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Ritratti
2 Maggio

Barak, l’artista silenzioso

Marco Armocida

25 articoli
Il ceco è un giocatore d'altri tempi.

I piedi di Antonin Barak puntano verso il centro e le sue gambe sono arcuate. È alto un metro e novanta e appare lento, ma i suoi passi brevi tradiscono una progressione armoniosa e prorompente. Sembra sempre essere sul punto di venir travolto dal ritmo frenetico della partita. Poi però emerge ed eleva il suo collo slanciato tra la tempesta di gambe e braccia con fare regale. Barak è freddo e glaciale come gli inverni di Pribram, sua città d’origine in Repubblica Ceca.

È meravigliosamente elegante e cura ogni gesto come se avesse sempre di fronte a sé uno specchio con la sua immagine riflessa. Barak è molto più dei numeri che lo raccontano. È ossigeno e poesia. Gioca a calcio con la stessa sicurezza che ha un chirurgo in là con gli anni in sala operatoria. Non ha l’atteggiamento di uno sceriffo che la vuole fare da padrone, ma di un signor Wolf qualunque in giacca e cravatta (perfettamente abbinate) che ha sempre tutto tremendamente sotto controllo.


Di lui si sa poco. Ama il surf, il basket e le arti marziali miste. Detesta la confusione della città e da qualche anno vive vicino al lago di Garda. Porta il nome di suo padre e di suo nonno e spera che suo figlio, un giorno, continui questa tradizione familiare. Da giovane ha letto la Metamorfosi di Kafka e, così come Gregor Samsa, ha trascorso un periodo della sua vita fermo a letto. Una sindrome da affaticamento cronico, dovuta a una malformazione congenita alla spina dorsale, lo ha costretto a un lungo periodo di riabilitazione. In quei momenti Barak ha pensato di abbandonare la vita da calciatore.

“Il periodo più difficile però l’ho vissuto da adolescente all’età di 16-17 anni, quando non ho giocato quasi per un anno a causa della sindrome della fatica. Fu quasi un periodo deprimente, anche per i miei cari, che lo hanno vissuto molto con me. Sono tutti solo ostacoli che rafforzano una persona. È importante affrontarlo e continuare a combattere, perché la luce alla fine del tunnel c’è sempre”.

Dopo l’agrodolce esperienza di Udine, a Verona Barak è sbocciato definitivamente. La crescita esponenziale della squadra lo ha esaltato, permettendogli di fluttuare tra le linee di gioco avversarie e avere sempre un compagno libero al suo fianco. Con Juric è migliorato, con Tudor si è confermato. È il centrocampista più prolifico della storia del club all’interno di una singola stagione di Serie A ed è anche l’unico nel suo ruolo ad aver realizzato una tripletta in campionato con la maglia gialloblù.

hellas verona barak
Felice, con le Pantofole d’Oro in mano, insieme al compagno di reparto e amico Simeone dopo l’ultimo turno vinto in casa col Cagliari (foto dal profilo Twitter ufficiale dell’Hellas Verona)

È un giocatore completo, che gioca un calcio sincretico in grado di unire due epoche: alla scientifica meccanicità tattica del presente abbina la libertaria e imponderabile fantasia del calcio di una volta. È un mix perfettamente bilanciato tra spontaneità e abitudine, tra apollineo e dionisiaco. Un calciatore che fa sempre la cosa più utile, ma sente ancora palpitare dentro di sé l’indomabile e ancestrale richiamo dell’istinto. Uno che è ancora in grado di sentire il calcio.

“Noi siamo calciatori che dobbiamo sentire il momento. Dobbiamo vedere cosa si può fare perché se il Mister dice una cosa e tu fai sempre quella cosa, così come la vuole lui, troppo facile per l’avversario leggerti. Noi dobbiamo sentire calcio”.

Qualcuno, a Verona, sostiene che la sua corsa assomigli a quella di Briegel, formidabile difensore mancino e protagonista dello storico scudetto. Forse Barak non raggiungerà mai il livello assoluto del tedesco e quasi sicuramente a Verona non vincerà nulla. Noi ci accontentiamo di sapere che continui a solcare i campi del nostro campionato, per poterlo ammirare e goderci ogni suo istante di calcio. Perché Barak è giovane e biondo, come gli eroi immortali delle fiabe che leggevamo da bambini. È bello e buono, come gli eroi greci. È un calciatore zen che assolutizza il presente e aspira alla perfezione in ogni suo singolo gesto, anche il più effimero. E se è vero, come dice Desmond Morris, che il calcio è caccia rituale, allora per Barak è una caccia da fare con abiti puliti e abbinati. Abiti regali, come le sue pantofole d’oro bianche ai piedi. Anacronistiche, eleganti e magnetiche. Un po’ come i suoi calzettoni abbassati. Un po’ come lui.

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