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16 Aprile

Da quando Bielsa è andato via, a Leeds c’è aria di festa

Valerio Santori

31 articoli
Per i giocatori, ancor prima che per i tifosi.

Quando a marzo il neoallenatore del Leeds Jesse Marsch,dopo la splendida vittoria in rimonta per 2-3 in casa del Wolverhampton, ha comunicato ai suoi giocatori la decisione di concedergli ben cinque giorni di riposo, lo spogliatoio è esploso in una clamorosa e trepidante ovazione. Lo ha raccontato il giornalista inglese David Coverdale in un articolo sul Daily Mail pubblicato pochi giorni fa, citando anche altre conseguenze del netto cambio di metodi di allenamento seguito all’esonero di Marcelo Bielsa:

«Marsch ha reintrodotto i giorni di riposo. Erano così rari quando c’era Bielsa che la moglie di un giocatore si era lamentata del poco tempo che il marito passava con i figli».

Per chi ha approfondito un po’ la conoscenza del tecnico rosarino, andando oltre i fiumi di retorica che abitualmente ne compongono l’immagine, queste “rivelazioni” possono divertire ma non sorprendere. Sulla nostra rivista avevamo già a provato a smontare il mito che lo dipingeva come l’ultimo essere umano rimasto sulla terra, mettendo in evidenza invece la sua assurda pretesa di trasformare i calciatori in robot, figlia di un’ossessione tattico-statistica che a sua volta è, molto probabilmente, la risposta a un’ansia da prestazione abbastanza pericolosa. Pericolosa, sì, perché quando si arrivano a concepire metodi di allenamento totalitari come le famose sessioni di “murder ball” (“palla assassina”) – temutissime da tutti i calciatori che gli sono capitati a tiro –, l’infortunio è dietro l’angolo. 

Immaginiamo invece che chi si nutre abitualmente di pane e bielsismo, seguendo pedissequamente gli oracoli che pure in Italia hanno decantato per tanto (troppo) tempo le gesta di un tecnico tramutato in profeta, l’aria di festa che da qualche tempo si respira a Leeds possa sembrare strana o addirittura assurda. Lele Adani ad esempio, dal suo anfratto nel deep web italico (si parla della Bobo TV), si era già scagliato contro l’intera dirigenza peacocks dopo le prime due partite perse dall’usurpatore Jesse Marsch.

Col fare ironico e sornione di chi ha capito tutto nella vita aveva fatto i complimenti «alla proprietà del Leeds che ha detto ‘lo spogliatoio non lo segue più, i ragazzi avevano bisogno di una scossa’. Ha perso contro nona e dodicesima in Premier League. Bielsa ha perso contro Liverpool e City. Complimenti per la scelta. Chi sa di calcio fa le scelte giuste, io auguro il meglio al Leeds e a chi ha fatto questa scelta che si sta rivelando produttiva…». 



Ironia della sorte, a distanza di un mese la scelta di esonerare Bielsa si è rivelata davvero molto produttiva. Dopo le prime due sconfitte infatti il Leeds ha inanellato un filotto di tre vittorie (contro Norwich, Wolverhampton e Watford) e un pareggio (contro il Southampton) in quattro partite, che lo sta proiettando verso una salvezza quasi insperata quando al comando c’era il rosarino. E così tre giorni fa nel corso di un’intervista a talkSPORT Marsch si è tolto pure qualche bel sassolino dalla scarpa, accusando apertamente il suo predecessore di avergli lasciato una squadra «fisicamente, psicologicamente ed emotivamente in difficoltà», e scacciando via una volta per tutte il suo fantasma da Elland Road:

«Si vedeva anche da un chilometro sulle facce dei calciatori, potevi vedere che al 15esimo minuto alcuni di loro erano già scoppiati. Non dovrebbe essere così. […] Il problema degli infortuni, per me, è dipeso fondamentalmente dai metodi di allenamento finora utilizzati».

Ed è davvero lunga in effetti la lista dei “caduti del murder ball”, che quest’anno ha compromesso la stagione del Leeds (tra i tanti, i fondamentali Patrick Bamford, Kalvin Phillips e Liam Cooper che hanno saltato gran parte della stagione). Non c’è proprio da meravigliarsi, dunque, che sia stato in primo luogo il gruppo squadra ad accogliere la cacciata di Bielsa come la più lieta delle notizie.

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Dal canto nostro, invece, ci rallegriamo di una notizia ancora più lieta: finalmente dopo questa intervista di Marsch abbiamo un termine univoco con cui descrivere quell’insieme di “ossessioni totalitarie” che si riverberano nei metodi di allenamento del rosarino e dei suoi epigoni: “over-training”. Un’espressione che oltremanica sta accendendo per la prima volta un vero dibattito intorno a una certa concezione del calcio, ci auguriamo il più proficuo possibile. In fondo di over-training aveva già parlato in una recente intervista anche Pablo Cavallero, portiere di quella nazionale argentina che nel mondiale 2002 – sotto la guida di Bielsa – riuscì nella clamorosa impresa di uscire ai gironi nonostante i vari Ayala, Samuel, Simeone, Aimar, Veron, Zanetti, Batistuta, Crespo etc.:

«Era come quando accordi una chitarra, avevamo stretto così tanto le corde da farle saltare. Arrivammo al mondiale iper-stressati ed esausti». 

E viene allora da chiedersi una volta ancora, con gli occhi fuori dalle orbite: “perché tutto questo?? Perché la murder ball? Perché l’ossessione statistica? Perché??”. Servisse almeno a vincere qualcosa, l’allenamento maniacale avrebbe pure un senso… Ma se il risultato dell’”over-training” è sempre e comunque il fallimento, dato che i “successi” di Bielsa risalgono al millennio passato, perché continuare a prendere a modello una concezione del calcio così stressante e insieme controproducente? Insomma, la domanda non è perché a Leeds si faccia festa ogni giorno da quando Bielsa è stato cacciato, e di conseguenza perché la squadra sia in netta ripresa. La domanda è per quale motivo si continui con il mito – alimentato da autorevoli giornalisti sportivi, ma puntualmente smentito dai fatti – del “miglior allenatore del mondo”.

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