Storia dei Bulli di Roma.
Mi insegnava un Arbëreshë, che aveva fatto parte della Nazionale italiana di Karate e allenato i Falchi della Polizia di Roma, che una coltellata durava il guizzo di un lampo. E di fronte al mio manifesto disprezzo per quell’arma reagiva redarguendomi di portare rispetto al coltello. Non compresi quell’ammonimento fino a quando non cominciai a studiare la scherma giapponese e imparai che bisogna trattare con rispetto le armi, soprattutto quelle dotate di un filo tagliente. Capii altresì che la pericolosità dell’arma era una conseguenza non dell’arma stessa ma dell’animo del suo portatore, se fosse cioè una persona retta e benevola o corrotta e maligna.
La pratica mi insegnò che la lama non fa sconti a nessuno, nemmeno a chi la brandeggia.
Lo stesso rispetto per l’arma ebbero i Bulli di Roma, rispetto che era in realtà esteso ad altri tre elementi della loro vita: l’amore, la morte e il proprio onore. Il bullismo romano, che ebbe il suo massimo fulgore tra la fine del Settecento e gli inizi del Novecento, fu un fenomeno di costume e di psicologia sociale che poco aveva a che fare con la criminalità in senso stretto, ma molto con la natura storica e sociale del popolo romano e con la dinamica dei gruppi. Niente a che vedere, se non per alcune caratteristiche esteriori, con i guappi napoletani o i bauscia di Milano, ancora meno con la camorra o la mafia siciliana e i capibastone calabresi.
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