I guardiani della “cultura alta”, iperuranio distante anni luce dai bassi istinti e dalle passioni grette che animano la plebe, non lo ammetteranno mai, eppure il pallone rappresenta uno dei soggetti prediletti dagli artisti del Novecento italiano. Infatti passando in rassegna tele, sculture, pellicole e fotografie, il calcio non può che essere collocato idealmente tra più temi più veraci dell’arte dell’ultimo secolo, insieme all’eros, la guerra, il progresso tecnologico e la disperazione dell’uomo moderno. Una sensibilità che non rappresenta un’esclusiva dei nostri conterranei, anzi vanta prestigiosi esempi oltre confine, e smentisce la tesi quantomeno riduttiva, che vede nei 90′ una semplice distrazione per le masse.

 

 

Ai primi del 900’, in Italia il football rappresenta uno dei passatempi più esotici e modernisti, un’innovativa importazione che ovviamente accende la miccia della creatività futurista. Il rapporto tra calcio e arte sulla Penisola è battezzato dalla dinamica scomposizione del footballer di Boccioni, una delle opere del primo corso del Futurismo, deflagrazione avanguardista ed ultra-sperimentale. Questo esordio nostrano arriva quasi vent’anni in ritardo rispetto all’inglese Sunderland vs Aston Villa. A Corner Kick di Hemy, primo dipinto raffigurante una partita ufficiale, ma soprattutto testimonianza del superamento del simbolismo caro ai Preraffaeliti da parte dei soggetti del gusto borghese. La seconda rivoluzione industriale si è ormai imposta definitamente ed i suoi effetti si ripercuoteranno sull’economia, i rapporti sociali e perfino l’arte.

 

 

“Dinamismo di un footballer” di Umberto Boccioni (olio su tela, 1913)

 

 

Rimanendo Oltremanica, nel 1930 Any Wintry Afternoon in England ne offre una rappresentazione fortemente critica, in cui una partita di pallone si svolge sotto al grigiore di un cielo offuscato dalle esalazioni delle industrie e delle locomotive. Nel nostro Paese, tradite le speranze riposte da FTM nella guerra-igiene, di cui il calcio rappresenta una vivida metafora, anche la seconda generazione di Futuristi celebra questo fenomeno sociale ormai entrato nel costume degli Italiani, come testimoniano negli anni Venti i disegni di Depero e Thayaht. Quando il Regno d’Italia riemerge dal fango delle trincee, è il Fascismo a sfruttare la narrazione sportiva come collante dell’identità nazionale, insieme agli antichi fasti di Roma, il Risorgimento e Vittorio Veneto.

 

Nello sport il MinCulPop dedica crescente interesse alla trinità calcio-pugilato-ciclismo, raccontando i successi degli atleti nostrani, insigniti delle virtù degli eroi moderni. Così, dopo il secondo successo degli Azzurri in Coppa Rimet, Aurelio Quaglino scolpisce un calciatore in bronzo dal portamento erculeo, contestualizzando il classicismo delle statue greche e romane nel gusto del regime.

 

A proposito di totalitarismi, il calcio è completamente ignorato dai canoni dell’arte nazista, mentre è protagonista della propaganda della rivoluzione sovietica. Nel contesto dell’ascesa di Stalin al potere, il calciatore è celebrato come foriero dei valori del leninismo, che avrebbe condotto il Cremlino e tutto il popolo verso nuove mete spirituali.

 

 

Tornando al nostro Paese, tra gli Anni Trenta e la fine del secondo conflitto mondiale il tema del pallone è sovente reinterpretato in prospettiva cubista, futurista e realista; questo sincretismo di stili ed influenze è incarnato da Carlo Carrà, fervido genio ed appassionato calciofilo. Invece nel 1946 la neonata Repubblica sogna di fare 13 sulla schedina del Totocalcio, gioco che entrerà nella tradizione popolare fino alla fine del secolo, prontamente celebrato da Ottorino Mancioli tramite tempera e china. L’Italia degli Anni Sessanta è rappresentata dall’attento occhio neorealista, che nel campo delle arti spazia dal pennello alla cinepresa. Nella pittura, il massimo esponente di tale corrente è Renato Guttuso che dipinge “I tre calciatori”, ormai assoluti protagonisti delle domeniche degli Italiani, scandite dalle gracchianti voci della fortunatissima trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto”.

 

 

Nel frattempo Aligi Sassu, pittore e scultore meneghino di sangue sardo, omaggia il cannoniere che cucirà l’unico scudetto sulla maglia della sua città adottiva, Cagliari. Il sentimento campanilistico ha caratterizzato anche i calciatori raffigurati da due dei massimi artisti del ‘900, ovvero Dalì e Picasso. Agli albori della carriera, il genio surrealista ritrae un amico con indosso la maglia della selezione catalana di futbòl, invece il padre del Cubismo dipinge un giocatore in divisa viola, colore sociale del club della natia Malaga.

 

 

Luigi Meroni con un autoritratto in maglia granata nella sua mansarda torinese.

 

 

I Sessanta sono anche gli anni della “beat generation”, dei giovani che si lanciano alla conquista del futuro, volenterosi di affrancarsi dagli stringenti legacci imposti loro dalla “società degli adulti”. Sui campi da gioco, incarnazione di questo spirito è Gigi Meroni, farfalla granata prematuramente strappata alla vita. Oltre ai precoci capolavori sul rettangolo verde, tra i diversi dipinti realizzati nel suo studio-appartamento, il 7 ci lascia due hombres assopiti sulla soglia di un saloon, probabilmente affascinato dai primi ed impareggiabili Spaghetti Western. Alla fine del decennio la moviola si impadronisce dei dibattiti post-partita e le serigrafie di Corrado Cagli riproducono su carta i fotogrammi delle azioni incriminate, inesauribili fonti di polemiche e recriminazioni perfino (e ahinoi maggiormente) negli odierni tempi di VAR.

 

Quando la deflagrazione della Pop Art raggiunge il nostro Paese , palloni e calciatori sono le stelle del firmamento dell’immaginario collettivo, tanto quanto attori e cantanti. Tra stelle di Hollywood e prodotti di massa, Andy Warhol celebra Pelè, primo fuoriclasse che sembra in grado di prescindere dal resto della squadra. Questa concezione individualistica prenderà sempre più piede nella società, e quindi nello sport, finendo nell’originare il cesarismo degli atleti odierni, perfette icone della società dell’immagine.

 

Gli anni 80 vedono il principio del processo di mercificazione del calcio, ormai prodotto di punta dell’offerta propugnata dai mass media. A riscoprire l’anima più autentica ed ancestrale del pallone ci aiutano le fotografie di Guido Guidi, Toni Thorimbert e Letizia Battaglia, che ritraggono nelle periferie urbane il legame tra la sfera ed i bambini, estremi depositari dell’essenza di questo sport. Allo scoccare dell’ultimo decennio del XX secolo, i pastelli di Ettore Fico esaltano i colori della Curva Maratona del Comunale di Torino, celebrazione dell’apice della parabola tracciata degli ultras, ormai ospiti sgraditi del carrozzone calcistico.

 

 

Attualmente, la denuncia dei conflitti come la guerra nella ex Jugoslavia, l’integrazione delle minoranze e la salvaguardia dell’ambiente rappresentano alcuni dei temi più significativi indagati attraverso il connubio tra calcio ed arte; un rapporto che continua a procedere lungo un cammino ormai secolare, di cui abbiano trattato alcuni dei passi salienti, nel contesto italiano ed internazionale. Allora auguriamoci che il lettore si senta meno solo ed incompreso, quando in futuro sarà di nuovo canzonato mentre segue l’ennesima partita, sentendosi ripetere che si tratta solo di undici uomini in mutande che inseguono una palla. Nella sua “Estetica” Hegel definisce l’arte come domenica della vita, e che cosa si gioca(va) proprio in quel giorno?

 


In copertina “Bambina con il pallone” di Letizia Battaglia (Palermo, 1980)