A poche miglia dalle coste italiane, c’è una regione che ha sempre lottato per la propria autodeterminazione forte di un patrimonio storico, culturale e soprattutto geografico unico al mondo. Stiamo parlando della Corsica, divenuta francese solo nel 1768 (ceduta in pegno per debiti dalla Repubblica di Genova a Luigi XV). Un’isola che ha dato i natali a Napoleone Bonaparte, caratterizzata per le lotte indipendentiste e la repulsione per gli occupanti francesi.

 

 

La Corsica tuttavia ha respirato qualche anno di indipendenza: nel 1755 infatti – sotto la guida di Pasquale Paoli “babbù di a patria”, così comunemente chiamato sull’isola – fu istituita la Repubblica Corsa, il primo stato europeo dotato di una costituzione democratica, ammirata ed elogiata da Rousseau e Voltaire. Nel 1914 invece, e ciò contribuirà all‘idiosincrasia nei confronti dello Stato centrale, l’isola fu un’enorme dispensa di truppe nella prima guerra mondiale; tramite una legge speciale, infatti, furono mandati al fronte più di 40.000 uomini, di cui quasi la metà non fece più ritorno.

 

“Oltre ai turisti, e più dei turisti, i corsi detestano i francesi, li considerano degli occupanti. Il 14 luglio dell’anno scorso dopo l’attentato sulla Promenade des Anglais a Nizza che aveva terrorizzato la Francia non ho sentito un solo corso farne cenno. Non era una cosa che li riguardava. Durante la finale degli Europei Francia-Portogallo tifavano per Cristiano Ronaldo. Non guardano nemmeno il Tour, dovevo essere io a chiedergli di accendere la tv”. (Massimo Fini)

 

La Corsica è la quarta isola del mediterraneo per grandezza, e da sempre gioca un ruolo determinate nelle rotte commerciali del mediterraneo. Un territorio a sé, con una propria cultura ed una lingua autonoma, da secoli in rotta di collisione con il governo centrale. Non è un caso se nelle elezioni del 2017 l’alleanza dei partiti nazionalisti corsi, Pè a Corsica, è salita al potere con il 56,6% delle preferenze, divenendo una spina nel fianco per la presidenza Macron (che con il suo partito si è fermato al 12,7%, dimostrando la stima dell’isola nei confronti della politica nazionale).

 

 

Sono tre le principali rivendicazioni avanzate con forza al governo centrale: il riconoscimento della pari dignità linguistica, un’amnistia per i detenuti politici e il blocco agli stranieri per il continuo acquisto di abitazioni nell’isola, che inevitabilmente fa salire alle stelle i prezzi degli immobili. Per correttezza, tuttavia, bisogna sottolineare che il movimento Pè a Corsica ha progetti ambiziosi di autonomia, ma non intende arrivare all’indipendenza sul modello catalano.

 

Una enorme montagna in mezzo al mare

Una enorme montagna in mezzo al mare

 

 


Il Bastia


 

Guardando il calcio francese degli ultimi anni, una delle realtà del tifo più affascinante è rappresentata dai tifosi corsi del Bastia, squadra dell’omonima città marittima a nord della regione, sprofondata nel 2017 nella National 3 (il quinto livello del campionato francese) per gravi problemi economici. Questi sono energici, appassionati, colorati, e il rapporto fra territorio e squadra testimonia quella che i tedeschi definirebbero una weltanschauung, una visione del mondo ancor prima che una questione di tifo, un sentimento di estrema identità e di orgoglio “nazionale”.

 

 

Arrivano da tutta l’isola per tifare Bastia, ed è un supporto che va ben oltre il rettangolo verde: significa sostenere la propria cultura, la propria lingua, la propria bandiera. Insomma lo sport è condizione di legame territoriale e sociale, tanto da apparire, agli occhi dei tifosi, inscindibile dall’aspetto culturale e geografico. Gli Ultras del Bastia 1905 infatti, più comunemente chiamati Turchini, sugli spalti manifestano da sempre la propria identità. All’interno dello stadio Furiani sventolano fieri le bandiere della Corsica, e all’inizio di ogni partita cantano a squarciagola l’inno ufficiale còrso.

 

Neanche dopo i fatti di Charlie Hebdo gli ultras locali assistettero alla Marsigliese. Pur nel rispetto delle vittime, quell’inno non gli apparteneva.

 

Le tensioni con lo Stato centrale, anche in ambito sportivo, non sono mai mancate: nel 2002 ad esempio in occasione della finale di Coppa di Francia – persa contro il Lorient per 1-0 – i tifosi subissarono di fischi l’inno nazionale francese al punto da far abbandonare lo stadio all’allora Presidente Chirac. Nemmeno dopo l’attentato a Parigi nella redazione di Charlie Hebdo si evitarono le polemiche con il governo nazionale, colpevole di aver richiesto la diffusione dell’inno francese per commemorare le vittime, decisione accolta da tutta Europa; inno che doveva essere intonato proprio in occasione del derby della Corsica, fra lo Sporting Club Bastia e l’Ajaccio Gazelec.

 

 

Tramite un comunicato i tifosi espressero il proprio malumore per la decisione, essendo già stata programmata la commemorazione di un collaboratore del club. Dopo delle “pressioni informali” e la paura di diventare un caso unico nel panorama europeo, la società padrona di casa cedette alle richieste; così oltre all’inno corso – durante il quale venne srotolato uno striscione in dialetto isolano Ripusate in pace – fu intonata anche la Marsigliese alla quale gli ultras locali non assistettero. Pur nel rispetto delle vittime, quell’inno non gli apparteneva.

 

Il Qatar finanzia il PSG...e il terrorismo (Striscione esposto durante la partita Bastia vs PSG 2-4)

Questo invece lo striscione esposto in occasione della visita del PSG: “Il Qatar finanzia il PSG…e il terrorismo” (Bastia vs PSG 4-2, 10/01/2015)

 

 

Nel 2015 la vittoria della coalizione nazionalista, che però non possedeva la maggioranza dei seggi, ha aperto uno spiraglio per l’affermazione dell’isola nello scenario internazionale. Tuttavia l’instabilità economica e diversi conflitti con il governo hanno acuito le tensioni sociali, sfociate in una tensione permanente contro lo Stato francese e che hanno reso vani i tentativi autonomisti. Movimenti come Ghiuventù indipendentista o Rinnovu Naziunali sono stati protagonisti di una crociata contro l’alta finanza e soprattutto contro le istituzioni francesi, e questo clima non ha risparmiato il mondo del calcio.

 

 

In un simile scenario i tifosi del Bastia si sono trasformati in qualcosa di diverso, macchiandosi di diversi atti di violenza come nel febbraio 2016, a Reims, dove gli ultras Turchini hanno devastato il centro cittadino in seguito a scontri violenti con le forze dell’ordine. È il 2016/2017 poi la stagione dell’aggressione a Balotelli, ai tifosi rivali del Nizza, dell’inspiegabile attacco ai giocatori del Lione durante il riscaldamento al Furiani. Il calcio come specchio dei mutamenti antropologici e sociali.

 

 

Per gli Ultras del Bastia 1905 la squadra diventa un motivo di orgoglio e rappresentanza, uno strumento per far sentire la propria voce all’interno del panorama francese ed europeo. Ma più in generale essere tifosi del Bastia significa legare inevitabilmente i gradoni dello stadio alla politica: un attaccamento così viscerale da affascinare anche i giocatori, e capace di generare un’atmosfera che in Europa ha pochi paragoni.

 

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Il calore dei tifosi del Bastia, in ogni palcoscenico, sempre e comunque

 

 


Parla Romain Paoli


 

Abbiamo dunque contattato il portavoce del gruppo Ultras Bastia 1905, Romain Paoli, che ci ha introdotti nella curva corsa. Queste le sue parole che ricostruiscono gli anni più duri per il Bastia, oggi risalito in National 2 (quarta divisione) ma ancora invischiato nelle serie minori.

Siete uno dei gruppi ultras più “colorato” d’Europa. Le vostre coreografie hanno fatto il giro del mondo, e la vostra passione è ormai nota. Ma spiegaci, cosa significa essere tifosi del Bastia?

Come per la maggioranza degli ultras è spesso un’eredità familiare. La differenza con la maggior parte delle altre tifoserie è che il nostro amore per Bastia supera l’amore semplice per la sua città, un giocatore o la maglia. Bastia è per noi la bandiera della nostra identità, è l’orgoglio di vedere ovunque la Testa Mora e ciò è riconosciuto dai nostri avversari. Naturalmente amiamo il calcio. È molto importante in Corsica, ma è spesso l’orgoglio di essere corsi che ci spinge a tifare Bastia, perché il club è il più popolare dell’isola e ci sono sostenitori ovunque sulla nostra isola e oltre, considerando anche la diaspora corsa in Francia.

Nel 2002 il presidente Chirac, in occasione della coppa di Francia, abbandonò lo stadio per l’ondata di fischi dagli spalti alla marsigliese. Più recentemente avete criticato la decisione di far risuonare l’inno nazionale dopo gli attentati di Charlie Hebdo, sottolineando il rispetto per le vittime ma segnando un forte distacco. Voi Ultras del bastia come vivete il rapporto con la capitale Parigi?

Da decenni, la Corsica sta esprimendo una pretesa alla sua identità e alla sua storia che va dal semplice specificismo al desiderio di indipendenza. Senza appartenere ad un movimento politico, il Bastia 1905 adotta questo patriottismo, politicamente chiamato nazionalismo. Riconosciamo la Corsica come la nostra Patria, e i suoi simboli, bandiera e inno “nazionale”, sono i nostri.

 

Noi siamo così intransigenti nelle nostre richieste come la Francia quando pretende di negare la nostra esistenza come un popolo proprio. Per quanto ci riguarda, lo stadio agisce come un’eco. I nostri canti per esempio sono tutti in lingua corsa. L’episodio della Marseillaise dopo gli attacchi a Parigi non era altro che il desiderio di essere coerenti e di rendere omaggio alle vittime con  i nostri simboli, non con quelli che la Francia ci ha imposto da tre secoli.

Il 2015 segna una svolta per l’allenaza Pè a Corsica, immaginando una politica diversa per l’isola: quanto ha influito il calcio su questo risultato?

Dopo anni di lotta armata, i nazionalisti hanno scelto di allontanarsi dalla violenza per dedicarsi solo alla politica pubblica. Questa scelta è per il momento vincente poiché hanno vinto le elezioni. Il calcio è ancora un mezzo per esprimere ed esportare l’identità corsa, ma anche questo modo di esprimersi è evoluto. È un paradosso: il pubblico di Bastia è fiero della sua reputazione coriacea, ma è molto preoccupato dato che il club può essere sanzionato. La gente ama sentire il rumore delle bombe o vedere i fumogeni, ma non accetta sanzioni. Questo è complicato da gestire per noi ultras, perché anche se la violenza non ha nessun fine, proprio come l’accensione di un fumogeno o il lancio di un petardo, questo fa parte della storia di Furiani e della nostra tifoseria.

 

 

Quando parlo di violenza, sia chiaro, sto parlando di impressionare l’avversario. Gli atti di violenza diretta non sono premeditati, sono reazioni umane incontrollate, a volte giustamente, talvolta ingiustamente. Perché essere Furiani è questo. Non sono necessariamente le più significative coreografie, i cori più originali, ma uno stadio pronto ad esplodere in qualsiasi momento. La difficoltà, per noi, è trovare il giusto compromesso per il bene della squadra senza tradire la nostra identità, perché il calcio in Corsica sembra evolversi come la politica, cercando di dare un’immagine più “pulita”.

Nel 2016 gli scontri di Reims segnano un cambiamento. La polizia arresta molti membri della tifoseria, e da qui in poi qualcosa sembra cambiare: numerosi gli episodi violenti, in un periodo complicato che vi ha visti sprofondare nelle serie minori del calcio francese. Cosa è avvenuto?

Gli eventi di Reims sono davvero un punto di svolta per noi. La sensazione di ingiustizia a causa dell’inadempimento di Maxime, il nostro membro, e l’accusa contro gli altri arrestati quel giorno ha provocato in noi una sensazione di rivolta permanente. Tutto ciò ha avuto gravi conseguenze per il gruppo. Molti dei nostri membri sono stati arrestati a seguito di scontri con la polizia ai margini delle manifestazioni di sostegno. Abbiamo trascorso giorni e notti tra la strada e il palazzo di giustizia.

 

 

Questi eventi servivano a radicalizzare una parte dei giovani che non potevano essere ascoltati e che sono quindi esposti alla giustizia francese e alla sua condanna. Approfittiamo di questa intervista per salutare e ringraziare le numerosi tifoserie italiane che allora ci hanno dimostrato sostegno, specialmente i nostri fratelli sassaresi. Abbiamo provato tutto per ottenere giustizia in questo caso, dimostrazioni, distribuzione di volantini, fino ad uno sciopero della fame…niente ha funzionato e la sensazione di rabbia è cresciuta fino alla partita contro il Lione. Quel giorno abbiamo reagito senza fare domande sulle conseguenze della provocazione dei giocatori di Lione.

 

 

Ognuno ha visto le immagini, non ho bisogno di commentarle. Conseguenze ancora una volta molto pesanti per il gruppo, con parecchie decine di diffidati, tutti membri più o meno attivi. Dopo questo evento e la rottura con il resto del pubblico, il gruppo ha deciso di fermare le attività fino a nuovo avviso. Durante l’estate il club è stato retrocesso nella National 3 per motivi finanziari. Poi abbiamo deciso di tornare allo stadio per partecipare alla ricostruzione, con un gran numero di diffidati e un gruppo leggermente più giovane. La strada è lunga … ma siamo abituati a combattere: Bastia 1905 non abbandonerà la sua squadra e i suoi membri.