Per comprendere il mondo della Nobile Arte italiana non si possono tralasciare concetti storicamente rilevanti, come quelli di Isotimia e Megalotimia, che animavano i confronti dei pugilatori nella Grecia omerica. I termini si rifanno, in ordine, alla volontà dell’animo umano di riconoscersi simile o migliore degli altri. Questi due concetti, utilizzati anche da Fukuyama per spiegare la nascita dei nuovi nazionalismi nel suo ultimo lavoro intitolato “Identità”, hanno un’unica matrice: il Thumos.

 

L’animo dell’uomo è mosso da Thumos e quindi da passione, respiro e sangue. La boxe, metafora di vita, porta naturalmente con sé questi codici genetici. La penisola italica entra per prima in contatto con la disciplina per evidenti motivi geopolitici e, alla stregua di numerose eredità elleniche, questa si rivela non solo una risorsa sportiva ma anche sociale. Il pugilato quindi entra di diritto tra le discipline olimpiche nel 668 a.C. fino ad arrivare alla Roma antica, dove l’arte di menare le mani, era anni luce distante da quella che oggi ammiriamo. Il combattimento, in quell’epoca, si riteneva concluso per abbandono da parte di uno dei contendenti a causa di ferite gravi, o financo la morte.

 

Una raffigurazione della boxe ai tempi dei gladiatori

 

La boxe era ad appannaggio di atleti dotati, per volontà divina, di stazze sovraumane giustificatrici di superiorità atletiche prima ancora che tecniche. Solo agli inizi del ‘700, in Inghilterra, la culla del pugilato moderno, vedono la luce i primi regolamenti che prevedevano round brevi, guantoni per i combattenti e categorie di peso. In Italia la data fondamentale invece è quella del 1916: anno in cui Goldsmith in qualità di presidente e Lomazzi, in qualità di vice-presidente, fondano la Federazione Pugilistica Italiana.

 

Dal 1916 in poi la boxe è destinata a scandire i tempi della vita di milioni di italiani e, con l’ascesa al potere di Benito Mussolini, diventare anche utile mezzo di propaganda per il regime fascista. Uno sport che esalta le gesta di uomini pronti, fisicamente e mentalmente, a sovrastare l’avversario: lo strumento perfetto per inebriare il popolo con retoriche muscolari. Al di là degli usi strumentali, il pugilato, insieme al ciclismo eroico, ha rappresentato un’autentica passione nazionalpopolare per milioni di italiani agli inizi del ‘900. I nostri nonni e bisnonni non lesinerebbero mai di narrare come un incontro di boxe, ascoltato sulle frequenze di vecchie radioline, entrasse nelle case di tanti, tantissimi compatrioti creando riti di aggregazione pseudo-tribale.

 

Di emozioni il pugilato italiano ne ha regalate parecchie grazie alle imprese dei suoi interpreti più capaci. I ricordi degli italiani sono dolcissimi. Roma 1960, ad esempio. Quelle olimpiadi hanno rappresentato uno storico spartiacque, politico ed economico, per l’Italia che si apprestava ad assorbire lo straordinario boom economico. La tv fa breccia nelle case, certo non di tutti, andando a rendere ancora più speciale l’evento che detiene il record come prima manifestazione olimpica trasmessa in chiaro. Tutta la penisola era in festa, le radioline accendevano l’amore di chi non poteva ancora permettersi l’acquisto di un televisore e la squadra pugilistica italiana metteva a registro un record mai più eguagliato.

 

La squadra italiana di pugilato per le Olimpiadi del 1960: (da sinistra verso destra) Zamparini, Musso, Lopopolo, Benvenuti, Bossi e De Piccoli

 

Tre medaglie d’oro, tre medaglie d’argento e una di bronzo: l’Italia era sul tetto del mondo e la boxe saldava il suo legame indissolubile con un popolo martoriato dal ricordo della guerra. Atleti come il gigante Franco De Piccoli, il ragazzino indisciplinato Franco Musso, Carmelo Bossi e il meraviglioso Nino Benvenuti hanno rappresentato la generazione d’oro per eccellenza della boxe tricolore. Poi ancora le Olimpiadi di Mosca 1980, le olimpiadi del boicottaggio americano ai danni della Russia, che vedono un rampante Patrizio Oliva medaglia d’oro nei superleggeri. Una storia di bivi la sua, di strade da brividi percorse a tutta velocità. La boxe che salva un’esistenza segnata da svolte decisive.

 

Seguendo le gesta del fratello Mario, il giovane Patrizio, sfugge alla delinquenza e alla morte conquistando i ring di una boxe dilettantistica che lo vede protagonista, fino a coronare il sogno dell’oro di Mosca ’80. La morte del fratello Ciro, gli stenti e i sacrifici di una vita lo accompagnano fino alla svolta della sua carriera. Patrizio diventa professionista e con una pennellata, l’ennesima, dipinge uno schizzo indelebile sulla preziosa tela della sua carriera: il mondiale WBA dei super-leggeri. Quella sera allo stadio Louis II di Monaco, Oliva sconfigge l’argentino Sacco. Ma non solo. Patrizio colpisce a suon di Jab l’avversario, sì, ma anche il triste destino che spesso le grigie periferie italiane riservano ai giovani lontani dal benessere.

 

La tradizione della boxe dilettantistica italiana ha regalato tante storie fatte di sacrificio e talento. Come quelle di Paolo Vidoz, Roberto Cammarelle, l’inossidabile Tatanka Clemente Russo e Domenico Valentino. Tutti questi grandi campioni rappresentano a pieno le caratteristiche della scuola pugilistica italiana promosse dalla FPI. Una scuola che si erge a faro-guida dal punto di vista tecnico, presidiata da maestri portatori sani di un’idea di boxe basata sul cuore, sul coraggio e sulla resilienza. I pugili italiani, anche i più pesanti, ballano sulle punte. Il diktat è quello di esprimere un pugilato pulito e puntiglioso sui rientri e sulle schivate. Basti pensare all’abilità di un massimo, come Clemente Russo, nel sapersi muovere come una ballerina e rientrare come un sanguinario boia.

 

Patrizio versus Oliva: la trasposizione teatrale della vita del campione olimpico è poesia (ph Salvatore Pastore)

 

Il pugile italiano è per antonomasia un pugile tecnico, preciso, ficcante e con un gran cuore. La scuola italiana è diventata una delle più importanti al mondo grazie al lavoro di immensi maestri. Il mestiere del maestro, attenzione non di allenatore, è molto simile a quello di un genitore. Far crescere i propri ragazzi tecnicamente, sì, ma anche e soprattutto umanamente, è il focus per maestri come Francesco Damiani o il leggendario Natalino Rea, a capo della spedizione italiana di Roma 1960. Questi mentori, con il loro particolare approccio, hanno favorito lo sviluppo delle carriere di diversi pugili che dalla boxe dilettantistica sono poi approdati al mondo professionistico.

 

Se la boxe è in grado di restituire ritratti umani di cruda realtà sociale, come quello del grande Primo Carnera, è anche vero che l’arte di menar le mani ha incrociato i guantoni in più round con la nostra storia politica. Nino Benvenuti, istriano di nascita, ad esempio, ha subito l’implacabile cattiveria dei rastrellamenti post-seconda guerra mondiale ad opera degli uomini di Tito. I fratelli del Nord Est che hanno guardato in faccia il terrore comunista, e la sua follia anti-italiana, sono stati circa 300.000. Per sei lunghi anni. Per sei lunghissimi anni il popolo istriano ha dovuto aspettare prima di provare un sussulto di gioia.

 

Nel 1960, nella Capitale, le lacrime di quella terra finalmente non erano più legate al dolore. Nino ballò e tesse un pugilato degno delle migliori trame poetiche di Biagio Marin. Con un’eleganza nureyeviana, sconfisse il russo Radonyak e mise al collo una pesantissima medaglia d’oro. A soli sei anni di distanza dal 10 febbraio 1954, data di sottoscrizione del trattato di pace tra Italia e Jugoslavia, l’urlo vittorioso del campione donava linfa vitale alla sua gente. Sette anni dopo, correva l’anno 1967, Nino, fresco campione WBA dei medi, sorresse la bara al funerale di Carnera, scomparso poco dopo la sua vittoria. Omaggio dovuto. Perché tra campioni della stessa tempra la stima non può che essere sincera.

 

Primo Carnera e Nino Benvenuti: icone assolute dello sport italiano

 

In definitiva, la vera essenza del pugilato italiano la si trova nella natura del suo popolo. Ed è quindi nella parola sacrificio che la boxe italiana si riconosce più di qualunque altra. Giovanni De Carolis, ultimo italiano a trionfare nei supermedi WBA, ed il “Sioux” Emanuele Blandamura ne sono due virtuose rappresentazioni al giorno d’oggi. Entrambi i pugili, per inseguire i propri sogni, hanno sgomitato duramente. Se è vero che l’Italia è patria di santi, poeti e navigatori, è altrettanto vero che sia fucina di sublimi combattenti. Come detto da Gianni Mura più volte:

 

«Il pugilato è stato un serbatoio enorme per il Paese».

 

Affrontare i propri timori e le proprie incertezze presuppone una grande forza d’animo, che di certo è presente nel DNA italiano. Il pugilato ci rappresenta, ci qualifica e ci accompagna dai primi anni del Novecento. La Federazione Pugilistica Italiana sostiene i sogni di migliaia di ragazzi italiani: i sogni dei nostri nonni, i sogni dei nostri padri. Lunga vita al pugilato. Lunga vita all’Italia.