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17 Ottobre

Beppe Viola, l’anticonvenzionale

Matteo Mancin

12 articoli
Ritratto della breve e memorabile esistenza di Pepinoeu.

Inserire Beppe Viola tra le grandi firme del giornalismo sportivo sfiora la forzatura. Ed anche provare a descriverlo e raccontarlo in qualche riga è impresa improba. Come tutti i geni, e lui senza dubbio lo era, anche Beppe è un personaggio difficile da schematizzare, da inserire in un numero di caratteri predefinito per essere impaginato per bene. Giornalista, più per portare a casa il pane che per vera vocazione. Ma come in tante altre cose, la sua arguzia e la sua tagliente vena ironica riuscivano ad imprimere un segno potente sulle sue produzioni, e quelle strettamente professionali non prescindono da questa regola.

I rapidi cenni storici ci fanno solo inquadrare meglio il contesto in cui questa creatura rara della cultura italiana muove i suoi felpati passi. Anzitutto Milano, quella degli anni Sessanta dove il giovane Viola viene assunto in Rai ad inizio del decennio della beat generation e delle contestazioni giovanili. Ma di certa gioventù polarizzata e politicizzata Beppe Viola non può fare parte, in ossequio alla sua diversità.  All’esame di stato per diventare giornalista è seduto dinnanzi alla commissione presieduta da un austero Enzo Biagi, che prova a creargli imbarazzo con una domanda politica, sempre molto delicata in quell’epoca:

“Fanfani è più verso destra o sinistra nello schieramento DC?”.

La faccia sorniona, con le palpebre cadenti ed una voce sempre leggermente annoiata di Viola che risponde un lapidario “Dipende dai giorni”, racconta molto della sua forza ironica, incapace di sottrarsi al gusto della battuta, anche feroce, nonostante le circostanze.

Beppe Viola nel 1982, in una delle rare foto che lo ritraggono

Inizia così, a metà strada tra la realtà e la leggenda metropolitana, la carriera di Beppe Viola nella TV di stato. Ma proprio questo ambiente così istituzionale poco si addice alle sue caratteristiche. Con La Rai sarà un continuo rapporto di odio/amore iniziato alla radio, con le radiocronache di “tutto il calcio minuto per minuto” e con i servizi per la TV e la domenica sportiva. Troppo fuori dagli schemi per essere giudicato affidabile dai suoi superiori, lo stesso Viola scherzava apertamente sulla cosa, affermando: “tengo duro per migliorare il mio record mondiale di mancata carriera”. Troppo intelligente e acuto per non accorgersi della freddezza, per essere eufemistici, che lo circondava nell’ambiente lavorativo, dove gli unici amici che poteva davvero annoverare erano Pizzul e Carlo Sassi. Esempi della sua diversità, di quel suo modo “altro” di fare giornalismo, ve ne sono a profusione.

In occasione di un derby milanese nel 1977, le due squadre meneghine non se la passano esattamente bene, mettendo di fronte due compagini modeste. Lo spettacolo che ne esce è poco più che penoso, ed ecco che Viola decide dunque in fase di montaggio di risparmiare le immagini di quello che lui stesso definisce un derby noiosissimo, un autentico derbycidio, preferendo i riflessi filmati di repertorio degli anni 60 in cui le due squadre si davano battaglia a suon di campioni in campo. Scelta contro-intuitiva, se vogliamo assolutamente contraria ad ogni regola del giornalismo, che impone il racconto fedele di quello che accade. Ma le infinite strade che la mente di Beppe Viola poteva prendere per raccontare un fatto, portavano a risultati come questi, dove per raccontare gli avvenimenti si poteva tranquillamente derogare alle regole.

Con la macchina da scrivere

Nella collezione di perle sparse che il nostro ha regalato a mamma Rai, troviamo un’indimenticabile intervista sul tram a Gianni Rivera, esempio non solo di giornalismo ma anche di tv non convenzionale e avanti nel tempo, se pensiamo che siamo negli anni 70, e il ritmo delle interviste era ancora perlopiù soporifero. Senza affittare il tram, senza accordarsi sulle domande, senza dover tenere distanti orde di tifosi, questa intervista ci restituisce, a distanza di anni, una dimensione di giornalismo e sport oramai sconosciuta. Nonostante queste, che noi possiamo considerare pagine di giornalismo con la “G” maiuscola, ma che nelle stanze dei bottoni Rai erano viste come bravate di un bastian contrario, Beppe Viola partecipa finalmente a partire dal 1979 alla conduzione della Domenica Sportiva, dove gli viene sempre affiancato un conduttore più classico e istituzionale, prima Tito Stagno e poi Adriano De Zan.

Viola cura quella che si potrebbe definire la parte del commento tecnico, che meglio si addice alle sue osservazioni puntute e mai banali, e si sposa alla perfezione con le incursioni di un mostro sacro del calcio scritto e parlato come Gianni Brera. I due viaggiano sulla stessa frequenza, Brera ne apprezza l’intelligenza e l’originalità, e con quel gusto tutto suo per i soprannomi lo ribattezza Pepinoeu. Dalla sua parte Viola lo aiuta nei tempi televisivi che non appartengono al maestro di San Zenone Po’. Dove la sintonia è totale è al tavolo, sia esso imbandito di cibo, vino, oppure occupato dalle carte.

Nottate. Nottate intere passate nella sua Milano, con quelli che erano i colleghi, ma anche con gli amici d’infanzia. Viola arriva da via Lomellina, una zona milanese popolata da persone impiegate perlopiù all’aeroporto, e nel suo palazzo conosce una ragazzina due piani più su, che diventerà poi sua moglie, e conosce il figlio di un pilota di origini meridionali a nome Jannacci, che diventerà dottore, ma è conosciuto ai più come lo scanzonato ed improbabile cantautore di quella Milano sempre appesa alle corde dell’ironia.

Un giovanissimo Enzo Jannacci

Assieme al suo inseparabile compagno Jannacci, Viola può finalmente dare libero sfogo alla sua vena da autore, mettendo la sua enorme intelligenza letteraria al servizio di una tagliente ironia, che si riversa in canzoni, libri e spettacoli. Un umorismo del tutto milanese, disincantato, con sempre presente una punta di velata ma ironica amarezza a firmare indelebilmente le sue opere.

In quelle interminabili nottate, per lui finalmente il Derby non era più solamente l’ennesima partita su cui cucire un commento originale se possibile, ma anche il locale dove nasceva tutta la comicità milanese, dove passavano personaggi che saranno poi protagonisti della scena televisiva e cinematografica, da Cochi e Renato, a Diego Abatantuono, a Teo Teocoli e Massimo Boldi. Sono tutti in qualche modo figli di Beppe Viola, che ricordano tuttora come loro compagno di serate passate a disegnare sketch comici e strimpellare canzoni non-sense, buone per gli spettacoli e anche per i dischi.

La famosa “Quelli che…” viene partorita dalla mente di Beppe Viola con l’ausilio alla chitarra del dottor Jannacci e troverà la sublimazione in quello che si può definire il manifesto postumo dell’opera e del lavoro svolto da Beppe Viola, nella magnifica e fortunata trasmissione televisiva che metteva insieme il calcio e il gusto per quella comicità così milanese, condotta da Fabio Fazio e Marino Bartoletti. Come amava spesso dire

Le telecronache si fanno per mangiare, le altre cose per vivere

e quindi per vivere si scrive, come ha fatto per anni per la rivista “Linus” o come ha fatto per il film “Romanzo popolare” grande successo del 1974 diretto da Mario Monicelli, dove lo possiamo anche intravedere come attore, in una scena in cui interpreta la “maschera” di un cinema di periferia, ostile all’ingresso in sala di una giovanissima e clamorosamente bella Ornella Muti. Sorge davvero il dubbio, scorrendo la carriera e la vita di Beppe Viola, che il meglio non sia stato dedicato allo sport e alla sua attività di giornalista. In parte è senza dubbio vero, perché la massima libertà espressiva si poteva avere solo lontano dalle catene rigide imposte all’epoca nella TV pubblica.

La stralunata visione del mondo di due amici, raccolta in un libro d’eccezionale valore

La realtà, invece, è che la sua figura da giornalista è oscurata solo dalla sua grandezza geniale, dimostrata come autore, umorista e scrittore, ma paragonato ai suoi colleghi del tempo stiamo comunque parlando di un gigante della professione. Beppe Viola era questo e mille altre cose. Era un nome e cognome che con il tempo si può scrivere tutto attaccato come un marchio registrato, perché il suo stile così peculiare ha finito per generare involontariamente il “violismo” ed una schiera di piccoli ed improbabili imitatori, che non disponevano però della sufficiente cultura dell’ironia per avvicinarsi all’originale. Tutto ha preso un’aura di copia sbiadita dalla sera del 17 ottobre 1982, quando Beppe Viola viene beffardamente tradito da quel cervello che tanto gli aveva dato in termini di genialità: un’emorragia celebrale lo strappa dalla vita a soli 42 anni, mentre con Carlo Sassi sta montando il suo servizio su Inter-Napoli di quella giornata di campionato.

Un servizio che verrà comunque firmato a suo nome e letto da Gianni Vasino in tono dimesso. Una partita che il Napoli rimette in piede negli ultimi minuti passando dal doppio svantaggio ad un insperato pareggio, preludio di un’ultima, fulminante battuta, che vede Viola chiedere a Giacomini, allenatore del Napoli, se il migliore in campo fosse stato San Gennaro. La sera stessa, un amareggiato e spaesato Gianni Brera abbozza il suo commento al campionato negli studi della Domenica Sportiva. Nei giorni seguenti, gli dedicherà uno dei pezzi più belli griffati dall’impietosa penna del maestro, un coccodrillo di appassionata bellezza, che lo rende ancora commovente alla lettura, a 36 anni di distanza.

L’ultimo scherzo beffardo, l’ultima provocazione irriverente, ha strappato al giornalismo uno dei suoi geni più brillanti al culmine della sua carriera, creandone una sorta di culto che si tramanda col tempo. Quando si ricorda Beppeviola, scritto tutto attaccato ovviamente, è sempre una compilation delle migliori interpretazioni, un continuo rimando alla leggenda di una Milano che non c’è più, dove ti potevi mettere seduto al tavolo di una pasticceria a creare un immaginifico “ufficio facce” per indovinare il tifo stampato sui visi degli avventori. E di facce, il poliedrico Giuseppe Pepinoeu Viola da via Lomellina, ne aveva molte, nascoste dietro le palpebre calanti, di chi non voleva arrendersi al grigiore di uno zero a zero.

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