I cinque difensori centrali più costosi al mondo, secondo Transfermarkt, sono due olandesi e tre francesi. Si tratta, nell’ordine, di Virgil van Dijk, Matthijs de Ligt, Raphaël Varane, Aymeric Laporte e Lucas Hernández: giocatori ovviamente diversi ma accomunati dal fatto di essere centrali moderni, sempre più svincolati dal classico stereotipo dei marcatori – basti pensare che il quinto in classifica, Hernández, è diventato campione del mondo giocando addirittura da terzino, e Laporte con Guardiola non ha quasi più un ruolo.

 

 

Un anno fa un altro campione del mondo, Andrea Barzagli, annunciava il suo ritiro dal calcio giocato. Anch’egli è stato a un certo punto fra i migliori del pianeta nel suo ruolo, in fondo nemmeno così tanto tempo fa. Eppure Barzagli sembra far parte di un immaginario calcistico vecchio, anzi, superato.

 

 

L’efficacia ormai dimostrata di un certo stile di gioco ha cambiato inesorabilmente i parametri di giudizio sulle prestazioni di un difensore: oggi il calcio di alto livello richiede a un centrale di poter accorciare in avanti con aggressività, di coprire tanto campo, di essere veloce (pensiamo a quei 5) e soprattutto di saper impostare in scioltezza, trovando anche linee di passaggio non banali. Così persino Barzagli, domatore seriale di attaccanti fino a poche stagioni or sono, ci sembra improvvisamente appartenere ad un’altra epoca.

 

“Quando fai l’uno contro uno, sparato, e hai una bassissima percentuale di prendere la palla, devi avere un po’ di astuzia: devi fermare l’avversario con le mani, con tutto. Sono due secondi, ma in quei due secondi devi tenere botta” (Andrea Barzagli)

 

D’altra parte, capire il centrale azzurro non è mai stato un esercizio semplice. Da giovane era considerato e si considerava un centrocampista: ha giocato le sue prime partite da difensore solo a 19 anni, sotto la guida di Bepi Pillon, allora allenatore della Pistoiese. Tre anni dopo ha esordito in Serie A con la maglia del Chievo, e dopo altri tre anni è diventato campione del mondo. Una carriera all’insegna della costanza, calma ma non lenta, tipica di chi non si scompone mai.

 

 

Nemmeno quando, a 29 anni, viene venduto dal Wolfsburg alla Juventus per 300mila euro. Una cifra irrisoria, ma sufficiente per completare uno dei terzetti difensivi più forti della storia del calcio italiano: Barzagli, insieme a Bonucci e Chiellini. Il nostro, fra i tre, è stato sicuramente il meno appariscente. In campo duro, anche ruvido quando necessario, ma mai brutale come Chiellini;  buon passatore, ma mai elegante come Bonucci. Il meno riconoscibile, certamente anche il meno mediatico.

 

Barzagli Bonucci Chiellini

Le fondamenta dei successi bianconeri: come da tradizione italiana, la chiave sta nella difesa (Foto Tullio M. Puglia/Getty Images)

 

 

Col trascorrere degli anni Barzagli è diventato un marcatore esperto, duro ed essenziale, col bonus di una velocità sul lungo davvero straordinaria e una fisicità in generale abbastanza imponente. L’unico grande limite emergeva contro giocatori rapidi, in grado di mettere a nudo la sua poca esplosività sui primi passi; paradossalmente proprio dopo i trent’anni – all’alba di un fisiologico calo atletico – ha però migliorato ulteriormente posizionamento e letture di gioco, abituandosi via via a contenere e neutralizzare anche avversari “estremi” come Douglas Costa o Neymar.

 

 

In generale il concetto dell’abituarsi è forse quello che restituisce l’immagine più fedele di Barzagli. D’altronde la scuola italiana dei difensori privilegia storicamente l’aspetto del “contenere”, cioè tutti quei particolari che permettono di cavarsela anche nelle situazioni più difficili: si tratta di posture del corpo, micromovimenti, piccole spinte e altri dettagli che noi come popolo calcistico abbiamo imparato a osservare, capire e apprezzare.

 

 

Soprattutto nella seconda parte della sua carriera, Barzagli è diventato un maestro di questi aspetti del gioco. Massimiliano Allegri, in tal senso, gli affibbiò il soprannome di Professore in una memorabile intervista, spianando il percorso del centrale toscano a educatore difensivo, e spalancando le porte dello staff tecnico bianconero.

 

“Per come la vedo io, potrà far parte di uno staff dove si occupa dei movimenti dei difensori perché da questo punto di vista Andrea è un professore della difesa” (Max Allegri)

 

Il problema è che Barzagli è simbolo di un calcio che non c’è più, e di cui forse stiamo anche perdendo la memoria. Infatti – senza nostalgia di ciò che la Serie A è stata in passato, e di ciò che noi stessi siamo stati – quell’arte del contenere sta venendo gradualmente meno nella formazione dei giovani difensori italiani (che sempre più spesso, anche ad alti livelli, evidenziano problemi di marcatura).

 

Barzagli Allegri

L’abbraccio tra Barzagli e Allegri, due alfieri del carattere italiano nel pallone

 

 

Anche i modelli virtuosi di formazione non hanno saputo preservare al meglio questa caratteristica, la quale ci ha reso per anni una delle scuole difensive più riconoscibili e apprezzate del pianeta. Concetto che viene espresso molto bene da un esempio di Filippo Galli – per nove anni direttore del settore giovanile del Milan – in un’intervista a L’Ultimo Uomo di due anni fa:

 

“Vedo che i giovani difensori di oggi si lasciano usare dagli attaccanti, offrono loro un appoggio fisico che un attaccante sfrutta per proteggere palla e girarsi verso la porta. Io non avevo grandi doti dal punto di vista atletico, ma avevo la capacità di usare il corpo dell’attaccante a mio vantaggio. Mi facevo sentire, e poi subito mi staccavo, così che l’attaccante non comprendesse dove realmente fossi e quale fosse la mia scelta. Erano mind games”.

 

Il calcio internazionale si è molto sviluppato negli ultimi vent’anni, e a farne le spese è stata soprattutto la mentalità conservatrice costitutiva del nostro campionato (forse sarebbe il caso di riesumare un ragionamento sul determinismo ambientale anche nel pallone, con Gianni Brera e non solo). Guai però a passare da un estremo all’altro: per ritornare ad essere un modello vincente, il calcio italiano deve innovare le proprie caratteristiche ma non dimenticarle o rinnegarle, in preda a un’esterofilia bulimica e snaturante.

 

 

È questa la grande sfida della nostra scuola nazionale: preservare il DNA del calcio tricolore integrandolo con i dettami delle nuove filosofie e stili di gioco, rifiutando tanto l’assimilazione quanto un aprioristico rifiuto. Quello della formazione dei difensori è solo un esempio, come se ne potrebbero fare tanti altri, ma il problema è più che mai presente: ci sarà un altro Barzagli? Ma soprattutto, stiamo facendo ciò che serve per averlo?