Premier League. Già nominare il celebre campionato inglese mette i brividi. Sfide stellari, acerrime rivalità condite da decenni e decenni di storia, stadi antichi costruiti nell’800. Non è esagerato definire l’Inghilterra la patria del calcio, non solo di quello storico e passato ma anche del calcio dei giorni nostri. Manchester United, City, Chelsea, Arsenal, Liverpool, sono solo alcuni dei team leggendari che militano nella Premier, con buona pace della Serie A diventata ormai da anni monopolio bianconero. In premier però, non ci sono solo squadre milionarie che fanno campagne acquisti da capogiro. In Inghilterra ci sono anche squadre che hanno fatto dell’identità e della tradizione il proprio punto di forza. Una di queste è il Burnley, neo promosso in Premier quest’anno. Un team di una cittadina con circa 80mila abitanti che annovera sugli spalti una delle tifoserie più “calde” e temute di tutta quanta la Gran Bretagna. Uno scherzo? E invece no. Ad oggi il Burnley è 12 nella classifica della Premier, merito soprattutto della sua tenuta casalinga, capace di fermare squadre come Liverpool e addirittura la capolista Chelsea (32 dei 36 punti totali dei claret and blue sono arrivati nelle mura amiche). Lo stadio del Burnley si chiama Turf Moor, ed è uno degli impianti più antichi di Inghilterra con circa 30mila posti a sedere. In campo, giocatori semisconosciuti alle cronache aldilà di rare eccezioni. Ad indossare la prestigiosa fascia di capitano è invece il celebre Joey Barton, famoso per le numerose squalifiche avvenute dopo litigi in campo, risse e tanto altro. Tra gli episodi più celebri che lo riguardano ricordiamo tutti il montante allo stomaco del povero Aguero o il cazzotto dritto sulla guancia di Gervinho. Non proprio un chierichetto diciamo.

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Barton contro Gervinho (Newcastle v Arsenal, 2011)

Le controversie legate al Burnley non finiscono qui però: proprio in riferimento al “calore” della tifoseria è obbligatorio citare la Suicide Squad, uno dei gruppi ultras più violenti di tutta quanta l’Europa. Ad oggi la Suicide Squad è ufficialmente sciolta, tuttavia gli inquirenti sanno benissimo che alcuni dei loro membri continuano a controllare gli spalti del Burnley, spesso provocando incidenti con le tifoserie avversarie. Andrew Porter è il fondatore della Suicide ed è tutt’ora rinchiuso in un carcere di massima sicurezza; la sua autobiografia (scritta in galera) ha venduto migliaia di copie e all’interno vengono raccontati tutti quanti gli scontri che la Suicide Squad ha affrontato durante la sua “attività”. Porter si è vantato di essersi scontrato con praticamente tutte quante le tifoserie esistenti ed è diventato una sorta di personaggio cult della controcultura calcistica inglese. Una tifoseria alquanto stravagante dunque, non abituata di certo a vincere ma che affascina sicuramente tanti giovani. E’ diventato virale il filmato in cui i tifosi del Burnley festeggiavano la vittoria sull’Everton a bordo di un cavallo, tutto all’interno di un affollatissimo pub naturalmente, tanto per non farsi mancare nulla in quanto a stravaganza.

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Il libro confessione di Andrew Porter

Gli abitanti di Burnley sono quasi tutti tifosi della squadra cittadina, lo stadio è sempre pieno e anche in trasferta la squadra può vantare un consistente numero di supporters che la seguono. Un popolo compatto, orgoglioso della propria storia e fieramente identitario (non a caso a Burnley, nella contea del Lancashire, il leave nel referendum per la Brexit ha ottenuto il 67% dei suffragi). Una delle stelle della squadra è sicuramente Andre Gray, prolifico attaccante che può giocare anche da esterno d’attacco. Un ragazzo nero cresciuto nei sobborghi di Wolverhampton. “Il calcio mi ha salvato dalle gang, dalla droga e dalla strada” – ha detto in un’intervista – una storia che si inserisce perfettamente in quello che il Burnley cerca di rappresentare. Questa squadra incarna infatti la gente comune, il tifo della working class; il Burnley però è anche grinta, voglia di riscatto, è fregarsene se gli altri club hanno presidenti ultramilionari in grado di spendere fior di quattrini per il mercato, è identità e soprattutto amore per la gente che ogni giorno va allo stadio. Un amore sia nelle sconfitte sia nelle vittorie, ripagato con gli applausi per chi in ogni partita dà sangue e sudore per quella maglia. Un vero e proprio intruso nel calcio contemporaneo, baluardo di un modello in via d’estinzione, in un mondo di stelle strapagate, proprietà straniere e sponsor milionari. Anche perché in Inghilterra non può esserci ogni anno il miracolo Leicester: se non vogliamo parlare unicamente di top player e allenatori-ideologi, o guardare oltremanica con lo sguardo provinciale di chi sostiene solo “gli Italiani”, ricordiamoci da dove viene il calcio inglese, con la speranza che squadre come il Burnley FC non finiscano ancora nel tritacarne del progresso.