Epoca è uno dei grandi prodotti del giornalismo italiano del Novecento che più mancano nel panorama informativo contemporaneo. Una rivista capace, non solo, di produrre cultura, ma di essere, essa stessa, cultura: sulla carta lucida e patinata del periodico edito da Mondadori, infatti, sbarcò nel nostro Paese una nuova modalità di fare giornalismo, fondata sull’inchiesta, il reportage, il servizio fotografico. E sulla commistione di diverse personalità e individualità per ottenere un prodotto sempre diverso, ma unico in ogni sua uscita.

 

Epoca ha avuto nella sua redazione un futuro presidente del Consiglio (Giovanni Spadolini), dei grandi nomi del giornalismo italiano (Aldo Borrelli, Cesare Zavattini, Alberto Cavallari), un poeta di primo piano come Aldo Palazzeschi; ha, unica in Italia, ospitato in anteprima la pubblicazione del racconto Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway; ha prodotto reportage fotografici unici nel suo genere con Giorgio Lotti; tuttavia, a oltre vent’anni dalla sua chiusura il suo ricordo è affidato principalmente alla profonda suggestione tuttora espressa dai lavori realizzati per la testata da un solo personaggio, Walter Bonatti.

 

Il celebre alpinista ed esploratore seppe, dopo aver terminato formalmente la carriera di scalatore, reinventarsi cronista per Epoca. E a farlo nella maniera più consona alla sua personalità: garantendo al settimanale milanese una serie di reportage realizzati dai luoghi più impervi e inospitali del pianeta, in cui Bonatti seppe immergersi unendo al carisma dello sportivo e dell’uomo di avventura capacità cronistiche insospettabili, tuttora premiate dalla continua pubblicazione dei suoi scritti o di suoi lavori inediti.

 

La passione di Walter Bonatti nero su bianco

 

Arrivato al non plus ultra della sua carriera nell’alpinismo estremo con la prima salita in solitaria mai realizzata nella parete nord del Cervino (febbraio 1965), Bonatti intraprese la sua collaborazione con Epoca che sarebbe durata fino al 1979. Quello di Bonatti per il settimanale milanese sarebbe stato un vero e proprio giro del mondo, la cui fase più intensa si sarebbe concentrata proprio tra il 1965 e il 1970.

 

Anno, quest’ultimo, della pubblicazione di un interessante e indimenticato numero monografico di Epoca dedicato proprio al giro del mondo dell’alpinista. Dalle pagine, consultabili liberamente online, del numero si può cogliere la forza del rapporto tra Bonatti e la natura da lui esplorata, il timore reverenziale verso la storia dei luoghi toccati e, al tempo stesso, la profondità del suo stile giornalistico. Fortemente innovatore, capace di coniugare racconto e immagine laddove a essere descritti sono luoghi quali l’Isola di Pasqua, le isole Marchesi, il deserto australiano. Scrive Bonatti proprio in riferimento all’isola dei moai:

 

“È un piccolo lembo di terra corrosa dalle onde e quasi completamente spazzata dal vento. Eppure, per un nucleo di uomini tenaci, venuti dal mare, quest’isola aveva forse rappresentato la Terra promessa”.

 

E poi prosegue, inaugurando un servizio che ha voluto dedicare alla “fede incrollabile” degli abitanti da Rapa Nui:

 

“Padroni e, al tempo stesso, prigionieri dell’Oceano questi antichi polinesiani l’avevano trovata al di là dell’orizzonte”.

 

Non c’è alcun “fardello dell’uomo bianco” che percepisce un presunto grado inferiore di civiltà nel racconto di Bonatti. La sua capacità di immedesimazione è notevole e gli consente di apparire al lettore in secondo piano, di camuffare la centralità della sua esperienza nel racconto mettendo al centro le unicità del pianeta.

 

Bonatti, esploratore oltre i confini del mondo

 

A Sebanga, a Sumatra, nel 1968 Bonatti si mise sulle piste delle tigri; l’anno precedente, nell’Orinoco venezuelano, avrebbe cercato di contattare le tribù indigene dell’Amazzonia profonda; alle isole Marchesi si mise sulle tracce del viaggio autobiografico narrato da Herman Melville, attestandone l’autenticità.

 

Vi è spazio anche per l’impresa sportiva nel “giro del mondo” di Bonatti. Il sogno verticale dell’alpinismo si unisce all’ampiezza di orizzonti dell’esploratore: nei giorni in cui il “giro del mondo” entra agli onori delle cronache dei lettori di Epoca Bonatti sfida il monte Aconcagua, in Cile, che con i suoi 6957 torreggia nella cordigliera delle Ande. Il tutto dopo aver raggiunto a piedi Capo Horn attraverso la Terra del Fuoco.

 

Il reportage è un’arte, serve carisma a chi lo realizza per evitare di mettersi, inevitabilmente, al centro della scena. Bonatti riesce a performare eccellentemente, usando la perizia dell’alpinista che forgiava a mano i chiodi che utilizzava per le sue scalate. Una delle conseguenze più inattese e controproducenti della globalizzazione è stata la sua spinta ad anestetizzare fantasia e immaginazione nella nostra società contemporanea. Il mondo del benessere celebra i “creativi”, o supposti tale, non i sognatori.

 

Scalatore dell’impossibile: Walter Bonatti rappresenta la faccia migliore dell’Italia. Quella eroica e indomita.

 

Per questo l’attestazione di meraviglia che Bonatti mette nero su bianco nei suoi reportage può sembrare, a prima lettura, ingenua. Siamo abituati a dare per scontata la conoscenza, superficiale, del mondo attraverso immagini. Diverso è, come atto, vivere in prima persona le “terre lontane” che danno il nome a una raccolta di reportage di Bonatti che conosce, anno dopo anno, crescente fortuna editoriale.

 

Epoca è cronaca di un mondo vicino a noi temporalmente ma che è profondamente mutato socialmente. Sfogliare le pagine di un reportage di Bonatti può aiutare a riviverlo. A vedere i risultati della combinazione tra abilità giornalistica e spirito d’avventura, come se si stesse leggendo un Corto Maltese d’annata. A mezzo secolo di distanza, si tratta di un forte invito a una conoscenza senza barriere e superficialità. Come le montagne da cui Bonatti partì per il giro del mondo in cui si scoprì cronista.