Non del giallo e del rosso scuro del Galatasaray. Non del bianco e del nero delle ‘Aquile’ del Beşiktaş. Nemmeno del blu marino e del giallo acceso dei ‘Canarini’ del Fenerbahçe. La Turchia del calcio, per la prima volta nella storia della Süper Lig, si tinge dell’arancione e del blu dell’Istanbul Basaksehir. E del partito del presidente Recep Tayyip Erdogan, l’AKP, che con la società ha stretti legami di parentela.

 

 

Mettendo la sua firma sul decreto che restituisce a Hagia Sophia lo status di moschea, il presidente turco ha sollevato nelle scorse settimane un polverone internazionale. Cattedrale ortodossa durante l’impero bizantino, moschea sotto la dominazione ottomana, Hagia Sophia era da 80 anni adibita a museo.

 

 

La sua riconversione in luogo di culto non è certo un fulmine a ciel sereno. Da quando è al potere, l’AKP ha avviato una rivoluzione conservatrice che ha allontanato sempre più la Turchia dal rigido secolarismo nel cui segno era stata fondata un secolo fa da Mustafa Kemal Atatürk. Una rivoluzione a cui il calcio non è affatto estraneo, come dimostra la storia dei nuovi campioni.

 

Il Reis Erdogan fa il bello e il cattivo tempo in Turchia (Ph: Getty Images)

 

 

Situato nella parte europea di Istanbul, il distretto di Başakşehir conta oggi circa 400mila abitanti. Nella seconda metà degli anni ’90, la sua espansione è stata voluta dall’allora sindaco Erdoğan, che ne ha fatto un cantiere del suo progetto politico: il distretto ha una forte impronta islamica e conservatrice. Un imprinting che la squadra in maglia arancio-blu incarna dal punto di vista sportivo.

 

 

Il club, che apparteneva al municipio locale, è stato rilevato nel 2014, fresco di promozione nella massima serie, da un consorzio di imprenditori vicini all’AKP. Da allora, la squadra ha trovato continuità di rendimento chiudendo due volte al secondo posto prima di riuscire finalmente a vincere il titolo. Quest’anno, il Başakşehir ha raggiunto anche gli ottavi di Europa League. Il 5 agosto affronterà il Copenhagen, già battuto per 1-0 all’andata.

L’idea di trascinare un club di nicchia, per iniziativa politica, a fasti prima sconosciuti, non è un unicum nella storia recente della Turchia.

Sempre nel 2014, il sindaco di Ankara Melih Gökçek, anche lui dell’AKP, ci aveva provato con l’Osmanlispor, riuscendo a portarlo fino ai sedicesimi di Europa League nel giro di tre stagioni. Il club, però, non aveva una tifoseria all’altezza dei sogni di gloria del primo cittadino. Allo stadio ci andavano quindi – stipendiati – gli impiegati dell’ANFA, un’azienda di sicurezza privata messa sotto contratto dal comune. Tifosi finti per una squadra fantoccio. Con la dipartita di Gökçek e il passaggio della capitale all’opposizione nel 2019, il progetto dell’Osmanlispor è naufragato, e la squadra è appena retrocessa in 2. Lig, la terza serie.

 

Erdogan presenzia spesso la tribuna d’onore dello stadio “Fatih Terim”, casa del Başakşehir

 

 

Il Başakşehir, sopravvissuto indenne alla sconfitta dell’AKP nelle elezioni municipali di Istanbul del 2019, non è il prodotto estemporaneo della megalomania di un uomo solo: dietro al suo successo ci sono metodo, un modello di business strutturato, una visione di lungo termine. E la Süper Lig appena messa in bacheca potrebbe essere solo l’inizio di una nuova era.

 

 

Eppure non mancavano scettici e profeti di sventura. Alla cocente delusione dello scorso anno – il titolo soffiato dal Galatasaray – era seguito l’addio di Abdullah Avcı, l’allenatore che in cinque stagioni aveva dato una forte identità di gioco al suo Başakşehir, rivitalizzando giocatori sulla via del tramonto – Adebayor, Robinho, Škrtel, Demba Ba e altri ancora – e valorizzando giovani talenti. Il passaggio di Avcı al Beşiktaş poteva segnare l’inizio del declino di un progetto, quello del Başakşehir, mai davvero compiuto. Icaro che si schianta al suolo appena assaporata l’ebbrezza del volo.

 

Ironia della sorte: dopo appena sei mesi, l’avventura di Avcı al Beşiktaş era già al capolinea, mentre il suo successore Okan Buruk ha portato il Başakşehir in trionfo, con meno possesso palla e più concretezza rispetto al passato.

 

Ma i successi sul campo non sono bastati, almeno per il momento, a procurare ai nuovi campioni di Turchia una tifoseria degna di questo nome. Le ‘Big Three’ di Istanbul – Fenerbahçe, Galatasaray e Beşiktaş – monopolizzano la platea, catalizzando oltre l’80% del tifo in tutta la Turchia. Scalfire il loro dominio è impensabile.

 

 

Gli arancio-blu giocano le partite casalinghe al ‘Fatih Terim’, stadio da 17mila posti inaugurato nel 2014. Non bastano i biglietti a poco prezzo: gli spalti non sono mai gremiti. Tra le concorrenti al titolo, il Başakşehir è quella che ha sofferto meno questo finale di stagione a porte chiuse, abituato com’è a giocare in uno stadio semivuoto. Dando continuità ai successi, la società spera di costruire un pubblico fedele tra le generazioni più giovani, allevandole nel segno di un tifo composto, meno viscerale di quello che ha spesso portato a episodi di violenza, partite a porte chiuse e trasferte vietate alle tifoserie ospiti, soprattutto nei derby tra le big di Istanbul.

 

Robinho a tinte arancioni. Con le maglie di Real Madrid e Milan faceva tutto un altro effetto.

 

 

Per espandere la sua platea, il Başakşehir punta anche sul marketing. Sul sito della società, il presidente Göksel Gümüşdağ si rivolge ai tifosi come fossero shareholders. Si parla di branding strategies, investimenti, opinion leaders, e-sports. Il calcio pare incidentale, l’appartenenza lo strascico di un tifo antiquato.

 

 

In questo, il Başakşehir è espressione di una tendenza più generale del calcio europeo, sempre più trasformato in commodity. Nel suo libro Welcome To Hell?, un viaggio attraverso la Turchia del pallone, John McManus evidenzia l’iper-commercializzazione dell’esperienza del tifoso. Gli stadi, che spesso e volentieri prendono il nome dagli sponsor, assomigliano sempre più a cattedrali del consumo, e la loro messa in sicurezza – telecamere ovunque, tessere identificative per chiunque acceda agli spalti – assomiglia molto a una marketizzazione del pubblico, visto come spettatore-consumatore più che come tifoso.

 

Lo stadio ‘Fatih Terim’ non porta il nome di una corporation. In compenso, il club è spesso chiamato Medipol Başakşehir, con il nome del colosso della sanità privata che lo sponsorizza.

 

I legami con Erdoğan sono molteplici: il fondatore di Medipol, Fahrettin Koca, è ministro della sanità dal 2018. C’è di più: il presidente del İstanbul Başakşehir Göksel Gümüşdağ è sposato con la nipote della First Lady. C’è una fitta rete di connessioni che lega i nuovi campioni di Turchia al Sultano, ma non è il partito a gestire direttamente il club né a finanziarlo. L’AKP si avvale piuttosto di imprenditori fedeli, arricchitisi grazie al governo.

 

 

Başakşehir a parte, il calcio rientra da sempre nell’epopea personale che il Reis ha costruito intorno al suo personaggio politico. Calciatore di belle speranze, si dice che il giovane Erdoğan sia stato a un passo dal trasferirsi al Fenerbahçe, squadra di cui ancora si proclama sostenitore. Da capo del governo poi, il leader turco ha spesso cercato di mietere consenso attraverso il calcio, investendo cifre enormi nella costruzione di stadi e infrastrutture sportive per colmare il gap che separa il calcio turco dalle big del Vecchio Continente.

 

Erdogan in campo durante una partita di beneficenza, alla ricerca dei vecchi fasti

 

 

Il Reis ha anche coltivato con cura i rapporti personali con calciatori di fama: nel 2018 è stato testimone di nozze di Arda Turan –da poco passato al Basaksehir, dove non lascerà il segno. Un anno dopo si è calato di nuovo nello stesso ruolo, questa volta per Mesut Özil , nato e cresciuto in Germania ma turco di origini.

 

 

Ha suscitato scalpore anche il sostegno dei calciatori della nazionale all’esercito turco, impegnato in un’offensiva contro i curdi nel nord della Siria. Durante le qualificazioni a Euro 2020, contro l’Albania prima e la Francia poi, i giocatori si sono esibiti in un saluto militare che viola il regolamento UEFA. Il St Pauli, club della serie cadetta tedesca, ha rescisso il contratto di Cenk Şahin proprio per il supporto all’invasione di Rojava espresso sui social dal calciatore.

 

Sono tante anche le partite benefiche a cui il presidente ha partecipato, così come i rigori calciati a favore di fotografi all’inaugurazione di stadi nuovi di zecca.

 

Ma i tentativi di piegare il calcio alla propaganda politica non sempre hanno pagato. Nel 2011, all’apertura del sipario sulla Türk Telekom Arena, nuovo tempio del Galatasaray, Erdoğan si aspettava la solita passerella, l’usuale pioggia di applausi. I tifosi lo hanno invece coperto di fischi.

 

 

Due anni più tardi, tifo e dissenso politico si sono incontrati di nuovo durante le proteste di Gezi. Scatenate dal piano per la demolizione di un parco nel cuore di Istanbul, le proteste iniziali sono sfociate in un movimento di portata nazionale contro le politiche di Erdoğan. Sfidando a colpi di bulldozer le forze dell’ordine, i Çarşı, ultras del Beşiktaş dagli ideali anarchici e di sinistra, si sono trasformati per qualche settimana in eroi rivoluzionari. Intorno a loro hanno fatto quadrato persino i rivali di sempre: gruppi di tifosi delle ‘Big Three’ si sono uniti contro il nemico comune, l’autoritarismo del Presidente.

 

I tifosi del Başakşehir di certo non trasudano tradizione (Ph: Aitor Alcalde/Getty Images)

 

 

Anche i rapporti sempre più gelidi con l’Europa e con l’UE cozzano con l’ambizione di Erdogan di aumentare il prestigio internazionale del calcio turco. Per quattro volte consecutive, la Turchia si è candidata invano a organizzare gli Europei. Magra consolazione: lo Stadio Olimpico Atatürk avrebbe dovuto ospitare la finale di Champions di quest’anno. La pandemia, però, ha scombussolato i piani: tutto rimandato al 2021.

 

 

Già teatro della rimonta del Liverpool ai danni del Milan nel 2005, l’Olimpico Atatürk ha anche ospitato, fino al 2014, le partite casalinghe del Başakşehir. Le poche manciate di tifosi erano puntini sparuti in uno stadio pensato per ben altre platee.

 

 

In quegli anni, il Başakşehir non era ancora diventato la scommessa politica dell’uomo più potente di Turchia e dei suoi accoliti. Una scommessa vinta, se il metro di giudizio sono i risultati ottenuti sul campo. Persa malamente, se le presenze sugli spalti sono il metro del successo. Ma in tempi di calcio iper-televisivo a misura di spettatore, può darsi che i tifosi siano un’anticaglia di cui si può, senza troppi patemi, fare a meno.