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30 Agosto

C’era una volta il calcio inglese

Gianluca Palamidessi

127 articoli
Secondo Klopp e Solskjaer alcuni club giocano un calcio troppo duro.

Appena sette giorni fa, il Burnley ci aveva fatto tornare bambini scegliendo la numerazione dall’1 all’11 nella splendida cornice di Anfield, contro il Liverpool di Klopp. Il quale, al termine dell’incontro, ci aveva subito riportati sulla terra associando il gioco del Burnley al «wrestling», definendo «pericoloso» il modo di arbitrare l’incontro da parte del direttore di gara. La replica di Sean Dyche, allenatore dei The Clarets, non si era fatta attendere: «La cosa che mi inquieta è che Klopp metta in dubbio che una squadra debba fare di tutto per vincere una partita restando all’interno dei limiti previsti dal regolamento. Cosa che noi abbiamo chiaramente fatto, perché non c’è stato un singolo cartellino estratto dall’arbitro nei nostri confronti».

Sulla polemica è intervenuto quella leggenda vivente di Alan Sheraer: «Nessuno chiede il ritorno al calcio brutale con cui sono cresciuto negli anni ‘70 e ‘80 ma ci deve essere spazio per la durezza. Dobbiamo proteggere una forma di fisicità. Non può esistere il calcio senza contatto. Ci saranno sempre falli, incidenti e infortuni. È uno sport d’élite giocato alla velocità della luce: ma cosa fa il City quando perde palla e gli avversari se ne vanno in contropiede? Cosa fa il Liverpool? Commettono fallo ed è una tattica deliberata». Allora perché, si è chiesto Shearer su The Athletic, Klopp, Guardiola, la stessa stampa inglese all’indomani dell’iconica strattonata di Re Giorgio ai danni di Saka, non perdono occasione per denunciare un certo tipo di gioco? Perché anche Solskjaer, dopo l’1-1 col Southampton, ha accusato il gioco degli avversari definendolo «rugbistico»?

Risposta: «Non ho visto nulla di inappropriato nel Burnley. A cosa puntano Ole e Klopp? Fanno quello che sir Alex Ferguson ha fatto per anni, mettendo in evidenza falli che non sono stati commessi, esercitando un po’ di pressione sugli arbitri e cercando di ottenere qualche vantaggio per la prossima partita. Così, in una situazione 50/50, ci sarà qualcosa su cui far leva nella testa dell’arbitro, anche nel profondo del subconscio. Teatro puro. Pantomima, nuda e cruda».

È un giochino già visto da parte degli allenatori. I quali, guarda caso, sono gli unici a lamentarsi – di calciatori stizziti in Inghilterra da un certo tipo di gioco, neanche l’ombra. Ma c’è un altro punto, forse ancora più importante degli altri: la rosa a disposizione degli allenatori. Come ha scritto Shearer, «il Burnley ha un budget di 4 milioni di sterline, il City ne ha spesi 100 per il solo Jack Grealish. Il budget di Dyche determina il tipo di talento e di carattere dei giocatori che può portare nel suo club, ma come ha detto lui stesso ai suoi ragazzi, “tutto ciò che chiedo è giocare in modo duro e fermo ma corretto”».


Klopp, Solskjaer, e compagnia danzante, non solo dichiarano il falso, ma fanno un gioco molto pericoloso. La filosofia che si nasconde dietro certe dichiarazioni assomiglia parecchio alla stessa che portò 12 oligarchi a formare una competizione ultramiliardaria e ultracompetitiva, sbarazzandosi dei fastidiosi buzzurri dei campionati nazionali – forse non è un caso se Klopp ormai snobba l’FA Cup.

«Klopp ha attirato l’attenzione sul confronto tra Chris Wood, Ashley Barnes e i suoi difensori, Virgil van Dijk e Joel Matip, dicendo che forse l’indicazione agli arbitri per questa stagione è lasciar correre, aggiungendo che è troppo pericoloso e che sembra di tornare indietro di 10-15 anni. Altre sciocchezze – dice Shearer – perché il bello della Premier League è che il successo assume molte forme Liverpool e Manchester United inseguono trofei, Burnley e Norwich City devono salvarsi».

Vaglielo a spiegare ai nobili del calcio che la loro esistenza è imparagonabile a quella di un club antico 139 anni.

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