Dalla lunga intervista di Pierluigi Diaco al Ct della nazionale Roberto Mancini, andata in onda lo scorso martedì all’interno del nuovo programma di Rai Due Ti sento, la foga duplicatrice e sintetizzatrice della stampa italiana ha selezionato (come al solito) pochi stralci. E a fornire materiale da titolistica sono state in particolare solo le due o tre battute nelle quali il tecnico di Jesi ha “rivelato” la propria fede e l’esperienza mistica avuta con Vicka, una delle veggenti di Medjugorje. Le virgolette sono di rigore, perché di fatto nell’intervista non ha avuto luogo alcuna rivelazione, dato che la fede di Mancini è cosa nota a chi conosce un poco la sua storia, così come i suoi viaggi in Bosnia-Erzegovina.

 

 

Eppure la confidenza del tecnico ha destato stupore, come si trattasse di una fuga di notizie, di una curiosa stranezza, come non si conoscessero gli infiniti legami tra la religione e il calcio italiano, che poi non sono altro che il portato di quelli tra la religione e la società in cui lo sport in questione viene praticato. Alla vigilia delle elezioni del 1976 il Guerin Sportivo intervistava 300 calciatori di Serie A, chiedendogli anticipazioni sul proprio voto – qualcosa di semplicemente impensabile oggi – e la DC era con 141 preferenze la formazione politica più citata.

 

 

Erano quelli gli anni in cui il calcio si giocava più negli oratori che negli stadi, e i calciatori spesso dovevano molto (forse tutto) a qualche Don pallonaro. Ne ha parlato più volte anche Demetrio Albertini, geometrico centrocampista e oggi affermato dirigente sportivo, cresciuto calcisticamente proprio in oratorio, così come Massimiliano Castellani sulle pagine di Avvenire:

 

“Non c’è oratorio d’Italia in cui, almeno fino agli anni ’90, non abbia mosso i primi passi un campione”.

 

E la lista in effetti è davvero lunga: si va da “abatino” Rivera a Roberto Boninsegna, dal mitologico Tardelli al portierone Toldo. Il calcio degli oratori era alquanto simile a quel calcio di strada che oggi qualche “geniale” teorico del tiki-taka vorrebbe sempre più “applicare” agli allenamenti intensivi nelle scuole calcio. Persino Roberto Baggio, nella sua breve parentesi da Presidente del settore tecnico di Coverciano (2010-2013) che diede vita al suo famoso (e mai praticato) piano di rilancio del calcio italiano, ricalcò in fondo la fitta rete degli oratori scomparsi ipotizzandone una nuova formata da un gran numero di “Centri Federali Territoriali”.

 

calcio parrocchiale

Per saperne di più, qui il nostro articolo sul calcio parrocchiale: un pilastro dell’Italia del secondo Novecento

 

 

Dieci anni dopo l’indagine del Guerin Sportivo, il mondo ancora non si meravigliò più di tanto quando Maradona di fronte alle telecamere del post-partita di Argentina-Inghilterra dichiarò che il gol più famoso della storia lo avesse segnato «un po’ con la testa di Maradona e un altro po’ con la mano di Dio». E se volessimo allargare lo sguardo, per trovare ulteriori tracce dell’inscindibile binomio misticismo-calcio anche considerando le profezie non propriamente cattoliche, basterebbe pescare a piene mani dalle infervorate cronache del drammaturgo brasiliano Nelson Rodrigues, che negli anni ’60 descrisse il suo tifo per la Fluminense come

 

“un evento con uno sfondo metafisico, una disposizione cosmica a cui non si può – e nemmeno si desidera – sfuggire”, e da quelle del nostro Gianni Brera, che con i suoi scritti rese proseliti di un nuovo culto gli ignari lettori delle pagine sportive: Eupalla la divinità, il manto erboso il suo regno.

 

Oggi che gli oratori sono sempre meno, e ci si è dimenticati in buona parte del proprio passato – la parola “democristiano” è divenuta un’offesa persino nel mondo del calcio, con questa accezione la utilizzò infatti nel 2016 Maurizio Sarri, allora allenatore del Napoli, per giustificare la sua aggressione verbale proprio ai danni di Mancini, che da tecnico dell’Inter si era visto dare del “finocchio” dal suo collega: «Ho detto la prima offesa che mi è venuta in mente, gli avrei potuto dire democristiano» –, l’intervista di Mancini suscita clamore sebbene, come detto, si sapesse dei suoi viaggi a Medjugorje già dal gennaio 2019, grazie a una bella intervista della Gazzetta Dello Sport.

 

 

Va registrato quindi come la fede del Ct sia stata considerata dalla nostra stampa al pari di un oggetto misterioso, non collocabile nelle narrazioni sportive esistenti ma proprio per questo notiziabile. Un oggetto dal quale la società è tanto apparentemente distante quanto potenzialmente (e voyeuristicamente) attratta. La sensazione è che l’operazione effettuata sulle dichiarazioni di Mancini, che fa il paio con quella effettuata poco tempo prima sui viaggi di Mihajlovic, risponda in qualche modo ad un bisogno insoddisfatto del mondo del calcio contemporaneo, un bisogno che potremmo definire “mistico” e che sta generando veri e propri trend culturali.

 

“Sono sempre stato religioso: sono cresciuto in parrocchia, anche calcisticamente, credo in Gesù e nella Madonna. Sono nato il 27 novembre, il giorno della Vergine della Medaglia Miracolosa. La fede? Ti aiuta nei momenti di difficoltà, anche a maturare” (Foto Mike Hewitt/Getty Images)

 

 

Difficile non notare (almeno per gli addetti ai lavori) l’improvviso interesse mondiale esploso per Bèla Guttman, storico “allenatore illusionista” ungherese, e la sua “maledizione” che condannerebbe la squadra portoghese del Benfica a non vincere competizioni europee ancora per molto (cento anni a partire dal 1962), rea di non averlo pagato il giusto dopo la vittorie di due Coppe dei Campioni (per la cronaca, da quel giorno il Benfica ha giocato, e perso, ben 8 finali di coppe europee consecutive).

 

 

E la stessa brama di “mistico” sembra ardere nel cuore degli appassionati supporter di Federico Buffa, avvocato/giornalista di casa Sky che con maestria riesce da tempo a evidenziare le misteriose coincidenze nelle parabole dei cosiddetti “predestinati”, e ne fa il clou del suo storytelling show. Nemmeno il successo del “mistico” commentatore Adani – che è tornato recentemente a calcare la mano su tematiche che sembravano accantonate nel calcio della statistica e della scientificizzazione della tattica, come lo “spirito etnico” dei calciatori (su tutti, gli uruguaiani) – sembra escluso dalla tendenza.

 

 

Chissà che di qui a poco non venga rivalutata anche la figura di Giovanni Trapattoni, nell’immaginario collettivo tra i grandi padri del calcio italiano, magari meno esotico di Guttmann ma più vicino alla nostra tradizione contadina: un padre emigrato nell’hinterland milanese e i lavori da garzone prima di tirare i primi calci al pallone nell’oratorio San Martino di Cusano.

 

Restano storici gli sversamenti di acqua santa sul manto erboso che il Trap da Ct soleva svolgere prima degli impegni più ardui della sua nazionale.

 

L’acqua gliela procurava Suor Romilde, sua sorella, e l’allenatore la teneva sempre a portata di mano. 
Nell’ultima partita del girone dei mondiali in Corea e Giappone del 2002, arrivò addirittura a usarla a partita in corso, all’83esimo del match quasi perso contro il Messico che gli sarebbe costato la qualificazione. Due minuti dopo, l’1-1 di Del Piero, per il Trap un segno: «Anche i messicani pregavano e si segnavano. È stata una lotta tra la loro e la mia fede» dirà nel post-gara. Ct mistico ante litteram.