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Calcio
29 Settembre

Il calcio ai tempi della Play Station

Daniele Berardi

1 articoli
Come la console più famosa del mondo ha cambiato il nostro modo di pensare (e di intendere) il gioco.

Lo sport del ventunesimo secolo è profondamente diverso da quello delle origini. Passione, tradizione ed emotività erano parole chiave, incastonate all’interno di ciò che ormai sembra essere diventato una vera professione. Il passaggio, lo stacco decisivo che ha contribuito al taglio di questo cordone ombelicale è dovuto a tanti aspetti, fattori intrinseci che non hanno avuto fretta di manifestarsi, plasmando e trasformando gli spettacoli che fino a qualche decennio fa infiammavano le periferie di ogni metropoli. E’ cambiato il modo in cui ci si diverte, perché l’uomo, o meglio l’appassionato, ha smesso di intendere lo sport come un semplice passatempo. E’ più una questione di vita o di morte. Il calcio, in questa battaglia mitologica e secolare, ha aperto le porte alle nuove frontiere del divertimento. Nell’ottobre del 1991, dopo una serie di tribolate vicende di partrnership, Sony e Nintendo presentano alla stampa la prima console della categoria Play Station. E’ un successo inaspettato, fragoroso, supportato da una società (e da un pubblico) che sta cambiando radicalmente il proprio modo di essere e di pensare.

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Quello di Sony e Nintendo è un colpo davvero grosso, che punta sulle nuove esperienze di tridimensionalità alle quali l’uomo non era ancora abituato, pur avendo assaggiato sensazioni simili grazie alla nascita e allo sviluppo di multiplex e megaplex, in ambito cinematografico. I primi videogiochi a base calcistica risalgono addirittura ai primi anni ’70, ma sono soltanto meri simulacri dei colossi del nostro tempo. Tra i primi titoli, messi in commercio per console, ci furono NASL Soccer (sviluppato nel 1979 da Kevin Miller, ripartiva l’inquadratura in più schermate per garantire un effetto apparente di bidimensionalità), Pele’s Soccer (del 1980, il primo ad avere un calciatore come testimonial di copertina, appunto O’rey) e International Soccer (1983, sviluppato per computer, forniva notevoli passi in avanti sia dal punto di vista estetico, che dal punto di vista dell’esperienza ludica). A cavallo tra gli anni ’80 e ’90 si registrano cambiamenti importanti, che tuttavia non sopperiscono alle lacune già evidenziate dai tentativi precedenti (ridotta dinamicità, mancanza di falli, rigori e fuorigioco), ma hanno l’esclusivo compito di ampliare e “saggiare” il mercato, preparando la strada alla grande rivoluzione degli anni successivi.

NASLsoccer
NASL Soccer, il primo videogioco di calcio della storia

Il 1993 – anno in cui l’Italia era scossa da Mani Pulite e la Prima Repubblica si avviava al declino – sancisce una svolta nella concezione del videogioco di argomento calcistico. Electronic Arts sviluppa quello che tutti conoscono come FIFA (noto anche come FIFA SOCCER nel Nord America, giusto per ricordarci che il football è un’altra cosa). La prima uscita dà il via ad una serie infinita, capace di dominare nel rispettivo settore anche dopo l’avvento degli odiati rivali di PES, ad opera della Konami. La serie di FIFA ha sempre privilegiato la giocabilità (e la manualità) del videogame rispetto alla dimensione realistica, motivo per il quale molti appassionati storcevano il naso. L’assoluto dominio nel settore, tuttavia, permetteva ai creatori dell’amato videogioco di lasciare (appositamente) problematiche più o meno evidenti, con la promessa di risolverle nell’edizione successiva, mantenendo sulle spine il pubblico grazie a questa sagace mossa di marketing.

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.In realtà, verso la fine degli anni’90, FIFA conobbe un rapido momento di crisi dovuto agli innumerevoli bug e alle scarse modalità di gioco delle edizioni 1995 e 1996, nonostante quest’ultima fosse la prima a contenere i nomi effettivi dei calciatori. Prospettiva isometrica (contrapposta a quella verticale, più in voga in quel periodo), grafica dettagliata e licenze ufficiali contribuirono a rendere FIFA un must tra i videogiochi per console, anteponendolo a qualsiasi rivale, e consacrandolo come unico padrone del settore video ludico dopo la fine degli anni’90. Effettivamente la spavalderia con la quale FIFA e Playstation sono entrate nelle case del loro pubblico fa quasi rabbrividire: solo nel 2010 si sono quasi raggiunte le due milioni di copie vendute unicamente nella prima settimana, per questo colossal virtuale del gioco del calcio. L’emancipazione progressista, nel primo decennio degli anni duemila, è un percorso travolgente che accoglie quella fascia d’età già preda dello sviluppo tecnologico del cinema. I bambini crescono con un nuovo strumento tra le mani, qualcosa che cambierà per sempre il loro rapporto con la realtà: il joypad.

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Dani Alves, Munir, Messi e Neymar ai tempi del Barcellona mentre si dilettano a giocare (e pubblicizzare) la nuova edizione di FIFA

L’esperienza che le nuove console e di conseguenza i loro dischetti offrono si arricchisce ogni anno che passa. L’edizione successiva è un richiamo più lussuoso a quella precedente. La percezione di muovere una realtà 2.0 col semplice tocco di mano è qualcosa di serio, ma al tempo stesso irreale, man mano che l’assuefazione al videogame viene a galla. E’ a quel punto, in un periodo preciso dell’anno e a distanza di qualche mese dall’uscita della “vecchia” edizione, che il pubblico percepisce la fragilità del videogioco che ha di fronte, manifestando un bisogno efferato di riaggrapparsi ad una realtà mai esistita, tuttavia prontamente garantita dall’edizione “in via di sviluppo”. Le modifiche mirate, accompagnate da una più che oculata gestione delle “pubbliche relazioni”, contribuiscono a rendere il nuovo videogame una sorta di prodotto pieno a metà: appariscente a un primo impatto, ma con margini di miglioramento (sconfinati) praticamente visibili a occhio nudo.

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Il calcio, come ogni altro sport per console e più di ogni altro sport per console, ha dovuto fare i conti con la nuova percezione del mondo imposta dalla virtualità del ventunesimo secolo. Su questo discorso, entra a gamba tesa l’originale presentazione del giovane Lorenzo Pellegrini, romano di Roma nato e cresciuto nel settore giovanile della Lupa. Per il suo ritorno a casa, i giallorossi hanno deciso di fare le cose in modo originale, inquadrando il giocatore mentre è intento a segnare un gol con il suo avatar in Fifa 17 (con la maglia rigorosamente giallorossa!). Vedere un doppio fine, un doppio gioco o un mondo alla rovina all’interno di uno spot simile, è roba per complottisti accaniti. Ma la presentazione di Pellegrini (come, ad esempio, la modalità di gioco Il Viaggio di Alex Hunter, sbarcata in Fifa 17 con la promessa di essere ampliata nell’edizione successiva) si inserisce all’interno di un discorso più vasto, praticamente globale, e descrive il modo in cui la console più famosa degli ultimi vent’anni è riuscita a cambiare la nostra percezione del footballAdesso è possibile vivere un sogno, stando comodamente seduti sul divano di casa.

 

Un millennial che ha fatto strada…

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Pellegrini e Alex Hunter, da bravi coetanei (o quasi) e compagni di merende, vanno a braccetto verso la costruzione di un nuovo calcio, quello bello e irraggiungibile, da consegnare super impacchettato alle generazioni future che si affacciano al balcone dello sconfinato mondo dello sport. Pellegrini e Alex Hunter sono due facce della stessa medaglia che ha sancito, inevitabilmente, l’inchino dello sport all’oggettivizzazione della realtà e alla civiltà dei numeri. Il piccolo schermo, con la Play Station e i suoi surrogati, ha cambiato il rapporto dell’uomo con se stesso, riunendo insieme culture ed etnie diverse sotto un’unica religione: quella del disco. Il rapporto tra calcio e calcio virtuale è tuttavia ancora un infinito leopardiano, all’interno del quale è davvero difficile dare proporzioni e definire legami; sta di fatto che le nuove generazioni hanno patito, più di altre, il fragore della rivoluzione tecnologica. A tal proposito, la nuova dimensione del progresso ha contribuito a far nascere un bisogno (interiore) di concretizzare il gioco del calcio, spingendolo oltre le variabili casuali ed ipotetiche che da sempre lo caratterizzano. In questo frangente, la Playstation si presenta come prodotto finito di questa teoria, diventando l’unico (e sicuro) “oculo sacro” dal quale intravedere l’evoluzione futura del calcio 2.0.

 

 

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