“Non spenderemo 100 milioni di euro per Marco Verratti. Né 25 all’anno per Alexis Sanchez. Se vogliamo vincere la Champions League dobbiamo rafforzarci e certamente spendere parecchio, ma non fare sciocchezze”.

 

Così Uli Hoeness, allora presidente del Bayern Monaco, parlava esattamente tre anni fa. Pur riconoscendo la necessità di un «processo di ringiovanimento generale» e di «investimenti importanti», egli era sicuro di una cosa: i bavaresi, per tornare a vincere in Europa, non avrebbero dovuto seguire il modello plutocratico degli altri top club.

“Chi spende così tanto non potrà permettersi nemmeno un tozzo di pane. Perché il successo, in campo sportivo, non si può programmare come viene immaginato dai grandi investitori. Solo una squadra vince la Champions League. Quando gli investitori arriveranno a dire: «abbiamo sborsato così tanti soldi ma non abbiamo vinto nulla», allora arriverà il momento del Bayern”. (Uli Hoeness, incalzato anni fa dai cronisti sulle spese folli proprio del PSG)

Sì perché oggi salgono un po’ tutti sul carro del vincitore, come è ovvio che sia, parlando di modello Bayern; eppure negli ultimi anni, quando i risultati sperati non arrivavano e il progresso della globalizzazione finanziaria sembrava marginalizzare la squadra di Monaco, la pressione sulla dirigenza era molta. Un cambio di passo era richiesto a gran voce e, proprio per assecondare i tempi, l’ultima campagna acquisti del Bayern Monaco era stata la più esosa mai vista in Baviera.

 

 

Noi stessi scrivevamo poco più di un anno fa come il Bayern non potesse restare conservatore, evidenziando la necessità di un incrocio fra tradizione e modernità che però si basasse sull’essenza biancorossa: quel “Mia san mia” (Noi siamo noi), motto orgoglioso della società e dottrina scolpita nel marmo. La comunità del Bayern Monaco; prima degli egoismi, del mercato, degli allenatori e dei top player. Comunque la scorsa stagione, per tuffarsi nel sempre più competitivo scenario internazionale, erano arrivati Lucas Hernandez (per 80 milioni), Benjamin Pavard (per 35) e Philippe Coutinho (prestito oneroso a 8.5 milioni più altri 120 per l’eventuale riscatto).

 

 

Questi tre sotto la guida di Hans-Dieter Flick, allenatore scelto in casa proprio per garantire lo spogliatoio, ieri sono rimasti in panchina con il solo Coutinho subentrato nelle fasi finali: in compenso Flick ha recuperato calciatori come Boateng e il fondamentale Thomas Muller, operando sempre in vista del generale e mai del particolare. Ecco la grande differenza con il Paris Saint Germain, un insieme di figurine ben riuscito, ma pur sempre una squadra priva di carattere e di una vera e propria anima.

 

Neymar e Mbappé, le due maggiori delusioni della finale, nel riscaldamento: il primo ha fallito la sua grande occasione di rappresentare il leader tecnico della squadra, il secondo non è ancora nel podio dei calciatori più forti al mondo (Photo by David Ramos/Getty Images)

 

 

Il divario tra le due formazioni è emerso ieri nel secondo tempo, quando urgevano calciatori di personalità e Neymar e Mbappé, dall’alto dei loro 400 e rotti milioni, non sono stati in grado di farsi vedere né sentire (Neymar ci ha a tratti provato non riuscendoci, Mbappé nemmeno quello). Dopo il vantaggio di Coman al contrario il Bayern ha controllato gioco e palla, dettando i tempi con un calciatore di un livello tecnico superiore, Thiago Alcantara, e indirizzando la partita con coesione e coscienza di squadra. L’abitudine a certe partite, ma ancor prima l’abitudine a giocarle insieme quelle partite, ha fatto tutta la differenza del mondo – chi si chiede ad esempio perché giochi ancora Thomas Muller, salito in cattedra non a caso nella seconda frazione di gioco, trova nella partita di ieri sera una pronta risposta.

 

 

Dall’altra parte nel Paris Saint Germain la costruzione offensiva era affidata al solo Di Maria, inspiegabilmente sostituito dal timido scolaretto Tuchel: el Fideo, capace di trascinare l’Argentina in finale ai mondiali nel 2014 (ben più di Messi) e abituato a condire il talento con una personalità stra-ordinaria, è stata l’unica nota positiva dal centrocampo in avanti dei francesi. Schermato dall’ottimo Marquinhos – il pensiero va qui necessariamente a Walter Sabatini – Di Maria ha giganteggiato in mezzo ai già citati ed impalpabili, caratterialmente e quindi tecnicamente, Neymar e Mbappé.

 

 

Molte cose sarebbero da dire, ma ci preme chiudere con un dato: come riporta Calciomercato.com, l’undici titolare di ieri sera è costato al Bayern Monaco 95 milioni, tra calciatori cresciuti nelle giovanili anima della squadra (Muller, Alaba, Kimmich) e investimenti mirati; al contrario il PSG schierava una formazione dal valore di 633,5 milioni di euro. Quasi 7 volte in più. Se ci aggiungiamo che gli acquisti più onerosi dei bavaresi scaldavano la panchina, e che la partita è stata decisa da un giocatore lasciato partire a parametro zero proprio dal Paris Saint-Germain (Kingsley Coman) l’equazione è completa. Con un allenatore fatto in casa, scelte strategiche, salde radici e molto lavoro, il Bayern è di nuovo la migliore squadra d’Europa. Il segreto, citando Hoeness, non stava nello spendere 100 milioni. Non per Verratti certo, ma magari nemmeno per Messi o Ronaldo.