Ritratti
01 Aprile 2022

Ashleigh Barty, elogio delle radici

La persona prima dell'atleta, la vita prima del tennis.

La storia dello sport si è spesso immortalata nelle urla dei suoi protagonisti: urla di gioia, di rabbia, di delusione; di frustrazione, liberazione o di orgoglio. Quando Ashleigh Barty, la tennista australiana che ha riportato nella terra dei canguri il trofeo di casa, ha vinto gli Australian Open lo scorso gennaio, ha gridato. Lei, tennista solitamente così composta e sobria, persona rasserenante nella sua normalità, ha conquistato il quindici più importante della sua carriera, e ha urlato. Come la più primitiva delle forme di comunicazione, un grido ancestrale ha preceduto i saluti all’avversaria e la commozione, l’abbraccio con la compagna e amica di doppio Casey Dellacqua e i ringraziamenti, la gioia e la gloria. Un gesto inaspettato e inspiegabile, a posteriori, per la stessa Barty ma che forse è stato il preludio di ciò che ha annunciato poche ore fa: l’addio al tennis


VITA – ALLE ORIGINI DI ASHLEIGH BARTY


La sobria normalità di Ashleigh Barty ha verosimilmente origine dalla sua famiglia e dal suo retroterra. Barty è originaria di Springfield, una cittadina a misura di famiglie e bambini a sud-ovest di Brisbane. Il padre Robert è un impiegato del governo e un campione amatoriale di golf; la madre Josie, figlia di immigrati inglesi, è una radiologa. Ash è la figlia minore, prima di lei sono nate Sara e Ali, sorelle alle quali la tennista è molto legata e con le quali, tra l’altro, sperimenta le prime esperienze sportive, mancando di condividerne però le preferenze – le sorelle praticano netball, Ash non ne vuole sapere perché pensa sia “a girly” sport. La prima alternativa, allora, nasce da un colpo di fulmine con l’attrezzo più che con il gioco, ed è l’hockey.

All’età di quattro anni circa Ashleigh vede un gruppo di bambini allenarsi e sembra non avere dubbi quando le viene chiesto perché proprio l’hockey: anche lei vuole avere a disposizione i bastoni!

Nel frattempo, però, alle mazze e ai pattini Barty sostituisce una vecchia racchetta da squash scovata a casa e presto compagna di lunghi e artigianali allenamenti quotidiani contro il malcapitato garage. Da allora la racchetta inizia ad essere elemento irrinunciabile della sua vita: per lei ma anche per le sorelle che, causa di forza maggiore, si adattano a misurarsi con questo sport assecondando il crescente talento della sorellina. E nonostante la piccola Ash sia ancora troppo piccola quando viene presentata al junior coach Jim Joyce (il quale esclude preventivamente di allenarla), nel momento in cui quest’ultimo accetta di lanciare una pallina alla bambina di nemmeno cinque anni che lo osserva e lo ascolta ammaliata, la risposta è immediatamente sicura, sorprendentemente coordinata. 

Alle origini del ritratto sportivo si unisce la Barty bambina descritta dalle sorelle: una fiera tomboy con idee ben definite e risolutezza esemplare. Decisamente poco incline ad assecondare la volontà materna che l’avrebbe voluta di gonnella o vestitini agghindata, lei risponde con pantaloncini da surf, t-shirt e cappellino all’indietro. Ma ciò che più la definisce, nel racconto delle persone che più la conoscono, è la tenacia nel rimanere aggrappata alla normalità da cui il tennis prova ad allontanarla fin da quando è giovanissima. Barty rimane la persona oltre i successi: quella che resta semplice, continua a mettere gli altri prima di se stessa e riesce ad andare oltre le semplici ambizioni personali (a maggior ragione nello sport individuale per eccellenza).

«Per lei sarebbe molto facile dal punto di vista tennistico, poiché è uno sport così individuale, dire: Ho vinto gli Australian Open, ho vinto Wimbledon – ma lei non lo fa».

Robert Barty

«In lei la persona è molto meglio della tennista».

Barty’s coach Craig Tyzzer

Ashleigh Barty
Una giovane Ashleigh Barty, nel lontano 2013, alle prese con una delle specialità della casa: lo slice di rovescio

LE RADICI ABORIGENE


Dentro la storia di Ashleigh Barty c’è anche quella dei nativi dell’Australia, le popolazioni aborigene che per prime hanno abitato un luogo diventato negli anni di drammatica conquista. Qui subirono l’arrivo degli inglesi che, dopo averla definita “terra nullius” (terra di nessuno), si affrettarono a fondare colonie penali in cui deportare condannati inglesi e irlandesi. Da conquistati invisibili gli Aborigeni furono sottomessi o peggio sterminati, vittime di violenze che non hanno risparmiato i bambini e che anzi sono culminate in quella che lo stesso governo australiano ha chiamato, porgendo delle scuse tardive in anni recenti, la Stolen Generation. E della loro stessa terra diventarono minoranza nascosta e solo parzialmente integrata, che oggi è rappresentata dal solo 2% dell’intera popolazione. 

La bisnonna paterna di Barty apparteneva alla tribù dei Ngarigo, popolo aborigeno proveniente dallo stato del Victoria e il New South Wales. E Ash e le sue sorelle si addentrano alla scoperta dei loro antenati da bambine, appropriandosi gradualmente di un antico patrimonio culturale di cui la tennista va molto fiera. 

«Le mie origini sono davvero importanti per me. […] D’altronde ho sempre avuto quella carnagione olivastra e il naso schiacciato, e penso che sia importante fare del mio meglio per essere un buon modello».

Ashleigh Barty

Così per Barty è stato molto significativo diventare National Indigenous Tennis Ambassador nel 2018, avendo come obiettivo quello di rappresentare un modello per tanti bambini aborigeni, e di poterli magari avvicinare allo sport e integrare in una terra che non li ha certo fatti sentire accolti: «Penso che ci siano più opportunità, c’è più pubblicità, le persone sono effettivamente consapevoli che esiste un percorso per i giovani indigeni, non solo nel tennis ma in tutti gli sport. Ma il tennis sta diventando uno sport nazionale per i giovani indigeni. Se potessi dare un piccolo contributo in questo, sarebbe fantastico».


LE 4 FONDAMENTA TENNISTICHE


L’essenza costitutiva di Ashleigh Barty giocatrice nasce da fondamenta umane prima che tennistiche: criteri precisi (ed essenziali) stabiliti dal suo allenatore Jim e condivisi con la famiglia. Per crescere serve innanzitutto: 1) essere una bella persona; 2) la capacità di divertirsi; 3) l’importanza di essere rispettata e rispettare gli altri e, come eventuale bonus finale, 4) saper giocare a tennis. Il fatto che Joyce, primo allenatore di Barty, riconosca immediatamente le sue doti non gli impedisce di lavorare, contemporaneamente, sulle sue possibili debolezze sportive e sulla costruzione della persona oltre all’atleta. 

Ecco quindi che per sopperire ad una struttura fisica che non l’avrebbe inserita tra le “alte”, la prima guida tennistica di Ash inizierà a costruire le basi per un gioco vario, creativo e imprevedibile, puntando anche a svilupparne l’innata intelligenza tattica. E mentre la sagoma dei colpi che verranno inizia ad emergere, Joyce si occupa di plasmare l’attitudine dell’allieva nei confronti della vittoria e della sconfitta. Come quando decise di metterla alla prova, all’età di soli sei anni, in un torneo in cui la bambina stava trionfando con troppa facilità. Organizzò quindi uno scontro impari contro un avversario più grande di lei, solo per osservarne la reazione di fronte all’inevitabile sconfitta. Barty uscì dal campo sorridendo a testa alta e Joyce non ebbe dubbi: il test era stato superato!


VITTORIE E LACRIME


Il primo, enorme successo sportivo Ash Barty lo ottiene a 15 anni. L’anno prima Barty era volata in Europa, passaggio obbligata per ogni tennista che sogna in grande, che però insieme ai successi le porta nostalgia e lacrime. Aerei, hotel e rettangolo di gioco: nella vita del tennista d’altronde le radici familiari vengono dimenticate fino quasi ad inaridire, e Barty non è esente dalla severa prassi. Mentre vince, piange. E nonostante pianga, continua a giocare e vincere. Fino alla consacrazione al torneo junior di Wimbledon, nel 2011. 

Barty commenta la vittoria con sobrietà, forse anche con genuina ingenuità, mentre il mondo sportivo, specie quello australiano, si prepara ad accoglierla con il suo carico di elogi e aspettative, pressioni e responsabilità. La misura della nuova dimensione è visibile nell’accoglienza all’aeroporto il giorno del suo rientro. Barty vorrebbe solo ricongiungersi finalmente ai genitori e alle sorelle, l’Australia invece intende celebrarla.

E quello che doveva essere un affettuoso abbraccio, si rivela ben presto così potente da stritolarla.

Dopo Wimbledon non c’è tempo per fermarsi, per i festeggiamenti e tantomeno al riposo. Ash non si tira indietro, anzi si butta nella nuova vita da professionista che la porterà a trasferirsi a Melbourne: sedici anni, un appartamento in South Yarra, il tennis come priorità ma anche una quotidianità da adulta che comprende compiti come il bucato e un ricettario scritto dalla mamma con le istruzioni per i suoi piatti preferiti. Sedici anni e un grande talento, troppo grande per chi si impegna con caparbietà nel tennis ma vorrebbe soltanto tornare a casa dalla famiglia. Fino alla decisione inevitabile: Ashleigh Barty decide di allontanarsi il tennis.    


LA DEPRESSIONE


Prima che le Olimpiadi di Tokyo diventassero un palcoscenico prestigioso in cui far irrompere il tema della salute mentale, prima che la ginnasta Simone Biles fallisse il suo volteggio d’esordio e rinunciasse quasi completamente all’appuntamento sportivo più importante per un atleta, prima che in molti iniziassero a parlare di mental coach (vedi le ripetute dichiarazioni di Marcel Jacobs sull’importanza della sua allenatrice mentale) e di aiuto psicologico, ancora prima che Naomi Osaka mostrasse il volto più triste e fragile dell’atleta svuotata dalla gioia di praticare il proprio sport, Ashleigh Barty ha affrontato la propria battaglia contro la depressione.

L’ha fatto quasi in silenzio, ma non certo in segreto. Lontana dalle luci che avevano illuminato fino ad abbagliare il suo talento, Barty ha chiesto aiuto e ha affrontato un malessere totalizzante. Accanto a lei la famiglia, il supporto incondizionato alla scelta di lasciare il tennis e la ripristinata quotidianità leggera di chi smette di vivere soltanto per il proprio sport e inizia più semplicemente a vivere. Il padre Robert, in particolare, riconosce nella figlia le sue stesse difficoltà e confessa di temere di averle trasmesso lui stesso la malattia.

«Sono ossessivo compulsivo. Sono maniaco depresso. Sono bipolare. Sto prendendo farmaci e li prenderò per tutta la vita, ma vivo una vita meravigliosa».

Robert Barty

Per due anni, Ash impara a conoscere, affrontare e curare ciò che ha rischiato di distruggerla. Oltre ai farmaci per la depressione, inizia a lavorare sugli aspetti del suo carattere che ne compromettono l’equilibrio, come il maniacale perfezionismo, e lentamente riesce a dare voce al suo malessere. Contemporaneamente, cerca un’alternativa al tennis professionistico e non resta troppo assente dall’ambiente sportivo: lontana dalla solitudine di uno sport individuale come il tennis, sceglie di inserirsi in una squadra e inizia a giocare a cricket. 



Disputerà un’intera stagione nella squadra di Brisbane Head, inserita nella Women’s Big Bash League. Così come la bambina aveva iniziato a colpire le prime palline da tennis con talentuosa naturalezza, allo stesso modo mostra rapidità di apprendimento nel cricket. Misurandosi con il secondo sport più diffuso al mondo, Barty sperimenta la confortante sensazione di condividere la gioia ma anche il disappunto di una sconfitta, la responsabilità condivisa perché di gruppo, l’entusiasmante possibilità di festeggiare un successo con una birra celebrativa. Le pressioni suddivise, le luci ad illuminare una pluralità di compagne che sembrano meno abbaglianti quando si posano sul singolo.

Una stagione di cricket, la cura alla depressione, la costruzione di una quotidianità sostenibile. E poi, in un pomeriggio del 2016, diciotto mesi dopo aver lasciato il tennis senza nemmeno considerare di congelare la propria posizione nel ranking a rendere ancora più definitivo l’addio, Ashleigh si ritrova coinvolta in una partita di doppio dall’amica Casey Dellacqua al Sydney International. Barty, in mano una racchetta della compagna e sullo sfondo un campo quasi completamente vuoto e silenzioso,  si ricongiunge con la sua passione e con l’essenza del gioco del tennis. 

«Ho usato una delle sue racchette e mi sono detta: Questa sono io, questo è ciò che dovrei fare».

Ashleigh Barty


RITORNI E SCALATE 


Quando nel giugno 2016 Barty torna al tennis non ha ranking, che in questo sport si traduce nell’obbligo di giocare, possibilmente senza sosta, moltissimi tornei. Arriverà a disputare fino a 11 partite in 9 giorni, spostando il limite della fatica e rischiando anche di infortunarsi in un coming back che fonde corpo e anima. Dal ritorno alle origini alla conquista del primo grande torneo Slam passano tre anni, il tempo in cui Barty costruisce una solidità non solo nel gioco ma nella gestione della partita e, più in generale, della vita da professionista più in generale. Il tutto grazie all’allontanamento dal tennis e ad un nuovo ordine di priorità. 

La Barty 2.0 torna ad impegnarsi nel tennis ma nel frattempo è disposta a concedersi pause vitali dallo stesso: qualche giornata da trascorrere a casa con la famiglia, una cena con le sorelle, un pomeriggio di gioco con i suoi cani Alfie, Chino, Rudy e Maxi. Ciò nonostante, sul campo la scalata al ranking è sistematica ed eccezionale, fino alla conquista del Roland Garros 2019. In un sabato di inizio estate, dopo aver sconfitto la ceca Marketa Vondrousova 6-1, 6-3, Barty diventa la prima tennista australiana a vincere sulla terra rossa di Parigi dopo 46 anni dal successo di Margaret Court. Chiudendo il cerchio della propria emozionante rinascita.


RICORRENZE


Pochi mesi dopo il mondo si ferma, investito dalla pandemia. Ed è allora che Ashleigh Barty decide nuovamente di rinunciare almeno in parte al tennis per vivere il post-umanesimo del Covid nella sua Australia, vicina alla famiglia. Mentre va in scena il Roland Garros 2020, anziché difendere il titolo, a oltre 16000 chilometri di distanza Barty si gode da tifosa le partite di football della squadra del cuore, i Richmond Tigers, e si mantiene in allenamento con il golf, vincendo anche un torneo amatoriale. 

La nuova pausa dal tennis professionistico dura 11 mesi, frutto di quella nuova versione di se stessa capace di mantenere un più sano equilibrio tra vita tennistica e vita e basta.

Quando è pronta a rientrare però, nel giugno del 2021 e sempre in Francia, Barty è costretta a cedere il passo al destino, ritirandosi per un serio infortunio all’anca. A quel punto non solo lo Slam francese ma anche quello inglese sembra una chimera: a disposizione ci sono soltanto 24 giorni. Barty si dichiara disposta a fare qualsiasi cosa pur di non rinunciare al suo sogno bianco e british. Inizia così un countdown scandito dalla fisioterapia e la riabilitazione, la pazienza e la fiducia. Dopo dieci giorni torna a tenere in mano una racchetta, quando ne sono trascorsi quasi venti inizia a servire nuovamente. 

Senza certezze e conscia della precarietà della sua preparazione imperfetta, Ashleigh si presenta a Wimbledon e, 15 dopo 15, una partita alla volta, avanza. La prima settimana scivola via lentamente, nella seconda resiste alla Krejcikova (futura vincitrice sulla terra rossa di Parigi), e poi ha la meglio della connazionale Tomljanovic, di Angelique Kerber in semifinale fino ad arrivare all’atto conclusivo, che la vede contrapposta alla ceca Karolina Pliskova.

Dopo due anni dal precedente Slam e a dieci esatti dal primo trionfo sull’erba di Wimbledon, 50 anni dopo il successo della connazionale Evonne Goolagong (grande fonte di ispirazione e mentore), Barty è incoronata regina nel torneo di sua maestà. Sui campi verdi inglesi, indossa una divisa rigorosamente candida ma con una decorazione sulla gonna che è un omaggio a quella indossata dal suo idolo quando, a 19 anni, trionfava in Inghilterra. E il cerchio sembra chiudersi.


SULLA TERRA, SULL’ERBA E  SUL CEMENTO


Dopo i successi sulla terra e sull’erba, nel settembre del 2021 Barty archivia gli Us Open con una sconfitta al terzo turno e rientra in Australia, concedendosi innanzitutto il tempo di riconnettersi con la normalità. Lontana dalle snervanti quarantene in hotel, i continui controlli dovuti al Covid, la “bolla” forzata alla quale in particolare gli sportivi sono costretti, si ferma, ritrovando quella che lei definisce “la miglior versione di se stessa”. L’eccitante estate australiana l’accoglie e la rigenera, in attesa di iniziare la preparazione per il nuovo obiettivo stabilito con la sua squadra: lo Slam di casa. Così, agli Australian Open disputati qualche mese fa, Ashleigh Barty è la somma perfetta delle sue tante sfaccettature. 

È equilibrio e maturità emotiva, grata di poter fare della sua passione un lavoro ma capace di guardare oltre; è desiderio di rappresentare un esempio per tutti coloro che la guardano; è concretezza e solidità, talento creativo e intelligenza tattica, e sfoggia senza velleità esibizioniste tutte le variabili di un gioco ormai sempre più ridotto a potenza e fisicità. Nella “miglior versione di se stessa” Barty gioca senza lasciare alcuna speranza alle avversarie, trascorrendo in campo a malapena sei ore e cedendo un solo set prima di presentarsi alla finale con l’americana Danielle Collins. 

Nelle sue due settimane di successi disegna i contorni di una tennista vincente che non cerca vincenti. Sul rettangolo di gioco, con una condizione fisica ottimale e una preparazione perfezionata nei minimi dettagli, non trionfa perché firma i colpi più potenti e non vince perché i suoi colpi sono i più letali.

Come scrive Craig O’Shannessy, analista e stratega del tennis australiano, Barty sembra giocare uno sport diverso che punta soprattutto a ridurre gli errori: e mentre rimette con tenacia la palla in gioco, è attenta a limitarli e a farli aumentare dall’altra parte. Ashleigh accumula un punto alla volta, tra pazienza e sofferenza, unendo una grande intelligenza tattica ad una stra-ordinaria varietà tecnica. Così a Melbourne mostra e alterna i colpi di un gioco impossibile da non amare: varia i tagli della battuta mantenendo una straordinaria affidabilità del servizio; lavora il dritto in modo da piazzarlo esattamente dove serve; si affida al meraviglioso slice di rovescio per accarezzare l’intero campo da gioco e deliziare il pubblico tennistico – d’Australia e non solo.

E il 29 gennaio, quarantaquattro anni dopo la connazionale Chris O’Neil, Ashleigh Barty conquista lo Slam di casa, premiata dal suo idolo Evonne Goolagong. Battendo l’americana Danielle Collins 6-3 7-6, davanti ad un pubblico improvvisamente composto nonostante i modi non sempre eleganti delle due settimane precedenti, festeggia il terzo grande titolo dopo Parigi 2019 e Wimbledon 2021: seconda tennista in attività ad averne uno su tutte le superfici, come Serena Williams.

Il trionfo (e l’urlo) di Ash

UN GRIDO ANCESTRALE, UN SALUTO DEFINITIVO


In un articolo del ‘The Sidney Morning Heralds’, Greg Baum firma un ritratto patriottico-celebrativo di Barty nel quale non solo offre una fotografia scritta della tennista dal punto di vista degli australiani, ma lo fa andando a recuperare suggestioni che di quella terra sono proprie: «Ash Barty incarna così tanto il modo in cui ci piace pensare a noi stessi. C’è il suo viso, così aperto, così innocente. C’è il suo atteggiamento, così modesto. È atletica, ma ‘squat’ (tarchiata, si potrebbe dire, ndr), il che rispecchia alcuni di noi (lo squat, quello è). Non si veste né si trucca per impressionare. Indossa un dannato cappellino da baseball! […] Barty non siamo solo noi, ma un ritorno al passato per noi. Avrebbe potuto uscire da un dipinto di D’Arcy Doyle. Lei è ciò che erano le città di campagna».

Ashleigh Barty, scrive Baum, incarna il modo in cui agli australiani piace pensare a loro stessi: genuina e semplice, il volto sempre sorridente, la modestia intrinseca nei suoi atteggiamenti accessibili e il corpo atletico ma non perfetto. Ash Barty che non è soltanto cittadina d’Australia ma originaria del Queensland. E come un dipinto di D’Arcy Doyle, che quei luoghi li ha saputi rappresentare appieno, la tennista aborigena è puntuale immagine del presente ma anche straordinaria fotografia del passato: di un luogo che un tempo era città di campagna, rappresentante di una quotidianità essenziale e capace di offrire un disegno malinconico e immediatamente riconoscibile.

E poiché al passato pare attingere molta della narrazione riferita a Barty, lo stesso giornale ha fatto ricorso anche alle origini aborigene per descrivere il suo gioco, attraverso la lingua (ormai pressoché scomparsa) della tribù dei Ngarigo. «La lingua è quasi estinta, ma esiste un dizionario di parole chiave che potrebbe essere usato per descrivere il suo gioco. Il suo dritto è come ‘malub’, fulmine. Il suo smash è come ‘miribi’, tuono; il suo slice di rovescio come ‘djuran’, acqua che scorre. E scivola leggera sul campo come un ‘mugan‘, un fantasma».

Il passato: la storia personale e anche tennistica di Ashleigh Barty è costellata di richiami che volgono lo sguardo all’indietro, tasselli di un racconto sui quali l’australiana non ha temuto di andare a fondo per (ri)comporre il proprio riflesso e ai quali, dal punto di vista tennistico, i suoi stessi colpi sul rettangolo di gioco sono un omaggio. 

Il passato come origini e radici: la recente visita al Parco nazionale Uluru-Kata Tjuta, luogo sacro per gli aborigeni, il Queensland con i suoi rituali semplici, la famiglia. Il passato del quale fare tesoro per affrontare il presente e scrivere un futuro che sia la sintesi della migliore versione di sé.  Forte di questo bagaglio, Ashleigh Barty ha gradualmente imparato ad amministrare la propria carriera professionistica modellandola sulle proprie esigenze e volontà. 

Ma c’è un aspetto inevitabile che si accompagna agli allenamenti, la fatica, le vittorie e le sconfitte tennistiche: ed è lo spostamento. Il tennista è inevitabilmente nomade, in movimento. Ed è questa condizione che Barty non ha mai mancato di riconoscere come dolorosa, talvolta insostenibile. Nella graduale gestione della sua carriera, dunque, l’australiana ha dato via via sempre più importanza al ritorno a casa, quando possibile o più semplicemente quando ne sentiva il bisogno. Oltre il grande evento in programma, oltre le aspettative e il generale “buon senso” tennistico, oltre le chance di vittoria e il miraggio dell’ennesimo successo. 

Ogni volta che è tornata a casa, le radici sono sembrate più difficili da recidere, da dimenticare. E mi piace pensare che in quell’urlo finale, atto conclusivo nella sua carriera, ci fosse tutta la Barty in un cerchio che finalmente si è chiuso: un omaggio atavico al passato, un grido riconoscente al presente, un commiato dal futuro (tennistico). 

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