Calcio
23 Ottobre 2020

Tifare la Bari

Una religione laica, tra San Nicola e la città vecchia.

Girando nei vicoli della città vecchia di Bari, tra le lucenti basole bianche e gli odori inconfondibili dei panifici che sfornano le tipiche pagnotte e focacce, si vedono ancora tanti ragazzini giocare a calcio in mezzo alla strada. Sperando un giorno di emulare le gesta di Cassano, dei fratelli Loseto, di Biagio Catalano o di Bellomo, questi uagnune rappresentano la perfetta incarnazione dell’espressione “pane e pallone”, un modus vivendi che per fortuna sopravvive in tante città del Sud. Realtà nelle quali il calcio viene ancora visto come parte integrante dell’apprendimento informale, una pratica di iniziazione e un agente di socializzazione; più semplicemente qualcosa che ti insegna a campare, necessario alla sopravvivenza proprio come il pane, e tramite il quale si può sognare una via per il riscatto sociale.

L’ultracentenaria storia della Bari inizia la fredda notte del 15 gennaio del 1908 per iniziativa di Floriano Ludwig, austriaco trapiantato in Puglia, supportato dagli svizzeri Gustavo Kuhn e Giovanni Bach, ed infine Giovanni Tiberini, commerciante marchigiano stabilitosi all’ombra del castello normanno. Il sodalizio biancorosso, in omaggio ai colori comunali, nasce quindi nel retrobottega dell’azienda tessile gestita dal primo, nel cuore del centro cittadino. Oltre ad essere stato il primo portiere del neonato club, proprio Floriano Ludwig si è occupato per trent’anni degli aspetti dirigenziali e organizzativi del club e, a più di cinquant’anni dalla sua morte, rappresenta ancora un immortale riferimento per l’intera tifoseria.

La sua eredità spirituale è tramandata dalla frase vergata su un suggestivo striscione che copre metà dell’anello inferiore del San Nicola, odierno tempio del tifo barese: Sappiate amare la Bari, sappiatela custodire e guardatela sempre con occhi da innamorati”.

Vent’anni dopo la fondazione, una delle vicende che più ha contributo a saldare il legame tra squadra e città è stata la scelta del simbolo del club, cardine del senso di appartenenza per qualsiasi appassionato. Nel settembre del 1928 il giornalista di Cinesport Alfredo Bogardo lanciò un referendum rivolto ai tifosi per determinare l’emblema da associare ai calciatori biancorossi; le alternative comprendevano gli aquilotti, i pettirossi, le gazzelle, gli scoiattoli e i galletti da combattimento.

Con una vittoria al ballottaggio sul pettirosso trionfò il galletto, icona di lotta e spirito competitivo, che figurò così nell’Araldica dei Calci disegnata dal vignettista Carlin per il Guerin Sportivo. L’effigie ispirò anche la coeva fondazione del primo club di tifosi nel 1928, l’Ordine del Galletto, che seguiva la squadra soprattutto in trasferta. Il simbolo così fece la sua prima apparizione sulle maglie della squadra pugliese nel campionato 1936/1937, scomparendo poi inspiegabilmente per oltre quarant’anni. Riapparve soltanto a fine anni ’70 con il disegno del famoso artista e grafico Piero Gratton, in collaborazione con lo sponsor tecnico Pouchain, divenendo inconfondibile rappresentazione del club per tutti i tifosi della Penisola.

Lo Zar Igor Protti, principe dei marcatori nella serie A 1995/96, porta sul petto l’iconico galletto realizzato dal geniale Piero Gratton.

Ma qual è davvero la manifestazione più evidente del legame tra Bari e la sua squadra? Indubbiamente, le trasferte oceaniche della tifoseria levantina. Il primo esodo che si ricordi fu lo spareggio contro il Colleferro per la promozione in serie C (stagione 1953/54), disputato sul campo neutro “Vomero” di Napoli. In quell’occasione ben ventimila appassionati si spostarono con i treni speciali, con sessantadue pullman organizzati dal primo capo dei tifosi, Peppino Cusmai, e con diverse migliaia tra auto, Vespe, Lambrette e ciclomotori vari. La brigata biancorossa rientrò a casa soddisfatta, festeggiando sulla via del ritorno la risalita nella terza serie.

Il senso di appartenenza e attaccamento dei baresi alla loro squadra richiama un altro aneddoto, cioè lo storico spareggio del 1958 contro il Verona per la promozione in Serie A, disputato in due gare in campo neutro: la prima a Bologna e la seconda a Roma. La partita nel capoluogo felsineo vide l’affermazione dei biancorossi grazie a un gol del compianto Paolo Erba, davanti a diecimila tifosi in festa; dopo qualche giorno, una doppietta dello stesso attaccante regalava la massima serie alla città, mandando in visibilio i circa trentamila baresi assiepati sulle tribune dello Stadio dei Centomilavecchio nome dell’attuale Stadio Olimpico.

Erano questi i frutti dell’appassionato spontaneismo biancorosso almeno fino al 1976, quando vide la luce il primo nucleo del tifo organizzato dietro lo striscione “Alè Grande Bari Club Ultras”; originariamente posizionati sotto la Torre Maratona del glorioso Stadio della Vittoria, questi migrarono in Curva Nord, in omaggio alla curva del Torino, assumendo proprio la denominazione di Ultras Curva Nord. Negli anni seguenti, nascono poi numerosi gruppi che contribuiscono ai fasti della tifoseria barese quali le Brigate Biancorosse, la Gioventù Biancorossa, i Viking, i Kaos, gli Alcool, gli Stonati, gli Incorreggibili ed infine i Re David nel 1989 ed i Bulldog nel 1991.

Appartengono ai primi anni ’80 anche i gemellaggi, sia quelli terminati con laziali, torinisti e interisti, sia quelli tuttora saldi con i salernitani e reggini; risalente al 2006 è invece il legame con la sponda blucerchiata di Genova. 

Contestualmente alle amicizie, numerose rivalità caratterizzano i rapporti della tifoseria biancorossa: maturate nel corso degli anni sia per questioni calcistiche che campanilistiche, tra le inimicizie si ricordano le corregionali Taranto, Foggia e Lecce, e quelle relative alla “geopolitica del tifo italiano” come Napoli, Palermo e Messina, per cui vale la logica del beduino secondo cui “il nemico del mio amico, è mio nemico”.

L’anno 2012 ha poi rappresentato un punto di svolta nella storia della tifoseria barese, poiché il collettivo degli Ultras Curva Nord ha deciso di sciogliersi in seguito al coinvolgimento nello “Scandalo Calcioscommesse”. In particolare il direttivo era stato accusato di aver minacciato i giocatori – loro sì colpevoli come riconosciuto dalla giustizia sportiva e ordinaria – per “aggiustare” i risultati di alcune partite della nefasta annata 2011/2012 .Finalmente a novembre 2019 è giunta la sentenza definitiva che ha prosciolto i tifosi imputati perché “il fatto non sussiste”. Il nuovo corso della Nord barese è iniziato così in una calda notte del luglio 2014 in occasione dell’amichevole giocata al San Nicola contro l’Olympique Marsiglia, in cui la curva si è ricompattata sotto l’egida dei Seguaci della Nord, coadiuvati dagli storici nuclei dei Bulldog e dei Re David.

Bari calcio fumogenata Curva Nord
Fumogenata in Curva Nord: nell’anello superiore è ben visibile il trittico di striscioni, mentre sotto di essi si nota la storica citazione di Floriano Ludwig.

Al di là del ricambio generazionale e delle dinamiche intestine alla curva, un tradizionale punto di forza della tifoseria barese, come accennato, sono stati i numeri oceanici mostrati nelle trasferte: negli ultimi quindici anni si ricordano i 12mila ed i 6mila nel settore ospiti dell’Olimpico rispettivamente contro Roma e Lazio; e ancora i 5mila di Firenze, Bologna e Milano, nella penultima stagione di Serie A prima della maledetta annata del Calcioscommesse. Ma nonostante queste tangibili dimostrazioni d’amore, nell’arco di pochi anni la tifoseria e la città hanno dovuto subire gravi umiliazioni.

In primis il fallimento pilotato nel 2014, quando i contestati Matarrese hanno finalmente portato i libri societari in tribunale dopo quasi quarant’anni. Peccato che il club sia passato da una possibile liberazione ad un’onta ancora peggiore, con l’acquisizione del titolo sportivo da parte di una cordata guidata dall’ex arbitro Paparesta e costituita da fantomatici investitori (la cui identità rimane oggi ancora ignota). Quel che è certo è che il socio di minoranza, Cosmo Giancaspro, divenuto unico amministratore nel 2016, ha portato la società al fallimento in appena due anni, cancellandone in breve 110 anni di storia.

Il colpo è stato durissimo ma la città e la tifoseria non hanno abbandonato il club al suo destino, anzi.

Dopo l’acquisizione del titolo sportivo da parte della famiglia De Laurentiis si sono stretti attorno alla squadra iscritta alla serie D 2018/19, seguendo i biancorossi in massa sui campi polverosi dei paesini della provincia siciliana, calabrese e campana. Inoltre, nonostante la quarta serie, al San Nicola si sono raggiunte diverse volte le 18-20mila presenze – che, per un campionato dilettantistico, rappresentano quasi un unicum nella storia del calcio italiano. Per esattezza, il record di affluenza appartiene a un Catania-Paternò del 1966, con 25mila spettatori, dei quali 10mila provenienti da Paternò; davvero altri tempi (ahinoi).

Altro esempio dello stretto connubio tra club e città è rappresentato dall’entusiasta partecipazione dei baresi al referendum di fine anni 80′, indetto per scegliere come intitolare l’avveniristico impianto progettato da Renzo Piano per i venturi Mondiali di Italia 90. Sulle pagine del giornale locale, la “Gazzetta del Mezzogiorno”, erano così allegate le cartoline per permettere alla popolazione di votare una delle cinque denominazioni proposte: “San Nicola”, “Mediterraneo”, “Azzurro”, “Degli Ulivi” o “Del Levante”. Dopo lo spoglio delle circa 115mila cartoline inviate, “San Nicola” si classificò al primo posto, con il doppio delle preferenze rispetto al secondo classificato, “Mediterraneo”.

In verità il risultato fu tutt’altro che sorprendente, perché il legame tra la città Bari ed il suo Patrono è fortissimo: nel focolare domestico il Santo Nero è considerato uno di famiglia, un amico con cui parlare di qualsiasi cosa, a cui rivolgersi quotidianamente e non solo per pregare. Dunque, era inevitabile che la nuova casa dei biancorossi prendesse il suo nome. Il culto della trinità, maglia, San Nicola e città, è stato celebrato con un’imponente coreografia che ha coinvolto tutti i 58mila spettatori nella semifinale playoff contro il Latina nella serie B 2013/14. Anche in occasione dell’ultimo derby con il Foggia nel 2017, giocato in cadetteria davanti a circa 40mila spettatori, la Curva Nord ha rimarcato il legame con la propria terra allestendo un altro suggestivo spettacolo: nell’anello inferiore campeggiavano i monumenti più significativi di Bari, mentre nell’anello superiore si richiamava la corona dello stemma cittadino.

Il YNWA barese, dedicato al patrono San Nicola

Cosa ha di diverso la vita di un tifoso barese rispetto ad altri? Probabilmente quasi nulla: poche gioie, tante sofferenze, una fede profana ed incrollabile tramandata di generazione in generazione. Ma se c’è una peculiarità che esprime la grande forza della tifoseria barese è proprio questa: legarsi ancora di più al proprio stemma nei momenti di difficoltà, invece che in quelli, rari, di festa.

Tifare una squadra non va a braccetto con i trend e le mode: per i suoi tifosi la Bari incarna il sentimento di appartenenza di oltre un milione e duecentomila abitanti, o meglio cuori biancorossi, in città e provincia. Tra gioie e dolori, il Galletto è l’icona di un popolo fiero e orgoglioso delle proprie tradizioni, gente che vive da sempre con lo sguardo rivolto al mare.

Alla fine i risultati contano anche relativamente quando ci si identifica con il proprio ideale e la propria terra.

Qui i rovesci sportivi e le annate più buie si sopportano proprio perché il calcio, profondamente inserito nel tessuto sociale e comunitario, non è una scelta bensì un’eredità: il vero barese tifa la Bari, squadra e rappresentazione della città. L’imperativo, per i tifosi più ostinati, diventa allora quello di portare in giro il nome della propria città ovunque, fedelmente al canto che risuona in Curva Nord: “Passano gli anni ma la gente ti segue come sempre e mai ti lascerà, girando per l’Italia intera, nel cuore una bandiera, fedele alla città”. Nessuna retorica, al contrario: è la cosa più normale del mondo.

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