenaccio ha bisogno di essere allenato e studiato).

Il problema è che, mentre nel mondo letterario/filosofico/artistico labile è il confine tra genio e follia, nel mondo del calcio sottile è il confine tra genio e dogmatismo. Arrigo Sacchi per molti è stato un genio, innanzitutto per se stesso, e ha molti elementi dalla sua parte. Eppure con queste ed altre dichiarazioni da disco rotto, sempre ottusamente uguali ed autoreferenziali da almeno dieci anni, dà prova a coloro che lo reputano un settario e un dottrinario che qualche ragione, in fondo in fondo, ce la potrebbero anche avere.

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