La scorsa settimana, negli uffici commerciali delle emittenti private, i dati diffusi da Il Messaggero devono aver mandato di traverso diversi caffè: rispetto ai 6 milioni di telespettatori registrati nelle ultime sei giornate precedenti alla sospensione, alla ripresa del campionato si è passati a una media di 4.

 

 

Per quanto tali dati siano parziali, il crollo del 40% dello share dalla ventisettesima alla trentesima giornata deve aver turbato il sonno degli analisti del settore. La situazione si intrica, considerando che Sky deve ancora corrispondere l’ultima rata del pagamento dei diritti televisivi per la stagione corrente: ben 131 milioni di euro, mica bruscolini! L’emittente britannico non sembra avere fretta di aprire il portafoglio anche se qualche giorno fa, sulla scrivania di Murdoch, è pervenuta un’ingiunzione di pagamento da parte del Tribunale di Milano.

 

La verità è che siamo un popolo di tifosi appassionati ed esigenti allo stesso tempo: lo scempio che si vede sui campi in queste giornate è difficilmente digeribile.

 

Tornando ai dati di ascolto, sembra chiaro che sia stato sopravvalutato il potere oppiaceo del pallone sugli Italiani, o almeno su una parte di loro. La crisi pandemica (e poi economica) monopolizza i pensieri da Nord a Sud e al calcio auto-referenziale di questi tempi, fatto passare peraltro come bisogno insopprimibile del popolo italiano, resta uno spazio marginale. La verità è che siamo un popolo di tifosi appassionati ed esigenti allo stesso tempo: lo scempio che si vede sui campi in queste giornate è difficilmente digeribile. A proposito, con il fischio di inizio ogni due giorni l’indigestione diviene un serio pericolo, mentre gli stadi vuoti rendono il sangue amaro.

 

 

Dal canto nostro non possiamo certo dirci sorpresi di questa fuga dai divani, almeno temporanea; infatti non abbiamo mai nascosto il nostro scetticismo sulla ripresa del campionato. Anzi, orgogliosi occupanti della parte del torto, ci sentiamo a disagio di fronte a un pallone che pur di andare avanti ci mostra tutta la sua debolezza strutturale.

 

Il calcio di queste ultime giornate è un insulto alla passione dei tifosi ed alla competenza degli appassionati; un’azienda sempre più indebitata, che protrae la sua attività lungo una via ben distante dalla sostenibilità economica.

 

Già, perché soffriamo troppo di fronte ad un paradigma che dimostra tanto la sua inadeguatezza quanto la sua ostinata incapacità (e volontà) di ripensarsi. La considerazione dell’industria calcistica nostrana come “Too big to fail” ha costretto i tifosi ad accettare qualsiasi salvataggio, della serie “Whatever It Takes”, eppure non esula i suoi padroni dalla necessità di ripensare l’intero sistema.

 

 

Il calcio di queste ultime giornate è un insulto alla passione dei tifosi ed alla competenza degli appassionati; un’azienda sempre più indebitata, che protrae la sua attività lungo una via ben distante dalla sostenibilità economica. Se la crisi pandemica ha messo in discussione l’incrollabile fede nel liberismo economico, allora anche per il pallone tricolore è arrivato il momento dell’autocritica.