Regina: «Che gioco possiamo inventare qui, in questo giardino, per mettere in fuga l’angoscia e l’inquietudine?».

Prima dama: «Signora, potremmo giocare alle bocce».

Regina: «Mi farà pensare che il mondo è pieno di ostacoli e che la mia fortuna corre come un peso, sbilenca».

 

William Shakespeare, Riccardo II, III atto

 


 

Nei piccoli paesi italiani la modernità arriva sempre in ritardo. La novità fa fatica ad insinuarsi tra le vecchie consuetudini e ad imporre le nuove tendenze. Nella memoria di chi scrive c’è un dopolavoro in un borgo di settecento abitanti, ci sono le urla dal cortile, intervallate da dei colpi sordi, degli scontri tra oggetti pesanti. Ci si affacciava e si vedeva un buon numero di uomini radunati intorno ad un rettangolo, attenti osservatori di sfere massicce che a volte rotolavano a terra, altre volte volavano.

 

 

Tra un lancio e l’altro, un bicchiere di vino allungato con la gazzosa e un po’ di polvere. A volte qualcuno dei più bravi per qualche giorno non si vedeva più nel campetto del dopolavoro. Quando tornava, mostrava fiero una tuta e un borsone decorati dai simboli della società bocciofila per la quali giocava, girando tra un bocciodromo e l’altro per fare tornei. Erano gli indizi che esisteva un mondo esterno, una realtà parallela in cui il gioco delle bocce era diventato qualcosa di più di un passatempo da osteria.

 

 

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Il gioco delle bocce in spiaggia: un evento a cui tutti abbiamo preso parte almeno una volta nella vita

 

 

Se si osserva bene il dipinto Gioco di fanciulli di Pieter Bruegel il Vecchio, datato 1560, si possono notare delle persone che sono chine verso terra e stanno lanciando delle sfere. Il gioco delle bocce era diffuso già allora in Europa, ma pare che fosse molto più antico, che risalga addirittura agli albori della civiltà. A Catal Huyuk, Turchia, tra i reperti neolitici scoperti ci sono sfere di pietra risalenti a settemila anni prima di Cristo. Dopo diverse nuove scoperte di reperti con datazioni sempre più recenti, si può dire che gli uomini abbiano giocato a bocce durante tutte le fasi cruciali della sua storia occidentale: l’antico Egitto, l’antica Grecia e l’antica Roma.

 

 

Le prime testimonianze del gioco delle bocce in Italia risalgono a tre secoli prima di Cristo, come testimoniano le otto sfere e un boccino trovate a Pompei, in un edificio poi chiamato bocciodromo. Pare che Ottaviano Augusto possedesse un set di pilis ligneis ludere – la versione antica delle moderne bocce – in legno d’ulivo. Quando tutta Europa è diventata Roma, anche le bocce si sono diffuse fino al limes imperii.

 

 

Il gioco ha poi subìto fasi altalenanti di successo e declino, dovuto soprattutto a numerosi divieti imposti dai sovrani inglesi del Basso Medioevo, che consideravano le bocce una pratica rumorosa e spesso pericolosa. Le risse durante le partite fuori dalle osterie erano diventate fuori controllo, e finivano spesso con un cadavere sul campo da gioco. Il riscatto è avvenuto grazie a Diderot e D’Alambert, che hanno  inserito le bocce in una delle voci della celebre Encyclopedie; questa sorta di legittimazione che ha riportato il gioco, insieme alle sue urla, nelle piazze d’Europa.

 

Il bellissimo quadro di Bruegel, che ha anche una pagina Wikipedia dedicata con tanto di legenda dei vari giochi (tra cui le bocce)

 

 


Le bocce in Italia


 

Il primo tentativo di codificare un gioco che rischiava sempre di precipitare verso derive violente è stato del bolognese Raffaele Bisteghi, autore del manuale chiamato: Il giuoco pratico o sieno capitoli diversi che servono di regola ad una raccoltà di giuochi più praticati nelle conversazioni d’Italia, pubblicato nel 1853. In questo testo Bisteghi illustra le regole di quello che chiamava il giuoco delle bocchie (per i toscani pallottole).

 

 

Come spesso accade nella storia dello sport italiano, è a Torino che si formalizzano le bocce: nel 1873 nasce la Cricca bocciofila dei martiri, chiamata così perché i giocatori si radunavano davanti la chiesa dei Santi Martiri. Sempre a Torino, nel 1897, nasce l’Unione bocciofila piemontese, una federazione che ha raggruppato ben quindici società sportive del Piemonte e le ha raccolte a Rivoli, nei pressi del castello dei Savoia. In questo periodo di industrializzazione, gli imprenditori favorivano lo sviluppo del gioco nei circoli dei lavoratori, un passatempo utile ad ammorbidire gli umori stanchi degli operai.

 

 

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Il gioco delle bocce è rito di popolo, costume secolare, tradizione viva

 

 

Nel ‘900 le bocce sono più di un gioco. Durante i Giochi Olimpici di Parigi nel 1924 si svolgono delle partite a scopo dimostrativo, che non portano però all’ammissione della disciplina alle Olimpiadi. Una storia simile, ma con un finale diverso è quella del curling: gioco dimostrativo ai Giochi del ’24, è stato ammesso tra gli sport invernali di Nagano nel 1998.

 

 

Paradossalmente lo sviluppo delle bocce in Italia tra le due guerre è dovuto a un declassamento del gioco. Nel 1926 le bocce sono riconosciute dal CONI; tre anni dopo, per iniziativa del segretario del partito fascista Filippo Turati, passano sotto l’Organizzazione Nazionale Dopolavoro. Questo è il periodo in cui il gioco esplode e si sviluppa in tutta Italia e in America Latina, esportato dagli emigrati italiani.

 

 

Con i francesi ci alterniamo da quasi un secolo sulla vetta delle maggiori competizioni mondiali di bocce, alle quali hanno partecipato o partecipano oltre settanta nazioni da tutti i continenti. Le tre specialità delle bocce sono la raffa, il volo e la petanque, quest’ultima prediletta dai francesi e anche dai piemontesi. Nella raffa si deve colpire un oggetto (pallino, boccia avversaria o boccia propria) previa indicazione del tiratore stesso. Si può fare al volo oppure con l’ausilio del terreno. La boccia è valida se viene collocata entro tredici centimetri dal bersaglio. Nel volo entro cinquanta centimetri. La petanque è una specialità che si gioca con bocce di minor dimensione, lanciate senza staccare i piedi dal terreno.

 

 

 


Storia recente


 

Manualità, sangue freddo, concentrazione, forza e precisione sembrano tutti requisiti adatti a uno sport, non solo a un gioco da spiaggia o da osteria. Alle abilità individuali che le bocce richiedono si devono aggiungere anche quelle collettive: giocare a bocce significa condividere uno spazio stretto, spesso con dei compagni di squadra, con degli avversari, con degli amici e con degli sconosciuti. Questo significa che si deve avere una spiccata socialità. Il padre di chi scrive, al mare, trascorreva giornate intere sui campi di bocce dei lidi più attrezzati. Non c’era nessuno dei suoi amici del dopolavoro, ma con le bocce in mano ne trovava decine di nuovi ogni volta.

 

 

Le bocce sono tuttora un gioco che fatica a farsi largo tra le pratiche considerate più nobili. In Francia è stato istituito un comitato per far entrare i boules sports tra quelli ammessi alle Olimpiadi di Parigi del 2024. Il loro sito è tappezzato di foto di celebrità in bianco e nero che tengono in mano una boccia da petanque colorata. Tra loro ci sono Franck Provost (quello dello shampoo), Cara Delevigne, Christian Karembeu e Charles Leclerc. Lo slogan recita:

 

De nombreuses personnalités nous soutiennent déjà? Pourquoi pas vous ? (Molte personalità già ci sostengono, perché non tu?).

 

Un’ammissione ai Giochi Olimpici contribuirebbe a pulire le sfere da una patina di pregiudizi, che ne limita la diffusione tra fasce di età avanzate e un manipolo di giocatori professionisti. Le bocce sono storia, ma la storia la scrivono i vivi.

 


Foto di Markéta Machová, Pixabay