È stata ed è tutt’ora un’estate più che mai calda quella della pallacanestro italiana, non solo per le tipiche temperature della stagione, ma soprattutto per lo spettro del Covid-19 che lascia con il fiato sospeso in merito alla riapertura dei palas della penisola; fatto sta che si è atteso fino all’ultimo giorno disponibile per stabilire quali e quante squadre concorreranno in serie A nella stagione 2020-21.

 

 

Nel mese di luglio la Lega Basket Serie A ha scricchiolato e giocato con i numeri delle squadre da ammettere, 14, 16 o addirittura 18. Infatti, con gli annunciati ritiri di Cremona (alla fine smentito dai fatti) e Pistoia, oltre all’incertezza della situazione in casa Virtus Roma, la geografia della massima serie ha faticato a delinearsi, innescando un meccanismo a cascata che ha gettato dubbi anche nelle serie inferiori, cioè A2 e B. Nonostante ciò, si partirà con la regular season che comincerà il 27 settembre, dopo il prologo della Supercoppa di fine agosto, e terminerà il 5 maggio.

 

 

Alla fine saranno 30 partite di stagione regolare in virtù delle 16 squadre ai nastri di partenza, sfide tutte da vivere ma forse “difficili” da vedere. Nell’attuale situazione del basket italiano, essere riusciti a stabilire calendari e organici dei vari tornei appare un grande risultato, ma in realtà tutti questi sforzi rappresentano lo svolgimento del tipico compitino; tutt’altro che il varo di una grande manovra.

 

Anzi, le grosse difficoltà affrontate nel compiere un lavoro ordinario per qualsiasi Lega dovrebbero far interrogare i vertici sulla reale appetibilità, soprattutto verso il mondo delle televisioni, veicoli fondamentali per attirare l’attenzione del grande pubblico e degli sponsor.

 

Al momento della pubblicazione del relativo bando, Mediaset, La7 e Rai avevano già definito il palinsesto per i prossimi mesi ed è sembrato subito chiaro che spazio per la pallacanestro in chiaro non ce ne sarebbe stato. Attualmente è stata di nuovo Eurosport ad aggiudicarsi il pacchetto “Pay” per le prossime due stagioni, mentre Mamma Rai potrebbe farsi avanti per i contenuti “Free” e “Radio”, ancora da assegnare. Per l’ennesima stagione, è lecito domandarsi come si possa effettivamente valorizzare e vendere uno spettacolo a colossi come Sky o DAZN, quando la Lega tergiversa sul numero di squadre da iscrivere fino a qualche giorno prima della pubblicazione del bando per i diritti televisivi.

 

 

Una cura così approssimativa del “prodotto pallacanestro”, ormai gravemente annosa, è il più chiaro sintomo di una politica di pressapochismo, che ha indebolito una realtà che oggi tira a campare, faticosamente, stagione dopo stagione. Invece, il basket tricolore dovrebbe essere tirato a lucido per suscitare interesse presso le televisioni i cui proventi diventano oggi imprescindibili, considerando la funerea prospettiva di non avere i soliti ed esiziali ricavi dal botteghino.

 

 

Un brand quindi poco appetibile anche a causa di una Lega Basket autrice suo malgrado di troppi scivoloni nelle ultime stagioni, e che si è voluta ergere ad organo di potere, trascurando quella che dovrebbe essere la sua funzione primaria, ovvero garantire i servizi ai club. Spesso davanti ai microfoni dei media, si è parlato di “rivoluzione” per tenere buoni gli animi di addetti ai lavori e tifosi, invece l’unica strada auspicabile per il basket italiano è nel segno della normalizzazione, seguita poi dalla pianificazione.

 

Dopo una carriera di alto livello nel mondo del calcio, Umberto Gandini è stato nominato AD della Lega Basket nel febbraio 2020: si spera che sia il volto di un nuovo corso. (Photo by Harold Cunningham/Getty Images)

 

 

Innanzitutto sarebbe importante prendere coscienza della realtà, per quanto questa possa essere grave, in modo da evitare di promettere posti in prima fila a società che avrebbero dovuto compiere coattamente un salto di categoria. Scaligera Verona, Napoli, Ravenna, Forlì e Trapani: queste sono state le squadre invitate al gran ballo della serie A; peccato che nessuna di esse abbia accettato il ruolo di Cenerentola, una damigella che avrebbe corso il rischio seriamente che mezzanotte scoccasse troppo presto.

 

 

Ecco perché appare inderogabile ed opportuna una riduzione delle squadre partecipanti al massimo campionato, in quanto al momento non è sostenibile dalla grande maggioranza delle realtà italiane: troppo spesso in questi anni abbiamo assistito alla triste parabola di club che sono stati bruciati sull’altare della Serie A. Inoltre si potrebbero introdurre criteri di territorialità, con incentivi per le squadre minori ad utilizzare dei giovani del proprio vivaio; così si potrebbe ricreare interesse a livello locale, corroborando poi una credibilità del movimento su scala nazionale. In termini economici, non si dovrebbero trascurare gli eventuali benefici a lungo termine, frutto di una diminuzione dei costi di sostenibilità delle varie leghe.

 

 

Guardando al futuro prossimo invece, appare auspicabile che la LBA riveda i parametri minimi per l’iscrizione alla Serie A 2021-22. D’altronde l’emergenza ha portato alla luce la fragilità finanziaria di tante realtà della pallacanestro italiana, con bilanci resi ancora più deficitari dalla crisi economica. Il lockdown ha costretto molte aziende a rivedere al ribasso le sponsorizzazioni e sono troppo pochi i club che stanno cercando di intraprendere la via dell’autofinanziamento. Conti alla mano, la stagione è finita con costi troppo alti a fronte di esigui ricavi per uno sport che appare sempre più di nicchia. Ecco perché perseverare su un format di un campionato a 18 o più squadre appare, sempre più, una scelta priva di qualsiasi logica.

 

Al momento il focus è rivolto alla tanto attesa riapertura degli impianti sportivi ai tifosi, un percorso reso ancora più impervio dalle condizioni delle arene italiane, decisamente lontane dagli standard europei. Palazzetti vetusti e poco confortevoli sono sparsi ovunque lungo lo Stivale e, con le norme in materia di anti-contagio continuamente aggiornate, sembrerebbe molto complicato garantire la sicurezza sanitaria al pubblico.

 

Molte parole sono state spese in questo senso, dai proprietari dei club fino al presidente federale Petrucci, tuttavia si sono mosse concretamente soltanto le società. Con il supporto di provincia e ASL, L’Aquila Trento aprirà il palazzetto ad un contingente di tifosi per la Supercoppa; vedremo se l’esperimento avrà successo e sarà replicato su scala nazionale. (anche la regione Emilia Romagna si è mossa in queste ore per garantire porte “semi-aperte” per la Supercoppa)

 

 

Il basket, soprattutto in Italia, è sempre stato etichettato come “fratello “sfigato” del calcio, ma è pur vero che nessuno ha fatto nulla per farlo sbocciare del tutto; in fin dei conti, parrebbe che sia stato meglio così per molti. Ecco allora un’altra stagione programmata per “tirare a campare”, con gli ennesimi progetti di riforma rimandati e con quella sensazione che i vertici federali e di Lega abbiano tirato un grosso sospiro di sollievo alla presentazione dei calendari. Della serie: “Anche quest’anno l’abbiamo scampata”.

 

 

Qualcuno forse starà festeggiando per questa storia a lieto fine, un successo effimero raccontato nel silenzio generale. D’altra parte, non a tutti piacciono i riflettori accesi, anzi in certi casi c’è chi preferisce restare completamente nell’ombra. La pallacanestro italiana sembra proprio comportarsi così, sperando nel frattempo di non fare troppo rumore.

 


Immagine di copertina di Giuseppe Cottini/Euroleague Basketball via Getty Images