Gli inglesi ci hanno provato in tutti i modi a sottomettere gli irlandesi. Come scrive Alec Cordolcini ne Il calcio del fucile, articolo pubblicato su un vecchio Guerin Sportivo, “governo diretto e indiretto, genocidio, legge marziale, apartheid, legge civile, parlamenti veri e fittizi, divisione del Paese. […] L’unica cosa che l’Irlanda non ha provato è il ritiro totale e incondizionato”.

 

 

Due fazioni: da un lato i cattolici nazionalisti che sognano un’Irlanda unita, dall’altro i protestanti unionisti, vicini alla monarchia inglese e che dal 1921 danno vita all’Irlanda del Nord. Tra gli anni Sessanta e i Novanta, l’isola di San Patrizio vivrà la cosiddetta “guerra a bassa intensità”, in inglese The Troubles. Oltre tremila le vittime. Citando sempre Cordolcini, “in proporzione alla popolazione, dieci volte il numero di americani morti in Vietnam”.

 

 

Il calcio si rivela, come in diversi altri casi, un’appendice della situazione sociale. Il destino del Derry City ne è l’esempio lampante: inseritosi magistralmente nel secolo del calcio, il Novecento, e nel tessuto emotivo dell’Irlanda del Nord, rappresenta un caso più unico che raro di società vincitrice del campionato in due paesi diversi e contemporaneamente affiliati alla FIFA.

 

 

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I tifosi del Derry City nel 2006 a Parigi (foto di Christopher Lee/Getty Images)

 

 

Il Derry è la squadra simbolo dei cattolici repubblicani, la parte di popolazione discriminata e in minoranza nel paese. Pur essendo la maggioranza nella propria città, qui i cattolici non possono governare a causa del gerrymandering, un sistema di divisione delle circoscrizioni che impedisce loro di vincere le elezioni. 1965. Il Derry diventa campione dell’Irlanda britannica nonché, la stagione successiva, il primo club del proprio paese a passare un turno in una coppa continentale; alle istituzioni nord-irlandesi però quella squadra non piace e attraverso l’ausilio compiacente dell’IFA, la federazione nord irlandese, lo stadio Brandywell viene definito inadeguato.

 

Il Derry si vede costretto a giocare in Coppa a Coleraine, località a maggioranza protestante: piuttosto che scendere in campo lì, nonostante l’impianto fosse stato verificato e definito adatto. Il Derry decide di ritirarsi dalla competizione.

 

Nel 1969 la campagna per i diritti civili, nata proprio in città, crolla a causa delle violenze tra le forze cattoliche e protestanti, quest’ultime supportate dalla polizia nord-irlandese, il Royal Ulster Constabulary, e dall’esercito di sua maestà. Lo stadio Brandywell è situtato nel Bogside, importante quartiere cattolico in cui, il 21 agosto 1969, ha luogo una guerriglia della durata di 48 ore. L’IRA, l’Irish Republican Army, si impossessa della zona: gli inglesi non possono neanche avvicinarsi. La violenza divampa in tutta la nazione, ma solo il Brandywell rimane chiuso, quindi il Derry City deve spostarsi a Coleraine.

 

 

Con l’avvento degli anni Settanta le cose non vanno meglio. Domenica, giorno del signore, 30 gennaio 1972. In Irlanda del Nord un gran numero di persone teme per la propria sorte a causa di diverse scelte del governo centrale a dir poco discutibili, come l’internment, ovvero l’incarcerazione di un soggetto a tempo indefinito. La NICRA, Northern Ireland Civil Rights Association, organizza una marcia di protesta per quel fatidico giorno di fine gennaio: quando i paracadutisti britannici comandati dal colonnello Wilford aprono il fuoco, scoppia il caos.

 

 

Muoiono in 13 quel giorno mentre John Johnston – che peraltro non partecipa alla manifestazione, ma sta andando a trovare un amico – decede quattro mesi e mezzo dopo a causa delle ferite riportate. Diversi di loro hanno meno di diciotto anni, praticamente tutti sono disarmati. Bernard McGuigan ad esempio viene ucciso con un colpo alla nuca, negli stessi istanti in cui sta soccorrendo Patrick Joseph Doherty: sventolava un fazzoletto bianco, come confessato nel 2003 dal militare inglese che gli sparò. Queste barbarie passano alla storia con il nome di Bloody Sunday.

 

bloody sunday

2 febbraio 1972: ha luogo a Londra una protesta silenziosa ma significativa per i crimini commessi nel massacro del Bloody Sunday, costato la vita a 13 civili (foto da Central Press/Getty Images)

 

 

Il 13 ottobre del 1972 il Derry City decide di ritirarsi dal calcio professionistico, dopo l’ennesimo rifiuto della federazione nordirlandese sul possibile ritorno nel Bogside per motivi di sicurezza. Senza tifosi al seguito e con le casse prosciugate a causa dei continui e forzati spostamenti, la storia del Derry sembra giunta al capolinea. Seguono tredici anni di limbo fino alla stagione 1985-1986: la società viene infatti ammessa in una sorta di asilo politico sportivo nelle serie dell’altra Irlanda, l’EIRE, in cui trionferà quattro anni più tardi.

 

 

Negli anni Settanta anche un mito come George Best viene “toccato”, seppur in maniera diversa, dal marasma irlandese. Oggi la sua immagine si staglia sui muri di Belfast, ma non tutti qui lo amano. Adottato dal Manchester United, Best rifiuta di immischiarsi nelle vicende politiche del proprio paese. Non riesce a concepire una simile violenza. Molti irlandesi non vedono di buon occhio il suo matrimonio con gli inglesi: George Best, uomo simbolo di autodistruzione, ma non di violenza, sceglie di non esporsi troppo. In campo illumina, fuori dal campo è un’ombra (almeno quando si tratta di schierarsi politicamente).

 

 

Calcio e politica, politica e calcio. Di mezzo c’è sempre l’Irlanda. Ma anche la Scozia. Eppure, persino il mito dell’Old Firm non avrebbe motivo di esistere senza la questione irlandese. Tutto ha inizio con i flussi migratori di metà Ottocento. Dall’Irlanda agli Stati Uniti, per approdare in Inghilterra e in Scozia. Cordolcini scrive:

 

“Glasgow non è il paradiso: si vive in squallide catapecchie alla periferia della città, si resta in fila delle ore davanti ai cantieri navali per rimediare una giornata di lavoro, si sopportano turni massacranti in fabbrica per un salario da fame. Il tutto circondato dall’odio della popolazione locale protestante, anch’essa appartenente in maggioranza alla working class, nei confronti di questi immigrati cattolici arrivati a soffiargli il lavoro […]. L’unico svago è il calcio”.

 

 

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I tifosi del Celtic ad Ibrox prima del derby col Rangers mostrano tutta la propria vicinanza alla Repubblica d’Irlanda. In questa foto, del 2011, è possibile vedere il nome di Neil Lennon insieme alla bandiera irlandese. Il tecnico, dopo aver allenato i Celts dal 2010 al 2014, è tornato lo scorso anno sulla panchina degli Hoops (foto Jeff J Mitchell/Getty Images)

 

 

1887, nasce il Celtic Football Club, sede della fondazione la chiesa cattolica di Santa Maria ad East Rose Street, a Glasgow. L’idea è di Fratello Walfrid, di origine irlandese. Nata come iniziativa a scopo caritatevole, guadagnare soldi per aiutare i più bisognosi, è qui che ha inizio la leggenda del primo club britannico campione d’Europa, appendice della Terra di San Patrizio nel mondo.

 

 

Di fronte il Rangers Football Club, nemesi dei biancoverdi, anima della cultura protestante scozzese e specchio rovesciato della situazione sociale in terra britannica e irlandese. Dalle parti del Celtic Park non intraprendono una politica di chiusura a priori nei confronti dei non cattolici, mentre i Light Blues di Glasgow tesserano, come primo giocatore “ufficialmente” cattolico, Maurice Johnston: l’anno è il 1989, praticamente ieri. Un certo numero di tifosi fa a brandelli il proprio abbonamento, quelli del Celtic minacciano di morte il giocatore e la sua famiglia. Non solo cattolico, ma ex del Celtic.

 

 

Oggi le religioni sembrano aver perso l’appiglio originario, almeno per le nuove generazioni, ma l’Old Firm rappresenta comunque uno spauracchio, un simbolo di passione e sentimento. Spesso, anche recentemente, l’ordine pubblico è stato messo a repentaglio: anche questa è una guerra, anche qui trasuda l’atavica divisione che ha lacerato il cuore d’Irlanda. Da più di un secolo, irriducibilmente tra calcio e politica.