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Estero
23 Maggio

L’Atletico Madrid non muore mai

Gianluca Losito

11 articoli
Gli uomini di Simeone hanno vinto l'undicesimo titolo.

Il sole d’agosto irradia gli ultimi sprazzi di una stagione surreale, quella 2019/2020, terminata per molte squadre quasi un anno esatto dopo il suo inizio. Per alcuni questo scenario disegna una figura splendente, che illumina carriere ed esalta il lungo lavoro di una stagione (è il caso del Bayern Monaco); per altri l’azione di questo sole è corrosiva, violenta. Come ne La persistenza della memoria, quadro surrealista di Salvador Dalì, madrileno d’adozione: stanchezza fisica e mentale, che prosciuga gli animi e altera le prestazioni.

Lisbona era già stata infausta per l’Atletico Madrid. Era il 24 maggio 2014, il giorno più duro per l’epica Cholista, quello che già alcuni segnavano come l’inizio del declino delle milizie biancorosse.

L’inferno sportivo in uno schiocco di dita, con Sergio Ramos che pareggia la da corner nel recupero e la squadra che crolla ai supplementari della finale di Champions; una immensa delusione dopo il paradiso di qualche giorno prima, la vittoria di quella Liga che mancava da 18 anni grazie allo stoico pareggio in casa del Barcellona (l’Atletico, con Diego Costa e Arda Turan costretti a uscire nella prima mezz’ora per infortunio, si ritrovò sotto nel punteggio e riuscì a pareggiare grazie al Flaco Godin, costruendo poi un fortino nella propria area di rigore). Una maledizione rotta faceva da contraltare ad una che rimaneva ancora in piedi, una Decima vinta bilanciava l’altra Decima, quella dalle grandi orecchie, alzata dai rivali cittadini dopo che al Vicente Calderon era già stato spolverato il palchetto per la sua esposizione.

Questa stessa Lisbona lo scorso 13 agosto ha respinto ancora i colchoneros, rispediti a casa dal RB Leipzig che si è imposto con un perentorio 2-1, persino più severo di quanto dica il tabellino: la maggior convinzione e organizzazione dei tedeschi ha fatto la differenza contro una squadra disunita, atterrita dall’annata eterna, ma anche trovatasi ad un bivio come collettivo.

«Per me è stato un anno molto complicato. Credo che abbiamo dato il massimo. Ora ci riposiamo e puntiamo a migliorare, consapevoli che nella prossima stagione dovremo dare un pochino di più. Il prossimo campionato sarà più tosto, noi dobbiamo competere per capire se possiamo andare oltre il terzo posto e i quarti di finale di Champions»

Diego Simone, al termine della partita contro il Lipsia

Quattro anni fa, quando Simeone secondo molti aveva spremuto i suoi oltre il limite, tentavamo di tracciare ancora la via per la rivoluzione.


Alcuni sprazzi di personalità l’Atleti li aveva già mostrati nella scorsa stagione, a partire dall’eliminazione inflitta al Liverpool campione d’Europa in carica negli ottavi di finale. Ma quella a molti era sembrata l’ennesima dimostrazione che lo spogliatoio dalle parti del Wanda Metropolitano fosse ormai saturo, in grado di risvegliarsi solo in alcune partite nell’arco di una stagione, le più prestigiose, quelle che fanno venire i brividi dietro la schiena. Una risposta perentoria è arrivata al ritorno in Liga post-lockdown: 24 punti in 10 partite e rimonta dal 6° al 3° posto.

Questi però erano rimasti episodi isolati di una squadra stanca, che pareva quasi dover essere pungolata nell’orgoglio per dover rispondere alle critiche. Spesso si pensa di poter trovare una soluzione semplice a problemi complessi appellandosi a temi come la fine di un ciclo, o magari a un gruppo considerato logoro, ma si rischia di cadere in semplificazioni tanto inutili quanto stucchevoli: specialmente quando si parla dei Rojiblancos. Certo, l’Atletico è una squadra che fa della ormai proverbiale garra, dell’intensità e della continuità nei 90 minuti una delle sue armi principali, ma non si può esaurire così il discorso.

Un club che rimane per un decennio tra i migliori d’Europa, conquistando quasi sempre un trofeo a stagione, non si trova lì solo con la convinzione di farcela.

Ma vendendo al presente, la stagione attuale dell’Atleti è difficile da spiegare razionalmente: è più facile scomporla in periodi di inerzia che hanno portato Koke e compagni da essere il solito terzo incomodo della Liga a diventare favoriti obbligati, con un carico di pressione che ad un certo punto ha rischiato di travolgere l’intero ambiente. Il sostanziale vantaggio che ha consentito all’Atletico Madrid di poter “gestire” la seconda parte di stagione è derivato da un girone d’andata oggettivamente stratosferico, in cui la squadra ha dimostrato di avere una forza mentale su cui nessuno più avrebbe scommesso. Diverse rimonte negli ultimi minuti, una difesa bunker con la miseria di 8 gol subiti al giro di boa e una serie di soluzioni variegate che hanno offerto nuova linfa e imprevedibilità al gioco colchonero, pur sempre nella sua identità operaia e guerriera.


Per impostare al meglio questa stagione Simeone ha dovuto lavorare su più livelli. L’Atletico dei due anni precedenti era diventato un po’ un ibrido, un compromesso irrisolto sia per il Cholo che per i calciatori, probabilmente desiderosi di nuovi stimoli. Una squadra che aveva fatto dell’identità collettiva il suo marchio, che aveva costruito le proprie vittorie sul sacrifico dei propri soldati; per il salto di qualità serviva però qualcos’altro, e il tecnico argentino è riuscito quest’anno a esaltare le qualità dei propri calciatori al di là del puro e semplice collettivismo. Per essere più concreti Luis Suàrez, tornato dominante dopo un paio di stagioni opache al Barcellona, non è Diego Costa, “faro emotivo” della squadra e primo guerriero al fronte. È invece un giocatore certo dal sangue caldo, come il suo allenatore, ma ancor prima un “top player” – perdonateci l’espressione – capace di segnare una svolta tecnica per tutta la squadra.

«Quando ho parlato con lui al telefono ho ritrovato esattamente quello che mi dà in campo: tanta voglia ed energia. La squadra lo aiuta a segnare, quello che sa fare meglio e che ha segnato la sua carriera».

Queste le parole del tecnico argentino in un’intervista a proposito del bomber uruguagio. Uno stimolo, un ringraziamento al Pistolero per l’incredibile mole di lavoro convertita in reti fondamentali per la squadra, ma forse anche una sottile frecciata a chi lo costringeva a fare quello che non riesce più o forse non ha semplicemente più voglia di fare: arretrare fino a centrocampo per aiutare il gioco. Ecco allora che certo conta il carattere, e Simeone sa bene quali corde toccare con grandi campioni dall’orgoglio ferito – l’aveva già fatto in passato con un altro esubero blaugrana, David Villa, regalando al Guaje un’ultima stagione di grande calcio; eppure il Cholo si è dimostrato ancora una volta un grande allenatore, capace di tirare fuori il meglio dal proprio calciatore a livello puramente tecnico e tattico.

In un club in cui la sua esperienza e leadership non sono messe in discussione, ma al contrario poste al servizio di una squadra che ha un certo bisogno di giocatori col suo peso tecnico, il Pistolero si è sentito primus inter pares ed è riuscito a trascinare di peso i suoi: le 21 reti stagionali, quasi tutte decisive tra cui quella determinante, sono allora la dote più appariscente che ha lasciato in eredità a questo titolo atletista.


Che poi anche l’Atletico, nel corso degli anni, ha investito ingenti somme nel calciomercato, e anche qui sta l’abilità di Simeone: nell’aver esteso nel tempo l’efficacia dell’investimento. Con giocatori inizialmente poco adatti o semplicemente acerbi, che altrove sarebbero finiti tra gli esuberi, egli sta invece costruendo le sue fortune. Thomas Lemar ad esempio ha passato due anni da invisibile a Madrid: su di lui la scure della spesa di 70 milioni, un macigno paralizzante per alcuni giocatori, e un’incomprensione tattica e tecnica di fondo con le dinamiche della squadra. Fino a pochi mesi fa il francese era un calciatore inconcludente, eppure in questa stagione è tutto rapidamente cambiato.

«Lo ammetto, nel primo periodo a Madrid ho faticato ad adattarmi. Ci ho messo un sacco di tempo ad adattarmi al sistema e allo stile dell’Atletico, ma ora sento di aver assimilato questo DNA, quello di dover arrivare su tutti i palloni, voler sempre vincere, cercare i duelli. Questo è l’Atletico. Ho parlato molto con il mister, spiegandogli che preferivo giocare centralmente. Ci siamo ascoltati a vicenda, anche quando mi ha schierato sui laterali ho sempre dato il massimo, ma adesso che sono nel vivo del gioco riesco a dare il mio meglio»

Thomas Lemar a France Football

Alla faccia dell’allenatore dogmatico! E che dire poi di Ferreira Carrasco, convinto a tornare dal suo esilio dorato al Dalian Yifang (ben prima della stretta sugli stipendi del campionato cinese, va precisato) per occupare una posizione, quella di esterno con compiti prettamente difensivi, che un giocatore notoriamente indolente come lui difficilmente avrebbe ricoperto in passato. Il segreto del Cholo in fondo è la sua dialettica, molto più profonda di quanto sembri: da fuori apparentemente troppo rigida e inflessibile, da “dentro” – sentendo i suoi calciatori – psicologica nel senso più alto del termine, mai retorica.

Simeone è un fine stratega della mente prima che del campo, in grado di rivitalizzare i suoi uomini come nessun altro al mondo: lo testimoniano i ritorni felici di Diego Costa, Luis Felipe, Fernando Torres, anche prima dello stesso Carrasco. Tutti reintegri funzionali al collettivo che non vengono utilizzati per un’annata usa e getta, ma che vivono un’altra giovinezza sportiva dettata da motivazioni profonde. Sì perché spesso il tecnico argentino viene paragonato ad altri colleghi che spremono i giocatori e lasciano terra bruciata dopo il proprio passaggio, ed è proprio su questo che in tantissimi si sono sbagliati profetizzando uno svuotamento dell’Atletico dall’interno, per “autocombustione”, causato insomma dalla tensione troppo alta pretesa dal Cholo.


A proposito di motivazioni profonde poi, pensiamo alla stagione di Marcos Llorente, che dopo Suàrez (con 12 reti) è il miglior marcatore stagionale dei colchoneros. Uno “scarto” del Real Madrid – sebbene di lusso, pagato 45 milioni – che ha trovato la propria dimensione con la maglia dei rivali cittadini, reinventato da un giorno all’altro in una posizione totalmente nuova per lui. Un salto di 30 metri, pensato ed effettuato in una serata da dentro o fuori (ad Anfield), che l’ha portato a fare l’attaccante aggiunto da mediano qual era. Uno di quelli espedienti con cui Simeone riesce a dare nuova linfa ai suoi soldati, e con cui ha potuto mandare in rete 13 giocatori diversi in una sola stagione di Liga.

Non è stato tutto rose e fiori, però. Tra febbraio e aprile l’Atletico ha dilapidato l’enorme vantaggio accumulato, rischiando di perdere il campionato in un dramma sportivo che avrebbe avuto ripercussioni sportive pesantissime. Ma proprio la vittoria finale, spinta dalla reazione dei colchoneros laddove sembravano svuotati di tutte le proprie energie vitali, è stata la più importante dimostrazione di forza di una squadra che ormai pensa e sente da grande. Il tutto con le enorme difficoltà di una rifondazione:

«Il passaggio dalla generazione precedente a quella attuale è un lavoro che ci ha riguardati tutti, e non è stato facile»

Jan Oblak, uno dei veterani di questa squadra, parlava così qualche mese fa ai microfoni di Panenka, aggiungendo anche:

«Se n’era andata quasi mezza squadra, tra cui giocatori con tanta esperienza. L’anno scorso abbiamo costruito un blocco forte che sta portando risultati quest’anno. Adesso dobbiamo completare l’altra metà dell’opera, lottando per i trofei a fine stagione».

Una promessa mantenuta, seppur col brivido. C’è un dato che più di tutti mostra quanto l’Atletico abbia bisogno di soffrire per vincere nella sua storia: degli undici titoli nazionali, dieci sono arrivati all’ultima giornata; solo uno è stato vinto in anticipo. Come un attore consumato, il Cholo si è concesso così un’ennesima interpretazione magistrale, culminata all’atto finale non senza patemi d’animo (l’Atletico è stato sotto nel punteggio, ieri, per quasi un’ora di gioco). 

Quando credevamo allora che il suo ciclo fosse agli sgoccioli, e la sua creatura superata dal tempo, Diego Simeone ha costretto tutti ad inchinarsi ad un Atletico ringiovanito, al passo coi tempi (seppur a modo suo, sempre con i 25 gol subiti in 38 partite di Liga) e pronto a rilanciarsi nell’élite del calcio internazionale. Simeone è da oggi l’allenatore più vincente della storia colchonerail secondo ad avere portato nella sponda biancorossa di Madrid due titoli nazionali. L’unico altro ad esserci riuscito era un argentino. Si chiamava Helenio Herrera, quasi a ricordare che da quelle parti si vince con un solo attributo fondamentale: huevos!

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