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Storie
12 Giugno

Boleyn Ground

Lorenzo Santucci

44 articoli
Il mito di Bobby Moore, le vicende di uno storico quartiere di Londra. Lo stadio che non tornerà più.

Nella città che ha maggiormente subìto il processo di industrializzazione, che si è vestita di grigio per il fumo che esce dalle fabbriche, non può non esserci un forte radicamento al territorio. La working class londinese è una realtà delle strade della capitale inglese e ne costituisce il cuore popolare, l’anima proletaria. Prendendo in prestito il concetto marxista di alienazione religiosa, per il filosofo tedesco l’uomo si fa altro in Dio fuggendo i propri problemi terreni; proiettando un’immagine di sé che è rivestita dell’astrazione. Se è possibile spostare questo concetto su “la prima cosa importante delle cose meno importanti”, citando Arrigo Sacchi, l’uomo si rifugia nel calcio per scappare dalla realtà quotidiana che spesso e volentieri lo affligge.

 

Questa dottrina mistica, il pallone, ha ovviamente un luogo di culto, dove i fedeli si recano per professare la propria fede. A Londra ce ne sono moltissimi, a dimostrazione di un’appartenenza molto sentita al quartiere dove si cresce. Nell’ala est della città, fino a circa un anno fa, avreste trovato uno dei luoghi simbolo di questa religione laica: Boleyn Ground, meglio conosciuto come Upton Park, la casa del West Ham United, una delle squadre più operaie del calcio inglese.

 

La Upton Park tube station.
La Upton Park tube station

 

Voler esaltare la cultura di quartiere è codice della tradizione sportiva. Il nome da cui ha preso spunto lo stadio degli Hammers fa riferimento ad Anna Bolena, donna per la quale il re inglese Enrico VIII ha sfidato la Santa Chiesa di Clemente VII nel 1544, dando inizio alla corrente anglicana con il celebre Atto di Supremazia. Ebbene, proprio in quell’anno la seconda moglie del re inglese soggiornò in quel castello, che in suo onore prese il nome di Boleyn Castle: circa tre secoli e mezzo dopo, lì a fianco, è sorta la casa di una delle squadre più operaie di tutta Londra. I martelli, simbolo inconfondibile del West Ham, che capeggiano davanti all’entrata dello stadio, simboleggiano fedelmente il passato e la storia di questo club, fondato da portuari. Bolle di sapone, odore di fish and chips e tanta passione erano la cornice di ogni week end nel quartiere di Newham.

 

La festa del popolo si realizzava all’interno dello stadio, una vera e propria seconda casa per il tifoso hammers. Quell’atmosfera singolare e allo stesso tempo rituale da quelle parti non si sarebbe poi trasposta alla stessa maniera nel nuovo stadio dove il West Ham attualmente gioca. Trasferitosi ad inizio stagione scorsa nello stadio olimpico costruito per le Olimpiadi di Londra 2012, i risultati hanno stentato ad arrivare. Come se quella pista d’atletica che divide il campo dai tifosi pesasse terribilmente. Come se Boleyn Ground volesse vendicarsi. Il West Ham non può vantare di certo i successi delle grandi potenze inglesi: tre Coppe d’Inghilterra e una Community Shield in territorio nazionale, un Intertoto ed una Coppa delle Coppe invece in campo europeo. Una storia fatta quasi esclusivamente di passione, di un impianto che ogni anno è stato complice ed alleato dei successi della squadra londinese. E non importa che quelle vittorie fossero salvezze all’ultima giornata o qualificazioni per le coppe europee. Quando il West Ham chiamava, Upton Park rispondeva.

 

La quiete dopo l'ultima tempesta: 10.05.2016, ultima apparizione del Boleyn Ground
La quiete dopo la tempesta: 10.05.2016, ultima partita – e bevuta – al Boleyn Ground

Il prato dell’Upton Park è stato solcato dai più grandi giocatori inglesi di sempre (il Chelsea, ad esempio, deve molto ai martelli per aver lanciato due storiche bandiere Blues: John Terry e Frank Lampard) e del passato. Ovviamente, il giocatore simbolo sta sotto la voce di Bobby Moore. Quindici anni di onorato servizio, con 544 partite condite da 24 gol. Ah, di ruolo era difensore. Un vanto enorme per i West Ham l’aver avuto il capitano della nazionale inglese campione del mondo come bandiera, tanto da dedicargli una tribuna all’interno dello stadio. Il suo volto compare sui biglietti casalinghi. Infatti, sopra uno di essi, trovavate scritto: “Moore than a club”, in risposta al motto catalano. Ma possiamo anche ritrovare un po’ di Italia in questo luogo di culto laico.

 

Paolo Di Canio è sicuramente uno di quelli che ha incarnato perfettamente la mentalità del club e dei tifosi. Nel ’98 inizia ad indossare la casacca celestino-bordeaux che toglierà quattro anni e mezzo dopo. Durante questo arco di tempo, il giocatore romano realizza il gol che i tifosi hanno scelto come il più bello mai siglato ad Upton Park. Stagione 1999/2000, il West Ham ospita il Wimbledon. Cross di Sinclair a tagliare tutta l’area di rigore, palla che arriva verso il numero dieci che con una sforbiciata al volo di destro insacca nell’angolo opposto. “This is sensational!” è la reazione a caldo di Martin Tyler.

 

Il gol di Paolo Di Canio contro il Wimbledon
Il gol di Paolo Di Canio contro il Wimbledon

 

Altro match entrato nella storia dell’impianto vede ancora una volta Di Canio protagonista. Questa volta è il Bradford a venire a giocare in casa degli Hammers. Nel secondo tempo il risultato è di 2 a 4 per gli ospiti. Dopo il secondo rigore non concesso, Di Canio compie una sceneggiata entrata negli annali: si avvicina infuriato verso Redknapp (l’allora allenatore del West Ham) chiedendo la sostituzione. Richiesta rifiutata e Di Canio che torna in campo. Per fortuna della squadra di casa. Al 20’ della ripresa finalmente viene concesso un rigore al West Ham. Un giovane Frank Lampard prende la palla per tirare dal dischetto ma si scontra con un Di Canio che non ne vuole sapere: tre a quattro e partita riaperta. Arriva il pareggio, e ad una decina di minuti dalla fine l’attaccante italiano ricambia il favore per il centrocampista: palla messa in mezzo e Lampard che firma la vittoria. Le parole di Redknapp in sala stampa sintetizzano:

 

“Questo match rappresenta ciò che è il calcio per i tifosi”.

 

Se un tifoso ha avuto la fortuna di entrare dentro quello stadio, sapeva di non andare a vedere una semplice partita di calcio. Era uno spettacolo intriso di tifo, passione e goliardia. Come in tutti gli impianti inglesi, con il governo di Margaret Thatcher ha avuto inizio la rivoluzione del calcio britannico; aumento sul prezzo dei biglietti e conseguente uscita di scena del ceto popolare dagli stadi di Premier – qualcuno, a dire il vero, ha resistito all’urto. Ma Boleyn Ground ha mantenuto il suo fascino. L’ultima partita giocata qui, un West Ham-Manchester Utd valido per l’Europa League, ha rappresentato la chiusura di un romanzo iniziato centododici anni prima, conclusosi con il colpo di testa di Reid, un giocatore qualunque, come la gente che tifa questa squadra. Perché Boleyn Ground è capace di portarti in cielo anche solo per novanta minuti, facendo sentire Re persone della working class.

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