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Calcio
5 Settembre

Bielsa e la rinascita del Leeds United

La chiave del successo è la semplicità.

In Inghilterra viene usata un’espressione traducibile con “i giganti dormienti”, che raggruppa tutti quei club che hanno fatto la storia del campionato d’oltremanica ma che adesso non sono più in grado di calcare con continuità palcoscenici di rilievo. Uno di questi è il Leeds United, che ormai da 14 anni non riesce a tornare nella massima serie. Stabilmente al vertice tra gli anni sessanta e settanta, ottenne l’ultimo trofeo nel 1992, quando conquistò il suo terzo titolo nazionale, avendo potuto contare su un giovane Eric Cantona. Da allora si è assistito ad un progressivo ridimensionamento, che, dal 2004, ha costretto la compagine a rimanere impantanata nel purgatorio calcistico della seconda serie.

 

Cantona in azione durante Leeds United v Wimbledon del 15/8/92 (foto Action Images)

Soltanto un allenatore soprannominato “El Loco” avrebbe avuto il coraggio e la sfrontatezza di accettare un incarico sulla panchina di una squadra del genere. Ad un primo impatto Marcelo Bielsa potrebbe far sorgere qualche dubbio sulla consistenza dell’alone mitico che lo contraddistingue. Dalle tribune appare come un sessantenne ormai stempiato che curiosamente segue tutto lo svolgersi della partita accovacciato su di un contenitore del ghiaccio. Quando lo sguardo, però, volge sulla sua squadra, è impossibile non rimanere colpiti. La sua “monade calcistica, votata al dinamismo e ad un asfissiante pressing alto, dopo cinque partite è ancora imbattuta, e con 13 punti comanda la classifica insieme al Middlesbrough. Il tabellino registra che il Leeds ha già segnato 14 gol, che vogliono dire quasi tre reti a partita.

Considerato come colui che incarna la terza via del calcio argentino, ha interiorizzato sia i concetti del “FlacoMenotti, sia di Carlos Bilardo. Del primo ha assorbito l’idea estetica del calcio, intendendolo come un vero e proprio piacere per gli occhi, che ha il merito di soddisfare anche i palati più fini. Dall’altro, invece, ha appreso un solido pragmatismo. Niente è lasciato al caso ed all’improvvisazione, ogni suo calciatore sa perfettamente cosa deve fare e quale sia il suo compito.

 

Bilardo con il più grande di tutti

 

Il merito di questa scelta va attribuito senza alcun dubbio alle due figure dirigenziali di spicco del club, il presidente, l’italiano Andrea Radrizzani, ed il direttore sportivo Victor Orta. Dopo il tredicesimo posto della scorsa stagione ed il conseguente esonero del manager Paul Heckigbottom, i due avevano in mente di effettuare un colpo dallo spessore internazionale, che avesse la forza di rompere l’incantesimo che intrappola i gialloblu in Championship, tentando di ritornare finalmente in Premier League. Si presentava come un progetto dalle prospettive ambiziose e che sarebbe potuto facilmente naufragare, non potendo puntare sull’appeal del club. La lista iniziale dei candidati era molto folta, con il passare del tempo si è poi virato verso il tecnico argentino, che necessitava di un progetto che possedesse le caratteristiche adatte a coesistere con la propria visione del calcio.

A detta del presidente, subito dopo avergli accennato di un possibile interessamento, in meno di una settimana si è messo a visionare la spropositata cifra di 51 partite della squadra. Le sue prime parole in conferenza stampa hanno mostrato chiaramente le doti umane che lo contraddistinguono, come la grande umiltà e la sottile empatia. E’ riuscito a colpire i presenti affermando che, nonostante potesse vantare un curriculum che lo ha visto, per esempio, sulla panchina dell’Argentina e vincitore di due titoli nazionali con il Newell’s Old Boys, si sentiva onorato di trovarsi a far parte di un club, che ha definito più grande di lui stesso.

 

Nel 2012, contro Pep, alla guida del Bilbao (foto LLUIS GENE/AFP/Getty Images)

 

Durante la pre-season ha trasformato il centro sportivo di Thorph Arch in un vero e proprio fortino, facendolo diventare il centro delle vite dei giocatori e del suo staff. Come riporta il Guardian, in seguito alla vittoria per tre a zero sul campo del Norwich City, l’ala macedone Ezgjan Alioski ha rivelato dei particolari interessanti sulle abitudini del Loco. Ogni giorno i tre turni di allenamento raggiungevano complessivamente le 12 ore. Partenza alle 8 del mattino per arrivare fino alle 19, con il consiglio, poi, di passare la notte nel centro sportivo per rimanere maggiormente coinvolti e concentrati. Un approccio che, soprattutto in terra inglese, storicamente non ha mai trovato molti estimatori, preferendo lasciare ampio spazio alle vite private dei calciatori.

 

La disciplina e lo spirito di gruppo, però, fanno parte del background del tecnico di Rosario. Sin dai tempi in cui allenava una squadra universitaria di Buenos Aires munito di vocabolario sottomano, assicurandosi, così, che i suoi ragazzi gli rispondessero sempre nel modo che più si addice ad uno studente. Nella sua avventura inglese ha deciso di costringere i suoi ragazzi a pulire da cima a fondo il proprio fortino. Tre ore di lavoro che nelle intenzioni di Bielsa dovevano far capire quali e quanto ingenti fossero gli sforzi compiuti dai tifosi per assicurarsi il biglietto per una partita.

 

E non importa se il suo inglese non sia, per usare un eufemismo, ancora accettabile. Da tradizione gli argentini non hanno molta dimestichezza con la lingua del bardo Shakespeare. Ci accontenteremo delle sue interviste in cui invano prova a tirare fuori qualche parola, finendo per affidarsi, in maniera quasi malinconica, all’interprete. Il cantiere è appena aperto, la rivoluzione solo all’inizio, ma Leeds si sta preparando a diventare la patria del credo di Bielsa.

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