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Calcio
12 Aprile

Lo Scudetto del popolo sardo

Diego Mariottini

53 articoli
Il 12 aprile di cinquant'anni fa il Cagliari si laureava Campione d'Italia.

Una Pasqua 2020 diversa dalle altre, questa. Diversa come lo Scudetto del Cagliari di 50 anni fa. Il 12 aprile 1970 è domenica, ma anche in quel caso non è una domenica qualunque. A Cagliari la città si sveglia alle prime ore del mattino e non certo per andare al lavoro. C’è un’aria strana e l’elettricità regna su tutto. Una fretta innaturale accelera i tempi di una bella giornata di primavera. Il motivo non è un mistero. Classifica alla mano, se oggi la squadra di casa vincesse con il Bari, sarebbe campione d’Italia. Una città, una regione, un popolo non aspettano altro dall’inizio della stagione. Forse da sempre. Il ricordo di un trionfo che da mezzo secolo consolida un senso d’identità già fortissimo nell’Isola.

Il Cagliari non è soltanto una squadra ma un capolavoro sportivo. Una realtà che fino a pochi anni prima militava in Serie B e che per certi aspetti faticava a sentirsi un pezzo d’Italia, rappresenta a inizio decennio forse la parte migliore del Paese. Una società di calcio costruita poco alla volta e cesellata con grande intelligenza imprenditoriale. Da tempo quella posizione di vertice non è una sorpresa, per tanti motivi: perché la squadra è consolidata ai vertici del calcio italiano, perché alla rosa appartengono molti giocatori della Nazionale e perché gli astri sembrano essersi allineati.

Cagliari formazione
La formazione di quell’Undici indomito e indimenticabile; il Cagliari tricolore (foto da Storie di Calcio)

Prendi un politico con un grande senso degli affari, Efisio Corrias. Aggiungi un direttore sportivo che tutti vorrebbero avere, Andrea Arrica. Metti al centro dell’attacco un fuoriclasse come Luigi Riva, in porta un mostro come Enrico Albertosi e sulla fascia un cursore come Angelo Domenghini. Forma un centrocampo con l’intelligenza di Pierluigi Cera, il dinamismo di Ricciotti Greatti e lo spirito di sacrificio di un brasiliano tutto fare come Nené.

Lascia dirigere il tutto a un allenatore innovativo ed empatico come Manlio Scopigno e mischia il tutto. Beh, con il risultato di quello shake mostreresti soltanto una parte della verità. Il vero segreto del Cagliari sta nella forza del gruppo, dove le individualità sono energiche e fanno sempre la differenza, ma allo stesso tempo lavorano ciascuna per il bene del collettivo.

E poi c’è un ambiente cittadino che accoglie, che adotta, fa sentire protetti e che non pretende nulla se non attaccamento a una maglia semplice e densa di significato: bianca con bordi rossoblu e lo scudo dei Quattro Mori sul cuore. A voler essere pignoli, se ci fosse anche uno stadio un po’ meno vetusto dell’Amsicora, il quadro sarebbe completo, ma tempo al tempo e arriverà anche il S. Elia, una specie di cattedrale del calcio costruita a ridosso delle saline di città.

Amiscora stadio Cagliari
Il suggestivo ingresso dell’Amsicora di Cagliari, stadio di un’altra epoca (foto da Cagliari Fotografica – Tra Passato e Presente)

Nella stagione precedente il Cagliari ci è andato vicino, perché quando si può contare sui gol e sul carisma di Riva nessun traguardo è precluso. Ma qualche punto perso in modo ingenuo e parecchia sfortuna nei momenti importanti portano il Tricolore sulla via di Firenze. A metà settembre 1969 il Cagliari ritenta ed è chiaro a tutti che fa sul serio. Non ha la forza economica della Juventus o dell’Inter ma può contare sulla capacità di trattativa di Andrea Arrica, l’uomo in grado di costruire intorno al giocatore più rappresentativo una squadra di nomi importanti e di figure funzionali.

Durante il calciomercato estivo il direttore sportivo ha messo a segno un ottimo colpo. Dovendo fare cassa con una cessione eccellente, vende Boninsegna all’Inter ottenendo in cambio Domenghini, Poli e Gori. Se la squadra ha perso qualcosa in attacco, ha creato un assetto molto equilibrato riducendo il gap fra titolari e riserve. In altre parole, ha un tasso tecnico ancor più elevato rispetto agli anni passati. Adesso una città e un’intera regione sognano di poter andare alla conquista del Tricolore. Ed era ora.

Gigi non è sardo ma è come se lo fosse. Non sta semplicemente giocando nel Cagliari, sembra aver sposato una causa ideale. Quella di un popolo che un po’ si sente isolato, un po’ vuole esserlo.

Il campionato inizia a metà settembre. Oggi inizia anche prima, ma a fine anni ’60 quella è una novità motivata. A fine aprile il CT azzurro Valcareggi dovrà fare le convocazioni per i Mondiali di Messico 70. Per quel tempo la Serie A deve aver chiuso i battenti. Oltre alla Fiorentina campione in carica, le aspiranti al titolo sono sempre le stesse: Inter e Juventus su tutte. Possibile outsider, il Milan. Ma a Cagliari sanno che i tempi sono maturi, ora o mai più.

A 26 anni Riva è al top della maturità calcistica e intorno a lui è stata costruita una corazzata. Zincata in difesa, martellante a centrocampo, implacabile nell’area avversaria. Gigi non è sardo ma è come se lo fosse. Non sta semplicemente giocando nel Cagliari, sembra aver sposato una causa ideale. Quella di un popolo che un po’ si sente isolato, un po’ vuole esserlo. Ma che, al di là delle distanze geografiche e culturali, non intende essere più sottovalutato o considerato il microcosmo di un’Italia minore.



E pensare che all’inizio il ragazzo non vuole trasferirsi in Sardegna. Ed è proprio a Cagliari, lontano dal resto del mondo, che un introverso con la voglia prepotente di segnare si trasforma in uno dei più grandi realizzatori di sempre. Diventa, per l’appunto, Gigi Riva. È un campione che nella vita ha sconfitto tanti nemici, primi fra tutti la necessità economica, la solitudine forzata e la mancanza di libertà. I gol rendono liberi. E amati. Sì, perché i tifosi, non soltanto quelli cagliaritani, si rivedono in lui e lui in loro.

Qualcosa in quegli occhi malinconici e in un sorriso sempre un po’ trattenuto sembra dir loro qualcosa. Senza mai dirlo, in realtà, perché lui parla pochissimo. I sardi lo sentono intimamente uno di loro e non soltanto perché è quello che risolve le partite. Anche Boninsegna segnava tanto ed era apprezzatissimo, ma Gigi Riva è un’altra cosa. Lui lo sa, loro lo sanno. Tra il campione e la Sardegna c’è un patto di fedeltà e un sodalizio non scritto, profondo e misterioso.

«Ho capito di amare la Sardegna andando nelle case dei pastori e negli ovili. Una volta mi portarono in un paesino, a Seui, in provincia di Nuoro mi pare, e sulla credenza di un’anziana, notai anche una mia foto, tra i santini dei suoi genitori. L’amico che mi accompagnava chiese perché c’era la mia foto e la donna, senza riconoscermi, rispose: “Quello è buono”».

Gigi Riva

Ha già vinto per due volte la classifica dei cannonieri, non basta. Vorrebbe ripetersi e, se possibile, metterci anche un titolo che non sia soltanto individuale. Ma la Fiorentina parte bene e dopo quattro giornate è a punteggio pieno. Sarà lo scontro diretto del 12 ottobre 1969 a definire i rapporti di forza. Con la vittoria esterna al Comunale (oggi “Artemio Franchi”), il Cagliari prende la testa della classifica per non mollarla più. A nulla varranno gli sforzi delle avversarie, in particolare della Juventus che rinviene dopo un inizio balbettante. La verità è che con il Cagliari non si passa, Scopigno ha attrezzato una fase difensiva a prova di bomba. 11 reti subite in 30 partite rappresentano un record ancor oggi ineguagliato. Il centrocampo lavora per l’ape regina, Riva trasforma in miele. 21 reti e terzo titolo di capocannoniere (in quattro anni) a fine stagione.

Quel 12 aprile di mezzo secolo fa non è Pasqua ma per i sardi è quasi capodanno. Sarebbe l’inizio di una nuova era, Cagliari e tutta la regione verrebbero finalmente percepite non più come un luogo d’esilio o il “regno di banditi e pastori”, ma una regione bellissima e un popolo con una civiltà e una dignità capaci di superare anche un proverbiale orgoglio. In una Serie A poco rappresentata da Firenze in giù, sarebbe importante portare coppe e scudetti sotto l’immaginaria linea gotica. Almeno una volta, questa volta.

Lo stadio Amsicora è pieno, i biglietti sono introvabili da giorni. Il pubblico è composto ma pronto a far esplodere ciò che sente dentro. L’avversaria è il Bari e non è squadra comoda perché, perdendo, la formazione pugliese scenderebbe in B. Dunque, non può lasciar fare. La Juventus gioca a Roma contro la Lazio, mentre l’Inter, l’altra pretendente, ospita il Napoli.

Cagliari scudetto 1970
Narrano le cronache dell’epoca che la festa Scudetto durò per una buona settimana

Per Tutto il calcio minuto per minuto, Sandro Ciotti vede un Cagliari che attacca e un Bari che si difende con ordine ma che non rinuncia al gioco. Ma all’inizio del secondo tempo (allora Tutto il calcio cominciava a inizio ripresa) Ciotti dà la notizia che tutta l’Italia aspettava: la situazione è di 1-0 per il Cagliari, quasi scontato dire chi è l’autore della rete.

Dall’altra parte del Tirreno l’aria sa di Scudetto. Ora il Bari deve fare qualcosa in più, se non vuole retrocedere. Nel frattempo Lazio e Juventus sono sullo 0-0, ma al settimo minuto Enrico Ameri dall’Olimpico chiede la linea: Ghio ha appena portato in vantaggio i biancocelesti. Lo stadio di Cagliari esplode come se Riva avesse segnato ancora. Adesso sì che la partita è solo un countdown verso il Tricolore.

I 28.000 dell’Amsicora aspettano, tifano e pregano la sorte. La sorte risponde: Chinaglia su calcio di rigore, 2-0 per la Lazio. Non servirebbe altro ma a due minuti dalla fine anche Gori vuole partecipare alla festa. Raddoppio del Cagliari. Tricolore per i sardi, Serie B per il Bari. Quando l’arbitro De Robbio fischia la fine, ha inizio il tripudio. La Sardegna è in Italia, l’Italia è in Sardegna. Riva e compagni hanno fatto un prodigio che nemmeno ai Savoia era riuscito con il Risorgimento. A tutt’oggi, per un intero popolo quello Scudetto non è stato conquistato 50 anni fa, ma domani.

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