Bresciani e bergamaschi aspettano questa sfida ormai da 13 anni. Tra le due compagini lombarde l’ultimo incontro, anche se forse sarebbe meglio dire scontro, risale infatti alla stagione 2005/2006. Quel giorno Brescia-Atalanta, sfida di Serie B, viene disputata per l’ultima volta. L’ultima prima di domani, 30.11.2019. Da dove proviene l’odio reciproco di queste due piazze?

 

Come spesso accade in Italia, le radici della rivalità campanilistica tra Bergamo e Brescia risalgono all’antichità. In questo specifico caso, vanno ricondotte all’epoca medievale con la nascita dei comuni, motivo di frequenti dispute territoriali che spesso e volentieri sfociano in vere e proprie guerre. In alcuni casi, come in questo, le antiche ragioni sono ragioni attuali. Ma qual è, tra Bresciani e Bergamaschi, l’oggetto del contendere? La Val Camonica.

 

Secondo la storiografia, la discordia nasce tra il 1125 e il 1126 quando un tale di nome Giovanni Brusati, dopo aver ereditato alcuni possedimenti dal vescovo di Brescia in qualità di vassallo, decide di venderli per fare cassa. Inizialmente li offre alla Curia bresciana, ma la diocesi non si mostra interessata. Ecco che i feudi in questione vengono venduti ad alcuni nobili bergamaschi.

 

Brescia-Atalanta 86/87

Brescia-Atalanta è soprattutto la sfida di due tra le tifoserie più calde d’Italia. Qui i tifosi bergamaschi avanzano verso il Rigamonti, stagione 86/87 (foto da Solo Dea. Museo Ultras Atalanta 1907)

 

L’importanza strategica, politica e commerciale di quei luoghi, soprattutto in riferimento ai castelli di Ceretello, Qualino e Volpino, si traduce, sul piano politico, nella rivendicazione delle terre da parte dei bresciani. Per risolvere il contenzioso è necessario l’intervento di Federico I Barbarossa, che nel 1154 decreta la restituzione dei terreni al comune di Brescia.

 

Ma i bergamaschi non si danno per vinti e dichiarano guerra: nel 1156 si svolge quindi la celebre battaglia di Palosco, in cui prevalgono i bresciani, riuscendo addirittura a rubare il gonfalone bergamasco di Sant’Alessandro, patrono cittadino. Ne segue una tregua che per alcuni anni mantiene la pace, fintanto che altri terreni di confine si trasformano in nuove occasioni di polemica. Ed è solo grazie alla mediazione di Enrico VI di Svevia, figlio del Barbarossa, che nel 1191 si arriva a un compromesso: i territori a sud del lago d’Iseo ai bergamaschi e quelli a nord, Valle Camonica appunto, ai bresciani.

 

Nove maggio 1993. Una giornata campale, conclusasi in campo per 2 a 0 in favore delle Rondinelle e fuori con un bilancio di decine di feriti, numerose denunce e qualche arresto.

 


 

DALLE GUERRE TERRITORIALI A QUELLE DA STADIO

 

Venendo a tempi decisamente più recenti, è la seconda metà del XX secolo il periodo storico in cui la rivalità calcistica si è acuita. Stiamo parlando di due società costituite all’inizio del Novecento. L’Atalanta nel 1907, il Brescia nel 1911. E vedremo più avanti come anche l’anno di nascita sia stato utilizzato come spunto di scherno dalle tifoserie.

 

 

Già negli anni ’80 i due schieramenti si rendono protagonisti delle prime scaramucce: nel pieno del periodo di sviluppo del mondo Ultras si verificano infatti alcuni incidenti, con tafferugli ed episodi di vandalismo di vario genere. Nulla in confronto, però, ai furiosi scontri della stagione 1992/1993, sorta di punto di non ritorno. È il 9 maggio 1993. Mario Rigamonti di Brescia. I tifosi bresciani riescono ad entrare in campo e a rubare uno striscione dei rivali posizionati nella gradinata opposta. La reazione dei bergamaschi non si fa attendere, ovviamente: scavalcate le recinzioni, gli atalantini entrano a loro volta in campo riuscendo a impossessarsi di alcuni striscioni bresciani. Quello è l’inizio di una giornata campale, conclusasi in campo per 2 a 0 in favore delle Rondinelle e fuori con un bilancio di decine di feriti, numerose denunce e qualche arresto.

 

Quella folle giornata in un servizio dell’epoca

 

La brutalità degli eventi porta i presidenti dei due club sul punto di lasciare l’incarico. Corioni dichiara: “Non sono più certo sul mio impegno col Brescia”, Percassi rincara la dose: “Non ne vale la pena. Di fronte a queste cose, lascio”. Le affermazioni dei presidenti non servono, come è ovvio, a placare gli animi e nei successivi match tra le due squadre si susseguono episodi di violenza. È il caso della stagione 1997/1998 in Serie A e di quella successiva nella serie cadetta.

 

Oltre alla violenza, il derby della Lombardia orientale ha fatto registrare svariati casi di goliardia in cui l’odio verso gli avversari di sempre si è manifestato in maniera decisamente più lieve e canzonatoria. A tal proposito va ricordata la sfida del 2 aprile 2000, finita 1 a 1 tra mille polemiche: a 5 minuti dal termine, sull’1 a 0 per l’Atalanta, l’arbitro assegna un calcio di rigore ai padroni di casa, i quali hanno così la possibilità di chiudere la partita.

 

«1907, anno di fondazione della Dea». «1911, anno del maiale» [striscione bergamasco].

 

Caccia segna, ma l’arbitro Braschi fa ripetere l’esecuzione. Il secondo tentativo viene parato da Castellazzi, e sul ribaltamento di fronte il Brescia si procura il rigore del pareggio, poi trasformato da Hübner. Risultato e diatriba sulla gestione arbitrale a parte, quel derby va ricordato per ben altra ragione: i sostenitori atalantini “liberano” nel proprio settore un maiale coi colori del Brescia, chiaro riferimento all’appellativo con cui sono soprannominati i tifosi del Brèsa da quelli di Bèrghem: sunì, maiali. Anche in questo caso, non manca comunque il bilancio bellico: tra lacrimogeni e cariche della polizia, si contano 51 tifosi fermati, 7 arrestati e 10 agenti delle forze dell’ ordine feriti.

 

Il 17 novembre 2002 dal centro della curva bergamasca si alza un telone raffigurante la Dea Atalanta; sullo sfondo, invece, viene a comporsi con i cartoncini la data di fondazione del club, 1907. Lo striscione che completa la coreografia reca la scritta «1907, anno di fondazione della Dea». Ma lo spettacolo non è finito: subito dopo, infatti, viene alzato un altro telone con disegnato un grosso maiale rappresentato con i colori del Brescia. Sotto, la scritta «1911, anno del maiale».

 

Brescia-Atalanta Mazzone

Brescia-Atalanta è anche la partita di Carlo Mazzone; l’ex allenatore del Brescia è entrato per sempre nell’odio dei tifosi bergamaschi dopo un celebre derby rimontato dai bresciani

 

Nell’insieme degli indimenticabili avvenimenti di matrice goliardica, si potrebbe anche inserire il celebre episodio della querelle tra Carletto Mazzone e i tifosi Orobici, ma vi risparmiamo un nostalgismo da due soldi. In questo scenario di netta contrapposizione, ci sono stati anche episodi che hanno portato le due tifoserie ad avvicinarsi, a dimostrazione di una solidarietà reciproca non scontata.

 

Uno di questi scaturisce dalla tragedia che il 24 settembre 2005 coinvolse il bresciano Paolo Scaroni. Quel giorno, dopo la partita Hellas Verona-Brescia giocatasi al Bentegodi, i tifosi della Leonessa vengono scortati in stazione Porta Nuova per far ritorno verso casa. Improvvisamente partono alcune cariche da parte della Polizia. Tra le decine di feriti è proprio Scaroni ad avere la peggio. Le manganellate gli frantumano la testa e lui cade in coma. Nonostante i medici lascino trapelare ben poche speranze, un paio di mesi più tardi Paolo si risveglia. Le sue condizioni, come è ovvio, sono tutt’altro che rosee. Oltre all’invalidità fisica, Paolo perde gran parte della memoria e delle capacità cerebrali.

 

Il caso ad oggi non ha ancora un colpevole, almeno a livello giudiziario. Ma all’epoca dei fatti praticamente tutte le tifoserie d’Italia, e non solo, si riunirono per dimostrare vicinanza a Paolo e al popolo bresciano. Tra queste c’era anche quella atalantina, capitanata dal suo leader indiscusso, il Bocia.

 

Il reportage da l’Espresso, “Vivere Ultras”

 


 

POSTFAZIONE: IL DERBY SENZA TIFOSI

 

Brescia-Atalanta senza tifosi non è Brescia-Atalanta. Questo il manifesto della Curva Nord Bergamo

Il calcio di oggi rispecchia in toto la società civile, intrisa questa e intriso quello di ipocrita moralismo: si cerca in tutti i modi di abbattere la passione e le tradizioni del nostro calcio, risucchiano la linfa che tuttora porta sugli spalti appassionati e famiglie. Il Dio Denaro regna ben oltre i confini della “fede” calcistica. Così la società di Cellino, il Brescia, ha deciso di inserire il derby tra le partite di cartello della stagione, al pari degli scontri con le grandi Juventus, Milan e Inter, alzando il costo dei biglietti nei settori «popolari» a 47 euro.

 

Come se non bastasse l’Osservatorio sulle manifestazioni sportive, che aveva inizialmente deciso di vietare la trasferta al popolo bergamasco, ha poi ripiegato sul solito indegno compromesso: vendita consentita ai soli possessori della Tessera del Tifoso, che tradotto significa: assenza forzata degli Ultras nerazzurri. Il risultato? Aver ucciso il tanto atteso derby prima ancora che iniziasse.

 

A prescindere da quale sarà l’esito della partita, di queste due tifoserie rimane da segnalare l’attaccamento incondizionato alla propria squadra: un’entità cittadina, un simbolo di appartenenza da difendere a tutti i costi e da sostenere in qualsiasi circostanza, contro tutto e contro tutti. Proprio per questo, qualsiasi provvedimento volto a sedare gli animi non sortirà mai l’effetto di placare l’acceso contrasto tra Bergamo e Brescia, baluardo di campanilismo italico. I bresciani continueranno a inneggiare alla Madonnina dai riccioli d’oro e i bergamaschi a venerare la mitologica Dea Atalanta; le due effigi femminili che, tra sacro e profano, sono specchio di una devozione che viene – e sempre verrà – prima di un semplice pallone vagante per il campo.