Calcio
15 Agosto 2021

Berlino 1936, il Ferragosto d'oro del calcio italiano

La nazionale di Pozzo che vinse l'oro alle Olimpiadi.

La medaglia più bella da chi proprio non ti aspetti. 15 agosto 1936, le Olimpiadi di Berlino volgono verso il termine. Dopo una partita estenuante che si protrae fino ai tempi supplementari, l’Italia del calcio batte l’Austria 2-1 e si consacra campione a cinque cerchi. L’Olympiastadion deve applaudire undici universitari intorno ai quali regnava il più assoluto scetticismo. È un altro capolavoro, non certo l’ultimo in ordine di tempo, del CT vincente per antonomasia: Vittorio Pozzo


VERI OUTSIDER ACCADEMICI


Sul piano tecnico i calciatori italiani non sono certo i più forti. Non si può nemmeno dire che siano veri dilettanti ma nel 1936 in Italia il concetto di professionismo sportivo va ancora messo nero su bianco. Zero fuoriclasse dunque, ma gruppo di ragazzi volenterosi che ascoltano e applicano in campo le direttive del tecnico. Due anni prima Vittorio Pozzo ha condotto la Nazionale al successo iridato, salvando la faccia (e la panchina) al cospetto del Duce. Mussolini ha capito da tempo l’importanza propagandistica dello sport, in particolare del calcio, ed è certo che un buon piazzamento dei giovani calciatori universitari gli darebbe ulteriore prestigio agli occhi di Adolf Hitler. Se poi la medaglia fosse d’oro, allora sarebbe il massimo.

Il compenso dei giocatori presenti a Berlino viene definito assegno di studio. Non per lucro ma per diporto, con rimborso spese: questa è la versione ufficiale. Nella rosa ci sono giocatori dal grande futuro, come Foni e Rava, che negli anni successivi saranno i terzini della Juventus. Da calciatore Foni vincerà il Mondiale del 1938, come allenatore si aggiudicherà due scudetti con l’Inter nel dopoguerra. Ma in quel momento le star patinate del calcio italiano hanno altri cognomi. Ai ragazzi selezionati da Pozzo non manca la buona volontà. Manca l’esperienza e assemblarli come squadra in poco tempo non è affatto semplice. Per fortuna è assente una protagonista come la Cecoslovacchia, ma i pronostici generali dicono Germania, Norvegia o Austria.


INIZIO IN SORDINA


La partenza è sotto tono. Un po’ troppo, per i gusti dell’allenatore. La Nazionale vince a fatica contro gli Stati Uniti (1-0, rete di Frossi al 58′) in un match che prevede l’eliminazione diretta. Al termine, Pozzo striglia i suoi e nei quarti arriva una convincente vittoria sul Giappone (8-0, quattro reti di Biagi, tre di Frossi e sigillo finale di Cappelli. Avviene così la metamorfosi di un gruppo, evento che anni dopo Pozzo racconterà così:

«Con gli Stati Uniti effettivamente vincemmo, ma malamente: per 1-0. Con una rete di Frossi, l’opportunista, nel secondo tempo. Istruzioni ne erano state date e ribadite a iosa, ma, come succedeva spesso in squadre grandi e piccine, sul campo ognuno aveva fatto a modo suo. Dissi che non ero abituato a parlare a vanvera, e che, se qualcuno aveva l’intenzione di fare quello che gli pareva e piaceva, che me lo dicesse subito: io avrei piantato baracca e burattini e me ne sarei tornato a casa, dove mi attendevano compiti ugualmente impegnativi e più soddisfacenti forse. Fui preso sul serio. La prova provata la ebbi all’incontro seguente».


ANNIBALE IL CANNIBALE


Non è la variante italiana del “Silenzio degli innocenti”. Dopo due partite, c’è un attaccante italiano che è già andato a segno quattro volte. Si chiama Annibale Frossi, friulano della provincia di Udine, ha appena compiuto 25 anni. È un calciatore con caratteristiche particolari. Innanzitutto scende in campo indossando un paio di occhiali e lo fa a suo rischio e pericolo, causa miopia. Poi, a guardarlo in faccia, tutto sembra fuorché uno che gioca a calcio. Tratto distinto quasi sognante, capelli impomatati con la riga in mezzo, sembrerebbe più a suo agio con le mezze maniche del travet che in area di rigore, dove invece trasforma in gol ogni occasione buona.

Altra particolarità, è laureando in Giurisprudenza, pardon Legge. Ragazzo tranquillo, apparenza dimessa. Eppure, nei momenti che contano Frossi sfodera una grinta insospettata ed è soprattutto alle sue capacità realizzative che Vittorio Pozzo si affida. A conti fatti sarà l’unico giocatore ad aver segnato in tutte le partite dell’Olimpiade berlinese. Oggi lo definirebbero una seconda punta, nel 1936 è considerato ala. Velocità quasi inarrivabile, con e senza palla. Certo, gli occhiali rappresentano un limite, perché le capacità acrobatiche ne risentono, ma all’atto pratico se ne accorge soltanto il CT.


IN SEMIFINALE


Fino a quel momento non sarà stata una grande Italia, ma gli Azzurri sono comunque tra “le magnifici 4” e ciò che fino a quel momento non era stato neppure pensabile, ora lo si può perlomeno ipotizzare. Pozzo e i suoi “universitari” sono arrivati dove colossi come la Germania e l’Inghilterra hanno dovuto fermarsi. Assieme a loro sono rimaste Norvegia, Polonia e Austria ed è proprio contro i norvegesi che gli azzurri scendono in campo il pomeriggio di lunedì 10 agosto all’Olympiastadion di Berlino. I pronostici non ci daranno per favoriti, ma è pur vero che se un gruppo di ragazzi che a malapena si conoscevano ora sono in semifinale, non può essere proprio un caso. Né un miracolo dal cielo.

Certo, la Norvegia olimpica è di fatto la nazionale maggiore con poche varianti e per giunta ha estromesso la padrona di casa nel turno precedente, ma sulla nostra panchina siede il tecnico campione del mondo, uno che sa tirare fuori il meglio da chiunque. Dunque, comunque andrà ce la giocheremo. E vinceremo, anche. Il successo arriva nei tempi supplementari, segna per la quinta volta dall’inizio della competizione Frossi, rapidissimo a trasformare in rete una conclusione di Bertoni non trattenuta al portiere. L’Italia passa in vantaggio dopo un quarto d’ora del primo tempo con Neri, poi Brustad pareggia nella ripresa. Dopo il gol del “Cannibale” nell’extra time la partita si fa dura e l’Italia, che sul piano tecnico ha qualcosa in meno rispetto alla Norvegia, passa gli ultimi minuti arroccata in difesa.

Anche questa è una direttiva di Pozzo: saper soffrire quando serve.

Il fischio finale è una liberazione, i nostri universitari, sui quali nessuno avrebbe scommesso, sono giunti in finale e a questo punto aspettano solo di sapere il nome dell’avversaria. Il giorno dopo Austria e Polonia si affrontano nell’altra semifinale. Cambiano le squadre, non cambia il campo di gioco. Vince l’Austria per 3-1 e l’appuntamento con gli italiani è fissato al sabato successivo. Il pomeriggio di Ferragosto, penultimo giorno dei Giochi Olimpici di Berlino 1936.


LA FINALE DEI SOGNI


Sono le 17,30 in punto, l’Olympiastadion è pieno. Le formazioni. Italia: Venturini, Foni, Rava, Baldo, Piccini, Locatelli, Frossi, Marchini, Bertoni, Biagi, Gabriotti. Austria: E. Kainberger, Kargl, Künz, Krenn, Wallmüller, Hofmeister, Werginz, Laudon, Steinmetz, K. Kainberger, Fuchsberger. L’arbitro è il tedesco Bauwens, designazione che al nostro CT piace poco. L’Austria è data per favorita ma in campo la differenza non si vede. E se si vede, è a favore degli Azzurri che difendono con ordine, tengono bene a centrocampo e sanno tenere in apprensione la retroguardia avversaria. La partita è sostanzialmente equilibrata e primo tempo finisce sullo 0-0. Anche una medaglia d’argento sarebbe un successo, per come l’avventura era cominciata, ma ora che si è a lottare per la gloria, accontentarsi sarebbe un delitto. Anzi, peggio, sarebbe un grave errore.

Uno scorcio dell’Olympiastadion di Berlino durante le Olimpiadi

La svolta, o almeno così pensano tutti, avviene a 20 minuti dalla fine quando in mischia Frossi segna il suo gol numero 6. Un boato dagli spalti accompagna il cambio di risultato e l’esultanza in campo degli universitari italiani. Per di più, l’Austria sembra ormai alle corde. Tutto lascia supporre che la partita abbia poco da dire ma all’improvviso Kainberger trova la rete del pareggio. Una volta scoccato il 90°, all’arbitro Bauwens non resta che indicare i tempi supplementari. Le due squadre sembrano sfinite, ma passano due minuti e “Annibale il cannibale” lascia il segno per la seconda volta. Lo racconterà un giorno proprio l’autore del gol:

«Al 92′ minuto strappai la rete risolutiva. Centro di Gabriotti, magnifica finta di Bertoni che simulò un’entrata di testa. Irrompendo in piena corsa mi trovai il pallone sul sinistro. Sono sempre stato scarso e incerto su quel piede, ma quella volta colpii duro e secco: pallone in rete e più tardi il nostro tricolore si alzava superbo sul pennone più alto dello stadio, nel silenzio solenne di centomila spettatori».

Fare un gol di quell’importanza non ha paragoni. Poterlo anche raccontare a distanza di anni non ha uguali. Al termine della partita, Vittorio Pozzo e i suoi “discepoli-studenti” si abbracciano commossi. Loro ce l’hanno fatta, Mussolini ha avuto ciò che voleva. Impresa straordinaria con squadra arrangiata. 70 anni più tardi l’Olympiastadion di Berlino si sarebbe di nuovo tinto d’azzurro per incoronarci campioni del mondo. Altro contesto, altra fase storica, altro livello tecnico e tattico. Ma certe imprese non si fanno solo con i piedi.

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