Ritratti
08 Marzo 2020

Bruno Pizzul, un'icona nazionale

Uno dei più grandi artigiani della parola sportiva.

Il quattro Giugno del 1961 si consuma una delle pagine più leggendarie del giornalismo radio-televisivo italiano. Si gioca Catania v Inter e i padroni di casa si portano sul 2-0 nel secondo tempo, suscitando la reazione sorpresa del radiocronista che esclama la famosa frase “clamoroso al Cibali”. Leggenda vuole che sia stata la giovane e non ancora ruvida voce di Sandro Ciotti a prodursi in questa esclamazione, ma di questo non v’è certezza, rendendo la frase ancora più iconica, e alimentandone il mito. Di certo, quel giorno, c’è che nella rosa del Catania figura un ragazzotto di 196 centimetri, che risponde al nome di Bruno Pizzul e di cronache pallonare sarà uno dei massimi esponenti.

Pizzul (l’ultimo a destra) ingaggia un duello con Sivori

Il giovane Pizzul figura nella rosa ma non è in campo, e questo lo si può interpretare come primo indizio di una carriera dedita sì al calcio, ma da una prospettiva leggermente più laterale: come ama spesso ricordare lui stesso infatti “il talento era inversamente proporzionale alla passione” e la carriera calcistica del giovane Bruno si conclude senza squilli, rimanendo sempre ai margini del professionismo, per lo più interrotta da un infortunio al ginocchio. Nel frattempo, sotto i consigli lungimiranti della madre, Pizzul si laurea in giurisprudenza e dopo aver giocato con alterne fortune a Cremona e ad Ischia, torna nella natia Udine per tirare gli ultimi calci al pallone ed intraprendere la carriera di insegnante.

Nel 1969 un concorso per programmisti radio andato deserto in quel di Trieste, stimola la RAI a convocare i laureati delle zone limitrofe e durante le selezioni a Pizzul viene consigliato di provare il concorso per telecronisti. La primissima telecronaca è uno spareggio di Coppa Italia tra Juventus e Bologna giocato sul neutro di Como l’8 Aprile 1970, a cui Pizzul si presenta però con 15 minuti di ritardo, a causa di un pranzo andato ai “supplementari” con il grande Beppe Viola, che diventa in breve tempo suo amico fedele nelle lunghe notti milanesi.

Nonostante l’inconveniente, dopo poche settimane, è già inviato ai mondiali di Messico ’70. I telecronisti designati per la spedizione sono Niccolò Carosio, per le gare dell’Italia, e Nando Martellini per le altre partite di cartello. Succede però che durante l’ultima partita del girone, la quale vede impegnati gli azzurri contro Israele, Carosio è coinvolto in un mai chiarito episodio di razzismo nei confronti del guardalinee etiope: sebbene mai certificato dalla telecronaca dell’epoca, la RAI dà il benservito allo storico cantore della nazionale a seguito delle accese proteste dell’ambasciata africana.

Bruno Pizzul Radiocronaca
A bordocampo a Marassi, nel 2005 (foto Alessandro Masini / LaPresse)

Pizzul diventa quindi immediatamente secondo telecronista e alternerà questo ruolo alla conduzione di fortunate trasmissioni come “domenica sprint” ed altre celebri rubriche come la moviola in coabitazione con Carlo Sassi, dove in una storica puntata raccoglierà l’ammissione d’errore dell’inflessibile arbitro Concetto Lo Bello. Dopo il mondiale spagnolo del 1982, Martellini lascia, da vincitore, lo scettro di prima voce a Pizzul, che s’impone immediatamente forte anche delle sue conoscenze calcistiche e delle esperienze maturate in centinaia di partite già commentate.

Lo stile è oramai formato e maturo. La voce è calda, pastosa e nasale, e diventa in breve tra le più imitate di tutti i tempi. La sua telecronaca è precisa, sempre a servizio della partita, e non scade mai nel nozionismo fine a sé stesso. Racconta quello che accade, senza troppi voli pindarici, lasciando talvolta spazio a qualche considerazione personale, ma sempre con il garbo imparato alla scuola dei suoi grandi maestri Carosio e Martellini.

Niccolò Carosio
Nicolò Carosio, altra leggenda della Radio

Con il passare degli anni le sue telecronache diventano sempre più emozionali e coinvolgenti. Martellini, appartenente ad una scuola più classica, le uniche volte in cui si è concesso un minimo increspamento della voce dovuto all’emozione, è stato in occasione di due leggendarie sfide alla Germania, il 4-3 dell’Azteca nella partita del secolo e la finale del Mundial ’82. Pizzul invece non mostra la minima vergogna nel dimostrarsi tifoso, sempre composto e garbato, s’intende, ma con questa sua impostazione così insolita per l’epoca coinvolge il telespettatore senza prevaricare lo spettacolo che sta raccontando, ma assecondandolo ed esaltandolo attraverso le parole e l’intonazione.

Anche il ritmo delle telecronache inizia a salire, diminuendo sempre più i tempi morti. Al massimo, nelle fredde serate di coppa si poteva sentire in sottofondo il rumore dell’accendino pronto per incendiare l’ennesima sigaretta. I tempi delle “sciabolate morbide” e dei “super spot” s’intravedono appena all’orizzonte, e Pizzul si offre come ideale ponte di collegamento tra lo stile rigoroso e compassato dei suoi maestri, e quello spumeggiante ed urlato delle nuove leve come Piccinini e Caressa. Ma come è possibile rimanere nella memoria collettiva degli appassionati raccontando una nazionale priva di successi di prestigio?

Sassi, Pizzul, Vitaletti
Da sinistra a destra, Carlo Sassi, Bruno Pizzul e Heron Vitaletti con la ” Moviola”, 1971 (FARABOLAFOTO)

Oltre che alle qualità accennate in precedenza, Pizzul opera in un periodo in cui tutto il movimento calcistico italiano è all’apice della sua competitività. Molte delle sue prove indimenticabili si trovano nelle partite di coppe europee, in cui le squadre italiane arrivano spesso in fondo, con almeno una finalista in ognuna delle tre coppe. Proprio in occasione di una finale europea, si consuma la più difficile prova professionale per Pizzul, nella tragica notte dell’Heysel che ha spezzato le vite di 39 tifosi juventini.

Racconterà spesso che, nei convulsi momenti della tragedia, ha dovuto a malincuore rifiutare il microfono a due ragazzi che volevano rassicurare le rispettive famiglie; il tutto per non gettare nell’angoscia migliaia di altri italiani, in quel momento all’ascolto per avere notizie dei propri cari. Un atto che poteva sembrare cinico, ma che è stato capito poi da quei ragazzi, tutt’ora in contatto con Pizzul, e che la dice lunga sulla professionalità esemplare del telecronista friulano. In questo caso la telecronaca dell’evento è recitata in tono volutamente sommesso. Solo al fischio finale, che riporta una squadra italiana sul tetto d’Europa dopo 16 anni, si concede un guizzo d’orgoglio, immediatamente spiegato come afflato della sua anima sportiva.

Oltre a questa tragedia reale, la voce inconfondibile di Bruno Pizzul ha raccontato anche drammi sportivi collettivi, come tre sconfitte consecutive ai mondiali per mezzo della “lotteria dei rigori”. Dalla notte stregata del San Paolo – che lo costrinse a dissimulare, a fatica per la verità, la delusione bruciante per l’eliminazione nel mondiale casalingo – alla traversa di Gigi Di Biagio in Francia ’98, passando per la massacrante maratona di Pasadena, dove l’urlo “campioni!” rimase strozzato nella gola di Pizzul, tradito da quello che per lui è stato il campione più forte di tutti, Roberto Baggio.

Difficile trattenere l’emozione. Persino per Bruno Pizzul

La sorte, ironica e beffarda, l’ha fatto esultare e soffrire nella semifinale di Euro 2000, dove la sua voce è stata la mappa della sofferenza vissuta quel pomeriggio dagli azzurri. Aver sconfitto la maledizione dei rigori sarà solo l’anticamera gloriosa di una delusione cocente vissuta nella finale contro la Francia, e le parole di Pizzul pronte finalmente ad entrare nell’immaginario collettivo di tutti, associandosi ad un trionfo azzurro, saranno ammutolite dal perfido tiro di Wiltord a tempo scaduto, che piega le mani di Toldo e la resistenza di una squadra intera, travolta poi ai supplementari.

Rimane appena in tempo per scandalizzarsi di fronte alle inspiegabili decisioni di Byron Moreno, nel mondiale nippo coreano del 2002, affrontando però l’ingiustizia sportiva con il solito stile, utilizzando la sottile ironia di cui dispone per sdrammatizzare anche in un’occasione così triste per il nostro calcio. Nato come uomo di frontiera, l’ultima patita degli azzurri che commenterà sarà curiosamente proprio a Trieste, improvvidamente scelta come teatro di un’amichevole tra Italia e Slovenia nell’Agosto 2002.

Quattro anni dopo gli azzurri alzeranno al cielo di Berlino la quarta coppa del mondo della loro storia, e malinconicamente Bruno Pizzul lo racconterà come opinionista dallo studio di una piccola tv privata. All’ultimo rigore di Grosso, però, il suo tipico “si!”, così acuto e nasale, sfoggiato per mille altri rigori, rimbomba per tutto lo studio. In qualche maniera, magari nuovamente laterale, anche lui ha griffato con la sua voce un trionfo azzurro, lasciando però l’impressione che viene associata spesso ai Puskas, Cruijff, o Roberto Baggio: immensi campioni, indimenticabili nel loro genere, ma che hanno solo sfiorato il trionfo più ambito.

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