Tutto secondo le previsioni a Rio dove, in un incantevole Maracanà vestito a festa, il Brasile fa gli onori di casa e alza al cielo carioca la sua nona Copa America, la quinta entro i confini, vale a dire tutte le edizioni giocate in terra verdeoro. E dire che dai blocchi era partito meglio il Perù: chi si aspettava la versione attendista e passiva della blaquirroja, è rimasto certamente sorpreso dall’atteggiamento degli uomini di Gareca, indemoniati in un pressing a tutto campo che ha tolto idee e lucidità al Brasile nei primi minuti.

 

Poi, la qualità superiore si è materializzata nel primo vero affondo della Seleção. Allo scoccare del quarto d’ora Dani Alves serve il lesto Gabriel Jesus che chiama la profondità con un contro-movimento accademico al suo capitano e con una giocata di rara bellezza si libera prima di Trauco in un fazzoletto, poi, nel tempo di un istante, recapita un pallone delizioso all’accorrente Everton che, puntuale, non può che chiudere in un abbraccio il compagno di squadra.

 

Everton, talento del Gremio premiato come migliore in campo ieri sera

 

Il vantaggio più che ledere lo spirito de Los Incas, rinfranca le convinzioni del Brasile, che monta sulle ali e sfrutta le sgommate di Everton e Gabriel Jesus per seminare il panico in area nemica. Lo sguardo di Tite tuttavia tradisce l’inquietudine dell’insicurezza e i movimenti forsennati delle sue mani elettriche presagiscono brutte sensazioni. Infatti, al 40°, la prima accelerazione della partita di Cueva si ferma, in modo piuttosto fortuito, sul braccio di Thiago Silva, e nonostante la non volontarietà del gesto il danno è evidente, come il rigore assegnato da Roberto Tobar.

 

Sul dischetto si presenta Paolo Guerrero, fino ad allora abbastanza abulico e ingabbiato dalla marcatura precisa dei centrali verdeoro. El Depredador sfodera la sua immensa personalità e con freddezza glaciale non trema, costringendo, per la prima volta nella competizione, Alisson a raccogliere un pallone dalla propria rete. Può festeggiare così il capitano peruviano ‘sparando’ nel suo ex stadio (versante rubi-negro) il terzo gol della competizione, e raggiungendo sul podio un certo Gabriel Batistuta come terzo miglior marcatore della Copa America con 14 centri.

 

El Depredador (Photo by Bruna Prado/Getty Images)

 

Nemmeno il tempo di pregustare un riposo in equilibrio a studiare le controffensive per la ripresa, che il Perù torna sotto all’ultimo respiro della prima frazione. Questa volta è determinante la decisione di Firmino che scippa in uscita un pallone esiziale a Yotún, Arthur Melo se ne assume il possesso e l’affondo termina a poche dita dall’area avversaria, quando con un tocco preciso serve a Gabriel Jesus l’assist perfetto per bucare ancora Gallese.

 

Nel secondo tempo, l’animo ferito, ma indomito, della blaquirroja non si arrende e mette in apprensione il Brasile che proprio in vista del traguardo sembra perdere smalto e sicurezza. Gli attacchi confusi degli uomini di Gareca affollano l’area e alzano il termometro della partita. A pagarne le conseguenze è proprio Jesus che, al 70°, intervenendo in modo scomposto si vede sventolare davanti agli occhi un generoso cartellino giallo che sommato al primo lo costringe a lasciare il campo prima del tempo. L’inferiorità intimorisce il Brasile e anche il Maracanà che gradualmente inizia a perdere decibel e il Perù sogna davvero l’impresa.

 

Trionfo Tite (Photo by Bruna Prado/Getty Images)

 

Ma ancora una volta, proprio nel momento in cui il Tigre arringa i suoi per l’assalto finale, la blanquirroja viene giustiziata ancora dagli esterni verdeoro. Questa volta il lavoro ‘sporco’ lo fa Everton che parte in slalom a velocità siderale, e mettendo in imbarazzo tutta la difesa peruviana spinge il Kaiser Zambrano a impartire una lezione a Cebolinha: il centrale del Basilea si disinteressa del pallone e colpisce con una spallata decisamente troppo veemente il gioiello del Gremio e, nonostante Gallese fosse in anticipo sul 19 brasiliano, anche in quest’occasione il rigore è solare.

 

Richarlison dagli 11 metri si prende l’ultimo scampolo di gloria di una Copa America vinta con merito dal Brasile, una Squadra, finalmente molto più della somma dei suoi elementi. L’esperienza e la bravura di Tite ha plasmato un gruppo che sembra aver superato i personalismi che ne hanno spesso limitato le prestazioni e forse, in quest’ottica, potrebbe essere visto non esattamente come un limite l’infortunio che ha impedito a Neymar Jr. di essere parte di questo gruppo. Integrarlo perfettamente in questo contesto sarà la prossima grande sfida di Tite.

 

Il miglior portiere del mondo, premiato miglior portiere del torneo (Photo by Buda Mendes/Getty Images)

 

Cala il sipario sulla 46° edizione dell’ultracentenaria Copa America, una delle più chiacchierate e criticate, aggiungendo pepe all’annus horribilis della CONMEBOL, sempre più incapace di gestire grandi manifestazioni. Si chiude con Dani Alves che, come un perfetto animatore, dà sfogo a tutta la sua vitalità coordinando i compagni nei festeggiamenti e alzando con un sorriso pieno di gioia il quarantesimo titolo della sua straordinaria carriera, il primo da capitano. E a vederlo così, sorridente, spensierato, guida tecnica e motivatore in campo, guascone fuori, non si può non pensare che sia il capitano perfetto di ciò che nell’immaginario comune rappresenta il Brasile.

 

Il Brasile è campione, ma l’anno prossimo, con format totalmente inedito, la Copa America tornerà. Lo farà con un Perù che ha consolidato le proprie certezze, con la voglia di riscatto di Messi e di tutto un paese, con un Uruguay sempre pericoloso, con la vitalità della Colombia mina vagante. Attenta Seleção, la caccia è già iniziata.