Difficile concepire l’idea che un Paese si regga concettualmente sullo sport. Eppure, almeno in un caso è vero. L’Argentina è un Paese particolare, unico nel suo genere pur essendo una realtà per altri versi tipicamente sudamericana. Particolare e molto articolata è la sua gente. Quasi ingiudicabile sul piano etico. Sentimentale e orgogliosa, emotiva e testarda, poetica e talvolta senza scrupoli. Resiliente e tormentata. Vanitosa ma sempre pronta a vivere la vivere le cose della vita in prima persona. Dunque, capace di rischiare.

 

Il minimo comune denominatore di oltre 40 milioni di connazionali è diventato lo sport, inteso come mito fondativo.

 

Una storia secolare di potere e di esclusione, di marginalità, di abuso, di privilegio e di discriminazione. Una storia che ha un insopprimibile bisogno di memoria condivisa e che solo lo sport può a suo modo declinare. Ciò che per alcuni aspetti contraddistingue una storia diversa dal resto dell’America Latina è la presenza, più che altrove, di una popolazione che in poche centinaia di anni è cresciuta a livello esponenziale e in modo non sempre controllato. Agli occhi di un osservatore occidentale il motivo sembrerebbe chiaro: la “Terra d’Argento” è un luogo geografico ricco, dalle grandi possibilità legate al territorio e al sottosuolo.

 

 

Una sorta di subcontinente in larga parte pianeggiante, dagli spazi apertissimi e quasi infiniti. Una realtà geografica e poi politica che ha ucciso il proprio passato semplicemente perché…non è il suo. Chi abitava quelle terre è stato sterminato nel corso dei secoli, oppure vive nell’isolamento fisico e politico. In assenza di un Medio Evo e di un Rinascimento che non sia d’altri, il minimo comune denominatore di oltre 40 milioni di connazionali è diventato lo sport, inteso come mito fondativo.

 

In Argentina lo sport è rito di popolo

Per comprendere il “delirio collettivo” sportivo in Argentina bisogna prima studiarne la storia (Foto Mario Tama/Getty Images)

 

 

Nei secoli passati, chi in Europa soffriva la fame o aveva altri motivi per voler fuggire dal Paese d’origine, poteva ricostruirsi un’esistenza in Argentina, un po’ come avveniva in contemporanea all’altro capo della Terra, in Australia. In teoria c’erano spazi e possibilità per tutti, ma la vita è stata dura in ogni tempo e farsi largo in quel mondo così brutale, spietato e competitivo è sempre costato una fatica enorme e un mare di compromessi anche a chi poi ce l’ha fatta. La vita, oggi come allora, appare scandita dal lavoro, ma anche dal tempo libero per chi se lo può permettere.

 

 

Lo sport è parte di quest’ultimo. Discipline come il calcio, il golf, il polo, la boxe, il rugby sono di derivazione inglese. Saranno soprattutto gli ingegneri minerari provenienti dalla Gran Bretagna a esportare dall’altra parte del mondo attività agonistiche legate soprattutto al mondo bianco e anglosassone. Tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 segue un flusso migratorio fatto di italiani, irlandesi, polacchi, in numero minore francesi. In meno di un secolo la crescita demografica non è stata priva di traumi culturali. Fra nativos e inmigrantes non sempre la convivenza è semplice e di rado risulta pacifica e armonizzata.

 

In assenza di una storia nazionale secolare, il campione sportivo diventa un simbolo, una sorta di demiurgo fra massa e potere.

 

La storia dei nativi, le cui popolazioni abitavano da millenni quelle terre, è spesso ignorata se non negata del tutto dai nuovi arrivati. Lingua e tradizioni di chi c’era per primo si tramandano con una fatica enorme. Si parla oggi di oltre un milione di persone dimenticate, poste al margine della società in modo sistematico, fatte fuori dall’accesso all’educazione per vie di condizioni di povertà estreme e di una cultura dominante che di fatto vede soltanto se stessa. Chi vince scrive le regole della convivenza. Va avanti così da secoli ed è più o meno ciò che è capitato ai nativi che abitavano il Nord America prima dell’arrivo degli europei.

 

 

L’Argentina assume nel tempo una specifica fisionomia generale e costruisce poco alla volta una coscienza politica, individuale e collettiva, che combatte la povertà e l’ingiustizia a modo suo. Lo sport diventa così il modo più rapido ed efficace per sconfiggere la povertà materiale e per salire i gradini della piramide sociale. In assenza di una storia nazionale secolare, il campione sportivo diventa un simbolo, una sorta di demiurgo fra massa e potere. Altro non c’è, in un mondo che considera preistoria tutto ciò che ha più di 200 anni.

 

Argentina e sport, in una continua commistione tra sacro e profano

Dire che il calcio sfiora il sacro, in certi luoghi, non è un’esagerazione

 

 

Per le élite, per chi governa e amministra un Paese così complesso, avere dalla propria parte la voce di una stella del calcio, della boxe, del tennis, significherà avere una camera con vista privilegiata sull’orizzonte del consenso. Non c’è nulla di razionale eppure c’è molta logica in quello che sembra un delirante transfert collettivo da parte di chi ascolta. Quello della gestione politica è un problema storico di tutta l’America Latina, che nella terra dei gauchos (così vengono denominati i tradizionali nomadi a cavallo, ovvero i mandriani della Pampa, la sconfinata pianura argentina) assume connotazioni forse più peculiari e più precise che altrove.

 

 

Governare un “pianeta nel pianeta” diventa un fatto di comunicazione diretta (o in apparenza tale) fra governanti e governati. Ma la comunicazione non sempre è verità (quasi mai, in realtà), la vita è il più delle volte ingiusta e la rabbia di uno diventa con facilità la rabbia di tanti. L’Argentina è un Paese che da sempre tende a darsi del “nosotros”, pur nelle sue evidenti diversità etniche e sociali. Del resto, non ha molta scelta: l’Argentina è troppo giovane per divagare da se stessa.

 

 

Chi è al potere, dal tempo dei Libertadores in poi, non può mai ignorare il segreto principale per gestire milioni di connazionali così diversi tra loro: la necessità primaria è quella di unirli tutti parlando direttamente al cuore delle persone, molto prima che alla testa. Rivolgersi agli “ultimi” e ai “primi” al tempo stesso, stabilendo con il linguaggio e con la scelta delle parole un terreno comune, nel tentativo di non escludere nessuno. Almeno sul piano verbale.

 

In molti dicono che solo la vittoria della Coppa del Mondo salvò temporaneamente il regime di Videla, nel lontano 1978

 

 

L’emotività non sempre sotto controllo è uno dei tratti precipui di un popolo sempre in cerca di se stesso e che guarda in ogni direzione pur di non perdersi a ogni angolo di strada. Chi sa gestire l’aspetto emozionale ed è in grado di riportarlo nel concreto sul piano politico ottiene anche il consenso delle masse, o perlomeno della maggior parte di esse. L’epicentro di quel cuore pulsante è Buenos Aires e la provincia sterminata è collegata al suo punto di partenza e nel contempo di arrivo da una rete di arterie in apparenza invisibili.

 

 

In mancanza di millenni di storia alle spalle, è spesse volte il mito a sostituirsi a quest’ultima per colmare lacune di ogni genere. Il mito va creato e poi condiviso. Non è certo un fatto intimo, il mito. Sedurre una moltitudine è innanzitutto farsi comprendere e quella capacità è l’arma dei grandi leader. Quello del consenso sembra essere un enigma ancor più misterioso che altrove ed è il carisma di una guida, il cosiddetto quid, a fare la differenza.

 

 

In Argentina lo sport (il calcio in particolare) ha un’importanza inestimabile anche sul piano storico-politico: rappresenta il vero collante nazionale nonché il mezzo più efficace e immediato per costruire un’epica di popolo (o un popolo stesso, se vogliamo) che altrimenti non potrebbe essere tale con la stessa immediatezza e con il medesimo livello di coesione generale. L’alternativa coesiva sarebbe un nemico esterno, dunque meglio lo sport.

 

I volti per unire sono quelli dei grandi campioni sportivi

 

 

Lo sport rilegge e riscrive le vicende di un Paese, anzi diventa storia moderna e contemporanea a tutti gli effetti. Diego Armando Maradona, Passarella, Carlos Monzón, Gabriela Sabatini, Reutemann, Leo Messi, Vilas, Juan Manuel Fangio, più che idoli sportivi sono simboli del passato e del presente. Vivi o morti che siano, loro parlano a tutti e tutti li ascoltano. Testimonianze di vita pubblica anche più del tango e di un artista a tutto tondo come Carlos Gardel.

 

 

Gli uomini e le donne di sport sono icone capaci di incarnare sentimenti, rivendicazioni e aspettative generali. Il pallone, il volante, la racchetta e i guantoni sembrano a milioni di argentini di oggi e di ieri gli strumenti migliori per combattere una guerra per l’esistenza con armi non convenzionali. O un modo per sognare una vita migliore di quella presente.

 

Sembrano proprio loro, gli sportivi di successo, i nuovi emancipatori morali e psicologici di gente altrimenti oppressa.

 

Non c’è politico, cantante, imprenditore di successo o personaggio del mondo dello spettacolo in generale che possa tener loro testa sul piano della popolarità. I grandi uomini di sport parlano sempre al plurale, anche quando stanno zitti, figuriamoci se decidono di aprire bocca. Sono i nuovi Liberatori, i San Martín, i Manuel Belgrano dell’era moderna nella terra che va dal Tropico del Capricorno fino a ridosso dell’Antartide.

 

 

Sembrano proprio loro, gli sportivi di successo, i nuovi emancipatori morali e psicologici di gente altrimenti oppressa. O che tale a volte sente di essere. Solo la figura di Ernesto Che Guevara, anche più di Evita Peron, può essere paragonabile a loro. Ma anche l’Argentina ha bisogno di un numero 1 da mettere in porta. Per questo motivo Che Guevara ha un posto fisso da titolare nel cuore di ogni connazionale, di qualsiasi livello culturale o credo politico.