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Tennis
13 Giugno

L’erba di Matteo è sempre più verde

Berrettini al rientro trionfa a Stoccarda.

Matteo Berrettini ha una dote unica: non delude mai. Non ha le stimmate del predestinato, e la sua ascesa è stata osservata con il distacco di chi si aspetta il contraccolpo, la caduta nel vuoto. Eppure Matteo picchia e corre, vince sempre quando può. Nessun rammarico esce dalle sue partite, quando perde è semplicemente perché l’avversario è più forte. Ecco perché il romano ha spesso steccato contro i primi giocatori al mondo, ma quasi mai con quelli più indietro in classifica.

Quando ha veramente seminato rimpianti l’ha fatto per un fisico non sempre indulgente con il suo tennis, così muscolare. I ricorrenti problemi agli addominali hanno minato il suo cammino molto spesso sul cemento, ma questa primavera un’ombra più densa aleggiava sul suo futuro. Toccare la mano dominante a un tennista, infatti, non è mai operazione frivola; intervenirci chirurgicamente anche meno. Tre mesi di stop forzato vissuti tra molte chiacchiere e incertezze.

La consapevolezza di perdere tutta la stagione europea sul rosso, con molti punti da difendere tra cui la finale 1000 di Madrid, e il ritorno nel momento più delicato, con la cambiale del ranking pronto a reclamare dazio in caso di prestazioni balbettanti. A fari spenti Berretto si è presentato a Stoccarda, smanioso di dimostrare di essere in Germania non per compiacere il suo sponsor (lo stesso che dà il nome al torneo tedesco), ma per riprendere il filo del suo gioco, riavvolgendo il nastro a un anno fa.



Se chiedessero a Matteo quale odore gli ricorda casa, probabilmente risponderebbe l’erba appena tagliata. Una fragranza che a noi ricorda l’estate, le maglie sudate e le scarpe sporche, le fughe mattutine da casa e i rientri al tramonto, a lui invece il talismano che lo riconcilia con il proprio tennis. Il suo servizio micidiale trova la sua naturale estensione su questa superficie, dove spesso diventa imprendibile. Il dritto penetrante completa l’opera laddove tornino risposte. Lo slice in back, perfezionato negli anni, su questi prati fende l’aria profondo rimbalzando basso e infido, consentendo a Matteo di difendere efficacemente anche il lato sinistro, tallone d’Achille del romano.

A Stoccarda Berrettini non ha mai perso. Dopo il titolo di tre stagioni fa, ieri è arrivata la seconda consacrazione nel Baden-Württemberg, aggiudicandosi lo scalpo prestigioso di un grande campione come Andy Murray. Lo scozzese non gode più del titolo di “Quarto”, tanto che i “Fab 4” sono stati ribattezzati “Big 3”, ma sui campi in erba il due volte campione di Wimbledon è sempre un avversario temibile. Anche con la sua anca in titanio ha saputo regolare nel torneo Tsitsipas e domare le stravaganze di Nick Kyrgios.

«Congratulazioni ad Andy, è un combattente incredibile. Io sto ancora imparando dal suo spirito combattivo, l’ho sempre guardato in TV ed è incredibile pensare di poter giocare contro di lui.»

Matteo Berrettini subito dopo la finale di Stoccarda.

Il torneo di Berrettini non è stato immacolato, ma il suo rientro è stato invece perfetto. Sarebbe stato ingeneroso d’altra parte pretendere il tennis migliore dal romano dopo la prolungata inattività, ma la sua mano non ha mai dato segni di sofferenza e soprattutto i colpi sembravano essere tutti tornati al proprio posto. Ci sono stati i momenti di difficoltà, nei singhiozzi dei set persi ai primi due turni o nel secondo parziale ceduto a Murray in finale.

Ma Matteo li aveva messi in conto. Non ha accolto i passaggi a vuoto con la stizza dell’arroganza, ma con la consapevolezza dell’umiltà. Senza dubbio la sua natura combattente e l’attitudine positiva ed equilibrata sono state le riscoperte più dolci di questo ritorno. Le vere armi del nostro migliore giocatore non l’hanno mai abbandonato, e sui campi spelacchiati di Stoccarda, Berrettini ha messo a servizio del sacrificio il suo talento.

«È incredibile, era l’ultima cosa che avrei immaginato quando sono arrivato qua. Tornare in questo modo, dopo la prima operazione della mia vita, era qualcosa che non mi sarei mai aspettato. Non ho giocato il mio miglior tennis nei primi turni, credo sia un successo molto speciale. Tre anni fa fu una delle migliori settimane della mia vita, mentre quest’anno non ero al meglio. È fantastico»

Matteo Berrettini subito dopo la finale di Stoccarda.

Punto dopo punto, il romano ha ricostruito il suo tennis in meno di una settimana. Non è tanto la vittoria di un torneo classe 250 quanto il successo in sé a giustificare tutta la gioia di un Berrettini finalmente raggiante. Il trionfo mancava proprio dal torneo del Queen’s, quasi un anno fa, e il sapore della vittoria dopo le incertezze della convalescenza rilanciano improvvisamente Matteo sul treno dell’entusiasmo.

Un passaggio necessario e obbligato per ricostruire la sua consapevolezza, necessaria ad affrontare la risicata manciata di tornei della stagione su erba. Sui prati il tennis si ammanta del fascino più puro di questo sport, quello che il compianto Gianni Clerici chiamava dei “gesti bianchi”. Per Matteo sono i tornei più preziosi; perché noi, Paese di terra e sabbia, abbiamo partorito un erbivoro. Un ragazzo che può finalmente chiamare questa superficie “casa”.

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