Carrello vuoto
Calcio
11 Ottobre

Il calcio è politica

Lorenzo Santucci

44 articoli
Calcio e politica hanno sempre vissuto insieme.

La vicenda dell’indipendentismo catalano tiene banco da diversi giorni. Un’ulteriore testimonianza del periodo storico che stiamo vivendo, dove i popoli, in maniere e forme diverse, decidono di dare segnali forti e decisi. Il leave che conquista il Regno Unito e la conseguente Brexit, il grande successo del Front National in Francia passando per l’elezione di un magnate a presidente degli Stati Uniti. Eventi che non corrono lungo lo stesso filo ma che sicuramente hanno smosso l’opinione pubblica. E per opinione pubblica si intende qualsiasi classe sociale della società, compresa anche quella dello sport. L’importanza della politica all’interno di questo, e viceversa, e quanto entrambi siano insiti l’uno nell’altra non è di certo una scoperta sociologica di cui prendersi i meriti in questa occasione. D’altronde, entrambe queste tematiche sono sempre nella testa (e nella pancia) del popolo. E questo, da bravo, si crea i suoi beniamini in base ai comportamenti in campo. Ma non solo. Prendete il calcio, ad esempio: i giocatori che vengono ricordati sono soprattutto quelli fortemente impegnati al di fuori del rettangolo verde.

Gerard Piquè all'ultimo (contestatissimo) referendum catalano
Gerard Pique all’ultimo (contestatissimo) referendum catalano

Indipendenza della Catalogna, dicevamo. Un simbolo, un’icona di questa rivolta popolare, è stato Gerard Pique, difensore del Barcellona da sempre in prima linea contro la corona di Madrid, sia calcisticamente che politicamente, tanto da accettare l’eventuale decisione di non disputare il prossimo – e quasi sicuramente ultimo per lui – mondiale previsto in Russia nella prossima estate. Le sue lacrime dopo la partita contro il Las Palmas hanno fatto il giro del mondo. Hanno commosso, a loro volta. Ma, sinceramente, sono lacrime abbastanza opportunistiche: arrivato in ritiro ha infatti dichiarato “mi sento catalano ma la nazionale è la mia famiglia” “…un indipendentista può giocare per la nazionale”. Controsensi. Infatti, senza entrare nel merito politico della questione, il baluardo indipendentista Pique, ed insieme a lui tanti altri suoi compagni, praticano esattamente il contrario di quello che dicono. L’appartenenza alla propria terra è un’idea nobile. Ma se così è, ecco che il compito di portarla avanti, questa idea, diventa urgente, vero. Insomma, per farla breve: vincere trofei internazionali che ti hanno aiutato a diventare qualcuno per poi rinnegare quella maglia come se non l’avessi mai indossata, non fa di te un uomo onorevole. Così come alla squadra blaugrana, anch’essa molto attiva sulla vicenda, non ha fatto onore giocare la partita di Liga (prevista proprio il giorno del referendum), perché minacciata di perdere qualche punto in classifica ed essere sanzionata con una multa, nonostante i suoi tifosi si fossero espressi contro lo svolgimento dell’incontro (dopo i drammatici e riprovevoli episodi di violenza tra polizia spagnola e votanti catalani); le critiche alla società non sono ovviamente mancate. Opportunismo politico, diciamo che così possiamo sintetizzare questo atteggiamento. Comportamento che però, è giusto sottolinearlo, non ritroviamo ovunque. Un altro catalano di nascita che ha sempre ribadito la sua voglia di indipendenza è stato Pep Guardiola, che ha fatto sentire il suo contro la Spagna anche oltremanica, dove attualmente si trova, definendosi “indignato di come si sia cercato di impedire a dei cittadini il diritto di voto” e criticando la scelta del suo stesso Barcellona di scendere in campo mentre fuori lo stadio imperversavano gli scontri tra cittadini e polizia. Guardiola da sempre si è schierato a fianco della popolazione, intervenendo anche lo scorso giugno ad una manifestazione pro indipendenza come portavoce delle sigle della società civile indipendentista, Omnium, Ami e Assemblea Nacional Catalana. Dal palco, di fronte a migliaia di cittadini, Pep sostenne che

in quest’ora tanto importante per il nostro paese, la sola risposta possibile è votare, non c’è altra via di uscita.

Uscendo fuori dagli schemi che ci portano a sostenere tesi pro o contro l’indipendenza della Catalogna, il calcio si dimostra ancora una volta un elemento sociale importantissimo e del quale bisogna sempre tener conto, perché fa parte del vissuto e come tale gode di risorse fondamentali. Rimanendo sempre nella penisola iberica (che di queste situazioni indipendentiste fa scuola in tutta Europa), un altro caso storico è quello basco. Questa corrente indipendentista fonda le sue origini dal movimento carlista (un movimento tradizionalista che aveva l’obiettivo di garantire la successione al trono di Spagna dei figli di Carlo Maria Isidoro di Borbone), con all’interno anche idee provenienti dal Romanticismo. Nel 1895 venne fondato il Partito Nazionalista Basco e con lui vennero portate ancora più in alto le idee che innalzavano questo popolo a razza superiore agli spagnoli, fino ad opporsi alla loro immigrazione nei territori baschi. Passando al campo da gioco, chi ha cercato di riflettere le ideologie politiche è stato sicuramente l’Athletic Club (ma non l’unica, vedi la Real Sociedad), squadra storica della città di Bilbao. L’Athletic Kluba (come lo chiamano da quelle parti) ha una tradizione centenaria contraddistinta dalla volontà di non comprare giocatori che provenissero fuori dall’area geografica intesa come Euskal Herria (che comprende anche i paesi baschi francesi e la Navarra). Le ragioni di questa progettazione non c’entrano nulla, però, con la politica, o almeno non ufficialmente. L’Athletic si è sempre scagliato contro le idee del calcio moderno, salvo poi negli ultimi anni cedere a qualche compromesso (due esempi possono essere l’acquisto nel 2015 di Raùl Garcia, un non basco, e lo sponsor comparso sulla maglia), ma questa sua presa di posizione ha creato un connubio indistruttibile con la città e la sua terra. I tifosi, sostanzialmente, rivedono nel calcio quello che loro pensano riguardo la politica: è come se questa terra al confine con la Francia dovesse andare perennemente controcorrente, fiera di questa caratteristica che la contraddistingue dalle masse, seppur non con risultati eclatanti. D’altronde il calcio è un gioco semplice e se la squadra rispetta i suoi tifosi diventa anche più bello.

La passione dei tifosi baschi (Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images)
La passione dei tifosi baschi (Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images)

Chiudiamo il capitolo spagnolo spostandoci dall’altra parte del continente, ad est. Dopo la morte di Tito la Jugoslavia, o meglio l’ex Jugoslavia, è stata teatro di guerra durante tutti gli anni novanta. Idee politiche e religiose contrastanti, nazionalismi ed interessi economici esterni hanno creato una vera e propria guerra civile che ha coinvolto paesi quali la Serbia, la Croazia, la Bosnia ed anche la Slovenia. Proprio dalla Serbia viene un altro esempio di come calcio e politica, spesso e volentieri, si “vengono a trovare” sullo stesso piano. Durante un’intervista rilasciata quando allenava il Bologna, Sinisa Mihajlovic ha ripercorso le tappe della sua vita e di quel periodo storico, che lo ha formato come uomo. Non conforme all’idea pubblica, come sempre, l’allenatore del Torino ha voluto rimarcare da una parte come il nazionalismo non sia sempre un’accezione negativa (“sono più comunista di tanti altri”) e dall’altra ha ribadito il suo profondo dissenso verso le operazioni militari dell’ONU, che hanno portato al bombardamento della sua terra durante la guerra del Kosovo. Quando parla, è come se volesse difendere centimetro per centimetro la sua patria, un po’ come faceva in campo, perché anche se è consapevole che il suo popolo ha litigato per decenni su tutto, questo, appunto, rimane sempre il suo popolo. E non rinnega né si pente di nulla: dal necrologio dedicato ad Arkan (“un amico ed eroe per il popolo serbo”) fino alla nostalgia della Serbia che ha vissuto, quella del maresciallo Tito, dove “slavi, cattolici, ortodossi e musulmani vivevano insieme”, e “ti insegnavano a studiare, a migliorarti”. Un personaggio carismatico, che al di là delle grandi doti calcistiche ha sempre voluto fare chiarezza riguardo a quella che è stata, ed è, la situazione politica nel suo paese. Una frase che colpisce, si fa per dire, la possiamo trovare nell’intervista rilasciata a Guido De Carolis per Il Corriere di Bologna, dove interrogato su quale fosse il ricordo peggiore della guerra vissuta, rispose:

Giocavo alla Lazio. Apro il giornale e vedo una foto con due cadaveri. La didascalia diceva: due croati uccisi dai cecchini serbi. Uno aveva una pallottola in fronte. Era un mio caro amico, serbo. Lì ho capito: su di noi hanno raccontato tante cose, troppe non vere.

Mihajlovic con la maglia della Jugoslavia, Francia 98 (Marcus Brandt/Bongarts/Getty Images)
Mihajlovic con la maglia della Jugoslavia, Francia 98 (Marcus Brandt/Bongarts/Getty Images)

Passando da ovest ad est, ci siamo dimenticati di parlare di un’altra realtà calcistica – politica, che si trova nel cuore del mediterraneo, esattamente a pochi chilometri da noi. La questione della Corsica è stata più volte dibattuta e ripresa goliardicamente (ma neanche troppo) da italiani e francesi, che si sentono entrambi padroni dell’isola. Ma la storia, come sempre, fa da paciere: nel 1768 la Corsica apparteneva alla Repubblica di Genova, che aveva degli ingenti debiti nei confronti del re di Francia, Luigi XV. Per cercare di prender tempo, Genova offrì alla corona l’isola come garanzia. Ma non essendo in grado di poter pagare i suoi debiti, avendo già dichiarato tra l’altro la bancarotta, i francesi se ne impossessarono. I Corsi, da parte loro, non si sentono né francesi né italiani (parlando questi una loro lingua, molto simile al genovese), rivendicando semmai una maggiore autonomia dell’isola, con la creazione nel 1976 del Front de Libération National de la Corse. Più che di indipendentismo, è necessario parlare in questo caso di nazionalismo corso, che si scontra con la politica francese su questioni di ambito economico, ambientale e culturale. Calcisticamente parlando l’isola ha due squadre che spesso hanno militato nella Ligue1, quali Bastia ed Ajaccio. Ovviamente, soprattutto in un territorio così piccolo, le idee politiche non potevano non influenzare anche le squadre. In questo caso non abbiamo né similitudini con i baschi, né con i catalani, in quanto sono i tifosi i maggiori promotori dell’idea nazionalista. Nel 2015 il Bastia ha avuto di fronte la grande possibilità di poter vincere un trofeo nazionale, arrivando in finale di Coupe de France, disputata a Parigi proprio contro la squadra della capitale. La partita è terminata quattro a zero per i parigini, niente di sorprendente. Quello che ha avuto del clamoroso è stata la decisione del presidente della Lega Calcio francese, Frédéric Thiriez, di non scendere in campo a dare la mano ai corsi per non prendersi i fischi e gli insulti dei tifosi del Bastia. Tifosi che tendono a dimostrare le loro idee in tutti i modi e con atti forti: l’evento culmine, che ha poi causato la decisione di far giocare la squadra biancoblu a porte chiuse fino al termine della stagione, è stata l’aggressione ai giocatori del Lione, anche da parte del responsabile della sicurezza. Anche i componenti della squadra hanno portato sul campo le idee che provengono dalla tribune. Durante la partita Nizza – Bastia (Ottobre del 2014), il portiere Leca ha fatto il giro di campo sventolando la bandiera corsa di fronte a tutto lo stadio. Ovviamente, è diventato l’idolo dei tifosi.

Leca, portiere del Bastia, espone la bandiera corsica dopo la sfida contro il Nizza nel 2014 (JEAN CHRISTOPHE MAGNENET/AFP/Getty Images)
Leca (portiere del Bastia) con la bandiera corsica sul campo del Nizza (Magnenet/AFP/Getty Images)

Eccolo, il calcio. Questo sport, più di altri, rappresenta il vero riflesso della società. In questo senso è assai facile comprendere la famosa sentenza churchilliana sul belpaese:

Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio.

Lasciando da parte gli scherzi, almeno per un attimo, torniamo a noi. Più un ambiente è politicamente caldo, più la squadra sente le esigenze della propria tifoseria. Catalani, baschi, serbi o corsi sono soltanto degli esempi europei di quanto la politica influenzi il gioco del pallone. Ogni caso sul quale ci siamo soffermati ritrae una specifica situazione di auto-determinazione (senza stare a soffermarci sulle ragioni delle singole historìe, siano esse giuste o sbagliate). C’è chi sostiene che politica e calcio debbano essere completamente slegate tra di loro. La verità è che ogni squadra ha la sua natura politica, caratterizzata – e caricata – dai propri tifosi. È un processo inevitabile, un circolo vizioso che non è possibile interrompere: il calcio è formato dalla gente, che vive all’interno di una comunità. E tutto, nella società, è politica. Persino la cosa più importante delle cose meno importanti.

Promozioni

Con almeno due libri acquistati, un manifesto in omaggio

Spedizione gratuita per ordini superiori a 50€

Ti potrebbe interessare

Papelitos
Federico Brasile
30 Marzo

Perché boicottare quando si può sensibilizzare?

Le nobili battaglie degli sportivi impegnati.
Editoriali
Gennaro Malgieri
2 Dicembre

Perchè il calcio non è solo uno sport

L’irresistibile “calcistizzazione” che ha ormai contagiato tutti gli strati e i ceti sociali, si spiega con un'inconscia e primordiale "spinta comunitaria" che è uno dei fondamenti, probabilmente il più importante, della “nuova” politicità, trascendente le forme tradizionali legate ai partiti e ai movimenti, che si va affermando ovunque.
Recensioni
Roberto Tortora
29 Luglio

I giusti dello sport

Un libro collettivo, con racconti tra gli altri di Gianni Mura e Darwin Pastorin, sugli sportivi impegnati in nobili lotte politiche e sociali.
Storie
Alberto Fabbri
17 Novembre

Cuoio giallo, pt. 2

Chi ha ucciso Dino Fiorini?
Storie
Alberto Maresca
18 Gennaio

Morto un Re Cecconi non se ne fa un altro

44 anni fa un omicidio assurdo, nel pieno degli anni di piombo.
Recensioni
Gezim Qadraku
10 Maggio

Curva Est

Un viaggio calcistico nella cultura dei Balcani.
Editoriali
Andrea Antonioli
15 Maggio

Occidentali’s karma

Da predatore a preda: la parabola sportiva e spirituale di Novak Djokovic.
Interviste
Alberto Fabbri
4 Novembre

Contucci, l’avvocato del diavolo

Voce all'avvocato Lorenzo Contucci, sindacalista dei tifosi.
Storie
Remo Gandolfi
17 Aprile

Marcelo Bielsa e Bilbao si sono tanto amati

Dalla stima alla rottura, un amore argentino nei Paesi Baschi.
Calcio
Matteo Donadoni
23 Ottobre

Guardiola e la Catalogna, breve storia ipocrita

Abusare dello sport a fini politici.
Storie
Matteo Picconi
27 Ottobre

La squadra di Ceausescu

Il Viitorul Scornicesti per capire il regime rumeno.
Calcio
Alberto Maresca
5 Dicembre

Ali Adnan e l’Iraq

Storia di un figlio d'Oriente.
Papelitos
Gianluca Palamidessi
25 Maggio

Lasciare a casa Sergio Ramos non è una scelta di campo

Un leader tanto decisivo da risultare scomodo.
Calcio
Davide Aiello
11 Dicembre

Le trame giallorosse di Giulio Andreotti

Il grande burattinaio non si limita agli intrighi di potere.
Tifosi
Andrea Angelucci
20 Aprile

Il calcio è di tutti

Azionariato popolare e Finanziamento collettivo. L'utopia esiste.
Calcio
Eduardo Accorroni
9 Agosto

Il calcio in Cina è pura propaganda?

Per il governo cinese, il calcio è molto più di un semplice sport.
Storie
Alberto Fabbri
27 Gennaio

L’ultima Jugoslavia

La rincorsa è breve, il tiro di piatto destro è ben angolato ma Goycochea parte prima, si distende alla sua sinistra e respinge a due mani: la Jugoslavia è eliminata dai Mondiali di calcio, per l’ultima volta.
Calcio
Alessandro Imperiali
10 Agosto

Sarri alla Lazio è una rivoluzione

Ambientale, culturale, politica.
Calcio
Paolo Cammarano
6 Luglio

La Spagna che non tifa Spagna

La Roja non unisce tutto il Paese.
Ritratti
Davide Bernardini
25 Giugno

Óscar Freire

Il ritratto di uno squalo, un predatore da volata: annusa, attende, attacca. Sbrana.
Calcio
Luca Pulsoni
23 Aprile

La Brexit nel calcio di Boris Johnson

Il primo ministro britannico ha deciso la partita.
Tifosi
Mattia Curmà
30 Marzo

Cosa significa essere del Betis

Tifare blanquiverde è da sempre un'esperienza totalizzante.
Papelitos
Gianluca Palamidessi
23 Giugno

Dove finisce il club e inizia la Nazione

La morte della nazionale.
Ritratti
Gianluigi Sottile
14 Luglio

Luis Enrique, leader e gentiluomo

L'allenatore che non accetta compromessi.
Calcio
Alberto Maresca
17 Settembre

Perù

Il periodo aureo de Los Incas. E la successiva caduta nelle tenebre.
Altro
Simone Galeotti
13 Febbraio

L’oro di Spalato

Tre Coppe dei Campioni consecutive vinte prima della guerra che spezzò una Nazione, per cambiare per sempre la pallacanestro Jugoslava.
Calcio
Matteo D'Argenio
11 Luglio

Un giorno questo dolore ti sarà utile

La vita di Saúl Ñíguez è un diario pieno di dolore, rivincite e finali perse. A 22 anni però sembra già pronto per aggiungere pagine nuove e decisive alla sua carriera.
Editoriali
Valerio Santori
24 Marzo

Lo sport è politica, non propaganda

Gli atleti impegnati non sono tutti uguali.
Storie
Massimiliano Vino
14 Ottobre

Lo sport in Libia per capire il Fascismo

Calcio, ciclismo e motori per forgiare l'uomo nuovo fascista.
Tifosi
26 Novembre

Curve pericolose: quando le gradinate minacciano il potere

Intervista-recensione a Giuseppe Ranieri, penna militante sulla strada e sui gradoni.
Calcio
Edoardo Biancardi
12 Maggio

Quel pomeriggio al Maksimir

13 maggio 1990.
Storie
Massimiliano Vino
10 Settembre

Argentina ’78 segnata dalla loggia P2

Quando la massoneria scese letteralmente in campo.
Basket
Giacomo Rossetti
5 Luglio

L’Italia del basket rinasce a Belgrado

Con una gara da consegnare ai posteri, gli azzurri di Meo Sacchetti conquistano l’accesso alle Olimpiadi di Tokyo.
Cultura
Domenico Rocca
8 Aprile

La sciarpa, il tamburo e la siringa

Negli anni '70 l'eroina ha cancellato una generazione, dalle piazze e dagli stadi.
Storie
Andrea Tavano
21 Settembre

Boris Arkadiev, maestro del calcio sovietico

Demiurgo (a sue spese) dello sport nell'URSS.
Storie
Marco Gambaudo
26 Novembre

Stella Rossa v Bayern 1991, scontro di mondi

Una doppia semifinale che riassume la grande Stella Rossa di Belgrado, con pregi e difetti.
Ritratti
Andrea Angelucci
11 Febbraio

Lo strano caso di Aritz Aduriz

Compie oggi 40 anni un simbolo del calcio basco.
Papelitos
Marco Armocida
1 Luglio

La Spagna gioca al ritmo di Sergio Busquets

Un giocatore insostituibile.
Papelitos
Alberto Fabbri
16 Giugno

Da spettatori (divertiti) del Mondiale

Il bilancio dopo due giorni di Russia 2018.
Calcio
Jacopo Benefico
6 Febbraio

Il calcio in Libano tra guerra, politica e religione

Crocevia di culture e religioni, il Libano è oggi un Paese sconvolto e senza futuro (anche nel calcio).
Calcio
Alberto Maresca
26 Febbraio

Tunisia andata e ritorno: il calcio del popolo

Reportage dall'Africa settentrionale.
Recensioni
Gezim Qadraku
23 Settembre

L’ultimo rigore di Faruk

Una storia di calcio e di guerra.
Papelitos
Eduardo Accorroni
6 Settembre

Griezmann l’eterno indeciso

Dallo strappo con la Cina (Huawei) al ritorno all'Atletico (Wanda Metropolitano).
Tifosi
Antonio Torrisi
31 Maggio

La Ternana ha il cuore d’acciaio

Il calcio come specchio della città.
Tifosi
Alberto Fabbri
19 Novembre

I colori dividono le torcidas, Bolsonaro le unisce

Le tifoserie organizzate unite contro il presidente.
Storie
Emanuele Meschini
12 Novembre

Amatori Ponziana, la squadra che scelse Tito

La squadra di Trieste che giocò nel campionato jugoslavo.
Calcio
Sabato Del Pozzo
15 Settembre

Tessera del tifoso 2.0

La tessera ritratta la sua natura e riapre al passato.
Recensioni
Gianluca Palamidessi
25 Novembre

Qatar 2022, l’isola che (non) c’è

Inchiesta dal libro di Gianluca Mazzini.
Storie
Gianpaolo Mascaro
23 Dicembre

(Piccola) Patria basca

Orgoglio e radici dell'Euskal Selekzioa.
Tifosi
Alberto Fabbri
18 Agosto

In curva non sventola bandiera bianca

Malgrado il periodo più buio di sempre, i tifosi non si arrendono.