Siamo cresciuti con il mito di Italia-Germania 4-3, convinti che fosse il momento più alto della storia del calcio italiano. Non è così. Le migliori partite di pallone del nostro Paese non hanno come protagonisti Mazzola o Rivera, ma degli attori professionisti di cinema. All’interno di tre film, in particolare, il calcio riesce a ritagliarsi un ruolo fondamentale e la sua presenza ci consegna alcune scene iconiche, passate alla storia. Osservandole con attenzione emergono molte più riflessioni di quanto si potrebbe immaginare.

 

 

 


Fantozzi: la partita tra scapoli e ammogliati


 

Innanzitutto, c’è la celebre sfida del primo Fantozzi, datato 1975. Da un lato gli scapoli, dall’altro gli ammogliati. I primi guidati dal bel Calboni, i secondi chiaramente da Fantozzi. Prima del fischio d’inizio Filini, organizzatore e arbitro dell’evento, si rivolge ai due capitani per il consueto “palla o campo”. L’incomprensione è sovrana: Fantozzi sceglie “testa”, Calboni “pari”. Nell’indifferenza generale la monetina termina in una pozzanghera molto più profonda di ciò che sembra: è soltanto il degno preludio del tragicomico che verrà.

 

 

La partita inizia e le attese vengono fedelmente ripagate. Tra gli scapoli domina il talento indiscusso di Calboni, che dopo appena pochi secondi trova il pertugio vincente e realizza il primo gol della partita. Dall’altra parte, a ergersi come assoluto protagonista è Fantozzi. A colpire è anzitutto il suo look. La maglia – rigorosamente dentro i pantaloncini – risulta eccessivamente stretta e tradisce un fisico non propriamente statuario. Vent’anni prima di Alessandro Nesta, Fantozzi scende in campo con il numero 13. I pantaloncini sono ascellari e pure lunghissimi, quasi dei pinocchietti. A suggellare il tutto una coppola di probabile provenienza siciliana, che lo rende un po’ Peaky Blinder e un po’ Oliver Twist.

 

 

Le lancette nel frattempo corrono e le cose per gli ammogliati si mettono davvero male. Fantozzi sale in cattedra, ma gli effetti sono disastrosi. Nel giro di pochi minuti le autoreti del ragioniere sono addirittura due e i compagni lo inseguono furiosi. La partita sembra ormai indirizzata, ma l’apparizione fugace di San Pietro e il successivo arrivo di una pioggia torrenziale decretano la sospensione del match.

 

 

Il grottesco denuncia le storture sociali, anche e soprattutto nel calcio

 

 

Come sempre nei film di Fantozzi, lo spettatore è diviso. Da una parte il pirandelliano “avvertimento del contrario”, dall’altro il “sentimento del contrario”. Inizialmente si ride, ma poi subentra una triste amarezza. Il mondo raffigurato è quello del boom economico degli anni Sessanta/Settanta, al cui interno è resa impossibile una qualsivoglia forma di comunicazione e solidarietà.

 

 

I protagonisti sono individui alienati e a tal punto condizionati dalla morale dominante da non riuscire mai a emanciparsi davvero da essa: le strutture gerarchiche non vengono mai abbandonate. E così neanche il calcio, per sua definizione aggregante, riesce nell’impresa di ricomporre le distanze presenti tra gli uomini, che anche nel mezzo della concitazione continuano a darsi del Lei e a utilizzare i loro titoli professionali (“Ha battuto lei, geometra?”).

 

 

All’interno del rettangolo verde di gioco dominano gli stessi valori che caratterizzano il mondo lavorativo: il fondamento indiscusso della società è il suo carattere classista. L’esilarante partita denuncia le contraddizioni di un periodo storico che propugna illusori modelli di felicità e condanna invece all’incomunicabilità. Un mondo dominato da arrivismo, servilismo e mancanza di fiducia verso i sottoposti. Un mondo in cui il ragioniere Ugo Fantozzi – alias ultima ruota del carro – è tanto insulso e insignificante da poter rimanere chiuso in un bagno per 18 giorni nell’indifferenza più generale.

 

 

 


Mediterraneo: il calcio è l’Italia


 

E poi c’è Mediterraneo. Nel capolavoro di Gabriele Salvatores del 1991 il calcio occupa lo spazio di due brevi scene. I protagonisti sono otto militari italiani sbarcati ormai da tre anni su un’isola del mar Egeo mentre imperversa il secondo conflitto mondiale. Ben presto abbandonano bombe e fucili e si uniscono all’umanità accogliente del luogo. Il risultato è la formazione di un locus amoenus, in cui nulla sembra davvero accadere. Così come Corrado, ne “La casa in collina” di Cesare Pavese, fugge dall’orrore della guerra, così Abatantuono e compagni trovano nella Grecia una perfetta via di scampo per allontanarsi dalla violenza e dalla insensatezza della storia.

 

 

Il calcio, dicevamo, occupa nel film un posto importante. Le partite sulla spiaggia dei militari diventano ungarettianamente un modo per sentirsi “attaccati alla vita”: in un contesto generale di distruzione, permettono di provare dei barlumi di normalità. Oltre a ciò, sono una chiara manifestazione di amore verso il proprio paese. Giocare a pallone significa portare con sé un pezzo di casa, ovunque si vada. È un meccanismo inconscio che ha come tentativo il non voler in nessun modo dimenticare la propria patria.

 

 

Ricordarla, sì, ma nella sua dimensione più divertente e aggregante. Non attraverso le armi e i dissidi, ma con due porte, una palla e immancabili polemiche per rigori non assegnati. Così come gli emigrati cercano in terra straniera qualcuno con cui parlare la propria lingua per poter conservare le proprie radici, così i protagonisti cercano l’occasione per poter giocare a calcio, che da semplice sport si eleva a simbolo di ricordi e di appartenenza ancestrale

 

Radici.

 

 


Tre uomini e una gamba: imparare a sognare


 

Infine loro: Aldo, Giovanni e Giacomo. Nell’infinito viaggio in macchina verso la Puglia, ai tre succede praticamente di tutto. I continui ritardi e imprevisti fanno infuriare il vecchio Cecconi, suocero che sembra uscito dalla cena di Trimalchione di Petronio. Tra i numerosi sketch del film, la partita di calcio è forse il momento più iconico e divertente. Il luogo è un’indefinita spiaggia del centro Italia. Da una parte il trio e Marina, dall’altra “una banda di muratori marocchini”. In palio una scultura di enorme valore: un Garpez originale senza unghie, che qualunque falegname con trentamila lire avrebbe fatto meglio.

 

 

Lo scontro assume presto dimensioni più grandi, trasformandosi in un memorabile Italia-Marocco. L’Italia – stando almeno a quanto ci viene detto nel post-gara – si schiera con una spregiudicata difesa alta, optando per un’innovativa marcatura a zona. Lo schema è chiaro: Giovanni inventa, Giacomo corre e Aldo realizza. Il Marocco, forte della sua fisicità, risponde con dettami chiari: ordine e contropiede. Il match, equilibrato agli inizi, si traduce in una cocente sconfitta. A nulla vale il gol alla Van Persie di Aldo o il rigore parato da Marina: il risultato finale è 10-3 per il Marocco.

 

 

Baldanzosi e felici, l’ingegner Assad e compagni portano via il trofeo, perno attorno al quale ruotano le vicende dell’intero film. Costretti ad altre peripezie per riprenderla, la gamba è ciò che Aldo & co bramano, ma che in realtà vorrebbero distruggere. Aldo, Giovanni e Giacomo sembrano paladini dell’Orlando Furioso, costretti a inseguire obiettivi insensati che non sentono realmente di volere. La scultura rappresenta infatti quel mondo di valori che alla fine i tre decidono di rifiutare. È il simbolo del suocero e della sua predilezione per gli affari; del loro lavoro nel negozio di ferramenta, che in realtà odiano e del quale si vergognano; del loro matrimonio, frutto di convenienti logiche borghesi.

 

 

Ecco allora che la partita e le disgrazie successive non sono altro che prove da superare, in un Bildungsroman che porterà i protagonisti a viaggiare all’interno di sé stessi. Giunti di fronte a un bivio, i tre decideranno di opporsi a qualsiasi modalità di cristallizzazione della loro realtà e di sposare pirandellianamente la vita e non la forma, il volto e non la maschera.

 

 

La gamba, difesa e inseguita nel corso di tutto il film, verrà abbandonata come un oggetto senza alcun valore in mezzo alla strada. Con questo gesto Aldo, Giovanni e Giacomo si innalzano a difensori del diritto a immaginare una seconda possibilità. Come ci suggeriscono i Negrita nel finale, i tre hanno imparato a sognare un futuro diverso. Incerto, forse, ma libero da qualsiasi trappola sociale e frutto soltanto della propria volontà.

 

 

Tre film diversi, dunque, che rivelano però in egual modo quanto il calcio sia un elemento radicato all’interno del patrimonio culturale del nostro Paese. Le tre scene, nella loro straordinaria bellezza, consentono di tracciare un quadro sociale di tre periodi storici decisamente differenti e lontani. Nel farlo, confermano la forza di questo sport, capace di unire e di rivelare la natura dei rapporti interpersonali tra gli uomini. Ecco perché in Italia il calcio non potrà mai essere solamente un semplice gioco.