Con l’azzurro che risplende all’ombra del Vesuvio vinse e fu felice, con quello della Nazionale invece non si incontrò mai, sbarrato da un ostracismo assurdo e reiterato di tecnici che, pur vincenti, lo snobbarono al punto di negargli la gioia di una convocazione che avrebbe meritato a pieni voti. Nell’arco della sua lunga carriera fu un vero e proprio incubo per gli attaccanti avversari, che ne soffrirono stazza e temperamento guerriero: a sentire Corrado Ferlaino «come marcatore puro tra i primi cinque d’Italia.» Per i compagni di squadra invece rappresentò sempre un punto di riferimento rassicurante ed incrollabile, in campo e nello spogliatoio. Per i tifosi, molto più di un beniamino. Per Napoli e per il Napoli, a giusta ragione, un pezzo di storia vivente.

 

Beppe Bruscolotti, ribattezzato Pale e’ fierro, ha indissolubilmente legato il suo nome alla leggenda degli azzurri del primo scudetto. Quello conquistato con le prodezze di Diego ma anche grazie al suo gesto, con il quale, da vero Capitano “coraggioso”, cedette la fascia al più grande di tutti: aveva avvertito infatti che quello sarebbe potuto essere l’anno buono e che la svolta, in grado di coronare il sogno, sarebbe passata anche da una accresciuta responsabilizzazione del campione del gruppo. Gli abbiamo rivolto qualche domanda sul passato e sul presente.

Bruscolotti lei per anni è stato annoverato tra i più grandi difensori italiani ed europei. Si diceva fosse in grado di fare reparto da solo, eppure i commissari tecnici della nostra nazionale non l’hanno mai convocata neppure per una amichevole. Le pesa non aver mai indossato l’azzurro dell’Italia?

Per molti anni su di me c’è stato un giudizio univoco che mi ha considerato tra i migliori terzini destri della serie A. Del resto io ero ben consapevole dell’impegno che mettevo nel mio lavoro e della qualità delle mie prestazioni. Lo confesso: non aver avuto neppure una volta la soddisfazione di indossare la maglia della Nazionale mi ha dato un notevole dispiacere. Senza presunzione, credo di poter dire che avrei meritato quantomeno di essere inserito nel gruppo azzurro. Magari quello che poi ha conquistato il Mondiale spagnolo dell’82, dove però mi fu preferito Bergomi, che pure aveva solo 18 anni.

L’azzurro del Napoli invece le ha sempre arriso e lei ha ricambiato con riconoscenza, compiendo anche scelte di grande umiltà contrassegnate dalla passione per la squadra e la città. Una di queste fu l’aver ceduto a Maradona la fascia di capitano: un atto d’amore tutt’altro che scontato, in cui dimostrò di sapere che talvolta, per raggiungere la gloria, bisogna fare un passo indietro.

 

Dice bene. È proprio così. Leggevo negli occhi di Diego la gioia di giocare nel Napoli, il suo attaccamento alla maglia, il trasporto per la città, il desiderio insopprimibile di regalare alla nostra gente, che ci sosteneva in modo commovente, quello che fino ad allora era sempre sfuggito. Capii che dargli la fascia lo avrebbe ulteriormente responsabilizzato, spronato, e reso più irresistibile di quanto non già non fosse. Gli strappai la promessa di portare il titolo a Napoli: Diego si esaltò e ovviamente la mantenne. Conquistammo lo scudetto.

 

Bruscolotti e Maradona

Giuseppe Bruscolotti e Diego Armando Maradona in abiti civili

 

Con Maradona è rimasto in buoni rapporti?

Siamo grandi amici e non potrebbe essere altrimenti. Per me è stato il più grande di tutti e con lui ho scritto non solo una gloriosa pagina di sport, ma un capitolo importante, lo dico convinto di non esagerare, della storia di Napoli. Peccato che la lontananza non ci consenta di vederci spesso. Quando però capita di rivederci è sempre una festa.

Veniamo ad oggi. Benitez e Ancelotti, due tecnici pluridecorati e dalla conclamata caratura internazionale, a Napoli hanno vissuto esperienze travagliate e tutto sommato deludenti. Come se lo spiega: errore di approccio o piuttosto è la piazza, o magari la compagine societaria, a tradire una incompatibilità con allenatori del loro calibro?

Farei una differenza. Con Benitez la bacheca si è arricchita di qualche coppa, il che fa sempre bene. Ma soprattutto è arrivato un parco giocatori di grande talento. Poi nel calcio spesso sono gli episodi, più o meno fortunati, a cambiare il corso delle cose e Benitez non è stato accompagnato dalla buonasorte: penso ad esempio alla eliminazione dalla Champions nonostante un ruolino di marcia impressionante nella fase a gironi. Ancelotti invece mi ha un tantino deluso. Era lui il tecnico ed era a lui che toccava di compiere scelte strategiche, che però non ho visto.

 

Anzi, a dirla tutta, ho registrato una ostinazione su alcuni aspetti, per esempio quella di non prendere e quindi di puntare su un centrale di centrocampo di grande spessore, che al Napoli sarebbe tornato utile come il pane. Ancora oggi non me ne capacito. Ripeto, scelte o se preferisce non scelte, che hanno cozzato col suo profilo internazionale. Da questo punto di vista solleverei il Presidente De Laurentis e il gruppo dirigente da responsabilità di sorta. E anche la piazza non ha colpe. Uno come Ancelotti, abituato a contesti di livello altissimo, non può farsi condizionare dalle pressioni che per una realtà come Napoli sono la regola.

 

Oggi c’è Gattuso. Secondo lei sta facendo bene? E soprattutto con lui il Napoli può gettare le basi per il futuro?

Gattuso non mi dispiace, è un passionale. È vero, non ha il blasone né di Ancelotti, né di Benitez. Ma si è lanciato a capofitto in una avventura irta di ostacoli, con una squadra demotivata, spenta, fiaccata da un morale a pezzi. Una situazione tutt’altro che ottimale e che, prima della vittoria con la Juve, lo ha subito proiettato in una posizione di rischio esonero, visto anche il malumore dei tifosi che cominciava a montare. Sarà il tempo a dirci se può essere lui il punto fermo su cui edificare il futuro, adesso però bisogna dargli fiducia.

 

Qualcuno può vedere in questa foto un messaggio subliminale di ciò che servirebbe con continuità al Napoli (Foto di SSC NAPOLI/SSC NAPOLI via Getty Images)

 

Ancora una domanda amarcord. Qual è stato l’attaccante più più le ha dato filo da torcere?

Posso dire con orgoglio di aver marcato e spesso fermato i più grandi della mia epoca, non soltanto di casa nostra. Alcuni erano davvero molto ostici, penso a Gigi Riva, a Bettega, a Paolo Rossi, ad un portento come Rummenigge. Ma mi lasci dire che anche loro, quando sapevano di dovermi incontrare, non facevano salti di gioia.

Cosa c’è invece nel futuro di Bruscolotti?

Voglio vivere una vita serena senza perdere la voglia e il piacere di muovermi e fare attività fisica. Di una cosa sono però certo: in me non solo non si spegnerà mai, ma non si affievolirà neppure, la passione per il calcio e per il Napoli.