Pochi giorni fa, per la precisione martedì 11 giugno, è stato approvato dal parlamento il “Decreto sicurezza bis”. Salutato dal Ministro degli Interni Matteo Salvini come un vero e proprio successo, esso ha come punti cardine la nuova disciplina in tema immigrazione e di contrasto ai clan mafiosi, ma non solo; prevede infatti anche disposizioni urgenti sul contrasto alle violenze in occasione di manifestazioni sportive e politiche, riformando completamente l’articolo 6 della legge 401\89.

 

Nella nuova formulazione viene estesa la possibilità agli organi legislativi di emanare i provvedimenti Daspo non solo per i soggetti accusati di aver violato le normative standard all’interno degli stadi, ma anche nei confronti di chi ha incitato, inneggiato o indotto alla violenza (intesi anche semplici cori che potrebbero essere – a giudizio delle forze dell’ordine – di cattivo gusto all’interno di un evento sportivo, qualunque essi siano). Parliamo di una misura discrezionale assolutamente pericolosa, che relega in mano ai questori la possibilità di punire, in linea teorica, anche un semplice “Viola Viola vaffanculo!”, o addirittura un soggetto intento a riprodurre il gesto dell’ombrello nei confronti dell’arbitro o tifoso avversario. Ma d’altronde questo è un processo che viene da lontano, e assume ora i tratti più stringenti. Come se non bastassero già le ”prime donne” che calcano i terreni di gioco, oggi è in fase avanzata il prototipo del ”tifoso da teatro”: composto, educato e del tutto ammaestrato.

 

Reggina – Cosenza anni ’60. Guardiamo con un pizzico di nostalgia a quei tempi in cui, negli stadi come nelle strade, l’ironia e la goliardia non venivano strumentalizzate, additate come ”politicamente scorretto”. Scene del genere oggi farebbero arrossire molte illustri poltrone del giornalismo sportivo.

 

Un decreto che ha l’aspetto di un’arma a doppio taglio e che, se da un lato promette una tutela maggiore del semplice tifoso/cliente, dall’altro ha il chiaro intento di reprimere quei comportamenti sempre meno tollerati dalla grande Financial family calcistica, servendo alla stessa, su un piatto d’argento, un’arma potenzialmente “definitiva” nei confronti della parte più calda e scomoda della tifoseria. A ciò si aggiunge la possibilità di applicare la procedura daspo anche agli accusati di rissa o violenza al di fuori di contesti sportivi: un’idea illogica ed immotivata, ma soprattutto discutibile anche sul puro piano giuridico (cosa c’entra il divieto di avvicinarsi allo stadio con una scazzottata in cui magari ci si è trovati coinvolti in un pub?).

 

Ma il vero provvedimento che più di tutti ha attirato l’attenzione dei supporters è la nascita della figura dell’ultras “collaboratore”, ovvero quel tifoso che, pentito dell’atroce e disumano crimine commesso, per diminuire leggermente la propria pena è disposto a collaborare con le forze dell’ordine per acciuffare i suoi amici di gradoni: un trattamento da leggi speciali, che non si vedeva dai tempi del maxi-processo a Cosa Nostra. Del resto equiparare la figura del mafioso o del comune criminale a quella dell’ultras non è di certo una novità, anzi, nell’ultimo periodo siamo quasi invasi da dichiarazioni e reportage che attestano questa tendenza.

 

Per carità, noi in primis abbiamo denunciato una deriva sta investendo alcune curve, o condannato episodi vergognosi come da ultimi quelli di Inter v Napoli; insomma non intendiamo qui fare gli avvocati difensori a prescindere, ma tra l’analizzare un problema e colpevolizzare invece un intero movimento – mossa perfettamente funzionale al progetto di repressione e di stadi-teatro, oltre che indice di un giornalismo poco serio – ce ne passa assai.

 

Quando avremo cacciato gli ultras dagli stadi, per la passione potremo sempre ricorrere agli striscioni elettronici

 

Tra il thriller ed il noir, ad esempio, si presenta la recentissima inchiesta ”romanzo” di Report targata RAI, che prova a far luce sul menage a trois che collega società di calcio, criminalità organizzata e tifo. Nonostante l’episodio già andato in onda mesi addietro avesse lasciato diverse perplessità, questi ultimi sviluppi confermano quanto presagito in passato: partendo da due casi d’analisi, decontestualizzando le vicissitudini private dei protagonisti, si giunge a conclusioni generalizzate sull’intero panorama ultras, ritratto esclusivamente come fucina criminale.

 

Di un pressappochismo ancora maggiore sono state le deludenti ed inaspettate dichiarazioni del direttore del TG La7, Enrico Mentana, per cui si imponeva l’assoluta necessità di debellare la sottocultura curvaiola dal mondo del calcio, quasi fosse una contagiosa malattia. Come se il reale problema fosse quello, unico e solo, dimenticando le svariate inchieste (anche recentissime) che hanno visto protagoniste le alte sfere della Fifa e della Uefa, i top club europei, faccendieri e procuratori, tutti intenti ad accrescere lo status finanziario di un sistema calcistico oramai aziendale, che di “reale” e passionale non ha più nulla.

 

Perché dire la propria, pur non avendo i mezzi conoscitivi adatti, sembra oramai una moda più che una reale necessità, e sbattere il mostro ultras in prima pagina è ben più comodo che fare inchieste su chi governa questo sport. Dopo anni di analisi sociologica ed antropologica, dopo una sterminata saggistica, dopo i mods e gli skinhead, i punk ed i paninari, i rockers ed i teddy boys, sembrano infatti esserci ancora enormi lacune di comprensione circa le forme impolitiche del conflitto giovanile, in una rinuncia alla riflessione sui rapporti che intercorrono o sono intercorsi tra il potere e le svariate forme di ribellione, tra la cultura dominante e le sottoculture popolari.

 

La vulgata dominante ha tanti parroci, e sostenere che “la gran parte dei gruppi ultras è così”, dopo aver scritto di reati sportivi e penali, cori discriminatori e atteggiamenti minacciosi, è semplicemente una generalizzazione errata (per non dire un’enorme idiozia)

 

Ma torniamo a Report. Lo abbiamo ripetuto spesso, le curve sono da tempo immemore lo specchio della nostra società. Ceti sociali, culturali ed economici diversi hanno da sempre calcato gli stessi gradoni, facendo del calcio il fenomeno aggregativo più d’impatto. La criminalità non è subentrata successivamente in tale scenario, ma ne ha fatto da sempre parte, così come si è inserita nelle società, enti o federazioni gravitanti nell’orbita sportiva: non solo, quindi, all’interno dei settori popolari (lì si concentra quella più evidente per un mero calcolo economico, la “suburra che va dietro le porte”, come direbbe Massimo Fini).

 

Oltretutto, come timidamente accennato proprio da Report nella suddetta inchiesta, sono talvolta le società stesse a pretendere la piena collaborazione anche da quelle sparute minoranze presenti nei settori più caldi che, attraverso il timore incusso sulla parte sana della curva, garantiscono ordine e disciplina svolgendo un ruolo da mediatori (come nel caso del pregiudicato Raffaello Bucci), per poi al momento opportuno chiedere qualcosa in cambio. La presenza di tali soggetti, difficilmente classificabili quali “appassionati”, rende complesso l’assetto all’interno dei settori caldi, tenuti spesso letteralmente in ostaggio da personaggi che rendono il business antecedente al tifo. A pagare, insomma, sono solo i veri ultras.

 

Se a Torino il club di Rocco Dominello (appartenente alla cosca Pesce-Bellocco) entrava a gamba tesa nel proficuo mercato dei biglietti con il presunto beneplacito della dirigenza – allontanando gli altri gruppi e determinando una precisa gerarchia – a Milano c’era chi utilizzava il proprio status per imporre i suoi diktat. Le diverse figure analizzate nei servizi sono quindi dei topi all’interno di una gabbia diversa da quella d’origine, capaci di utilizzare il proprio curriculum criminale per impossessarsi di una zona per definizione “franca” quale la curva. A scontare la situazione sono quei gruppi che si ritrovano a dover accettare queste imposizioni, vedendo limitata non solo la genuina attività di tifo, ma subendo continui attacchi da una stampa buonista, male informata, pronta a fare di tutta l’erba un fascio. La realtà, almeno in questi casi, è ben distante dai ritornelli mediatici.

 

Dietro il motto ”Riportare le famiglie allo stadio” i governanti del pallone privatizzano, limitano ed escludono le fette popolari da questo sport. Con gli attuali prezzi quale padre sarebbe in grado di garantire (minimo) ogni due domeniche al proprio figlio di assistere ad una partita?

 

Il nostro auspicio è che vengano realmente prese misure che tutelino gli appassionati, non i clienti. Il calcio già da tempo sta cambiando pelle, allontanandosi sempre di più da quei caratteri tipici che hanno reso questo sport il più passionale, colorato ed emozionante. Gli ultras, inutile nasconderlo, rappresentano forse l’ultimo baluardo in questa torbida discesa verso la banalità e la commercializzazione del pallone: probabilmente è necessario da parte di tutti fare un dietrofront, e ragionare sui casi singoli anziché imbarcarsi in una vera e propria caccia alle streghe preparata a tavolino.

 

Rendersi conto di quelli che realmente sono i demoni che affliggono il nostro gioco: i maxi-contratti televisivi, il campionato spezzatino, i super procuratori, le misure repressive e restrittive, i prezzi altissimi, lo spettacolo creato ad hoc, le infiltrazioni criminali, il tramonto dell’amore e della visceralità. Un calcio senza attaccamento, senza sfottò e rivalità, senza quelle dinamiche sociali e politiche che hanno sempre infiammato ogni sfida, senza campanilismo e folklore; beh questo non è il nostro calcio ma il vostro, quello che state modellando, quello che, tra qualche anno, sarà solo uno dei tanti sport presenti nel palinsesto Sky.