Trecentoquarantasettemila e centrotre (347.103), non sono gli abitanti di un piccolo stato sperduto a qualche lontana latitudine, ma il numero degli abbonati che dalla Serie A alla Serie C fanno il tifo per le realtà di provincia. Un esercito tutt’altro che silenzioso che brulica su e giù per la penisola, e in alcuni casi, vedi l’Atalanta, anche fuori dai patrii confini, nella più prestigiosa delle coppe europee.

 

Sono loro l’espressione più verace della passione per uno sport che più di altri è soggetto al ritmo serrato dalla globalizzazione. Quest’ultima ha infatti determinato, nel bene e nel male, l’abbattimento dei confini nazionali, spingendo il calcio a passare nel tempo da passione locale a febbre internazionale. Un trend che, complice il diffondersi delle televisioni e l’avvento di internet, ha avuto la spinta decisiva.

 

Dallo stadio calcistico il tifoso retrocede ad altro stadio: a quello della sua stessa infanzia.
(Eugenio Montale)

 

Anche in Italia. In poco più di trentanni, dalle prime partite del campionato inglese trasmesse dalla jugoslava Telecapodistria, e intercettate dai connazionali più fortunati, all’ascesa di emittenti private e l’avvento delle pay-tv, le occasioni di fruire di contenuti calcistici sono aumentate in maniera esponenziale. Il paniere calcistico si è allargato contemplando sempre più campionati e coppe.

 

Dall’Inghilterra alla Spagna, dalla Germania alla Francia, senza tralasciare il romanticismo, talvolta cercato a forza, del calcio sudamericano con la Copa Libertadores in testa. Un carosello accattivante che ha reso familiari a più di una generazione di appassionati squadre che prima non dicevano molto, oltre a città che, quando andava bene, si conoscevano grazie ai retaggi della storia e della geografia studiate a scuola.

 

 

Caressa De Grandis Mondo Gol

Stefano De Grandis e Fabio Caressa, le menti del primo (e geniale) programma di sport internazionale: Mondo Gol

 

Un nuovo modo di godersi il pallone si è diffuso coprendo gli interstizi lasciati liberi dal calcio nostrano. E così, a poco a poco, anche una nuova tipologia di tifoso ha iniziato a prendere piede. È un tifoso che sostiene squadre che abitano a diverse centinaia di chilometri, che giocano in un campionato straniero e delle quali il diretto supporto, anche nelle partite “casalinghe”, include l’acquisto di biglietti aerei e di camere di hotel.

 

Un articolo comparso nel marzo scorso su Gazzetta dello Sport censiva i gruppi di tifosi italiani di squadre britanniche e i numeri usciti erano piuttosto indicativi del fenomeno. Considerando soltanto quelli con una presenza in rete, si contavano oltre quaranta gruppi a coprire quasi tutto lo spettro calcistico d’Oltremanica: dall’Arsenal all’Aston Villa, dal Millwall allo storico Preston North End senza tralasciare le due big scozzesi Rangers e Celtic. Evidenze, sicuramente in difetto, di una tendenza che si sta diffondendo rapidamente.

 

A contendere tifosi alle provinciali quindi non ci sono più solo i grandi club del Nord Italia – Juventus, Milan, Inter –, come è iniziato ad avvenire sul finire degli anni Cinquanta con la prima ondata di migranti che dal Sud si trasferirono nelle città industriali settentrionali (1958-1963), ma anche realtà straniere che, grazie a strategie di marketing accattivanti e ben costruite – bisogna dire la verità – sono calamita di interesse e tifo. D’altra parte basta passare di fianco a un campetto o un giardinetto pubblico per vedere schiere di ragazzetti con indosso magliette di Neymar, Messi, Mbappé o Salah.

 

calcio di provincia Serie B 2019 2020 abbonati

Gli abbonati in Serie B, stagione 2019/20 (numeri da Pianeta Serie B, e aggiornati ad ottobre 2019)

 

Essendo questo l’andazzo e rileggendo i dati, aggiungendo a quelli i 10.466 abbonati del Palermo (fonte Sole24Ore) in Serie D – record di tutti i tempi per la categoria -, possiamo esclamare: “Il calcio di provincia è vivo e lotta insieme a noi”. Certamente ammaccato e da ristrutturare – le tragicomiche vicende del Catania di questa stagione e della Pro Piacenza e del Matera dello scorso campionato indicano che qualcosa va cambiato e alla svelta – ma capace di generare interesse.

 

E soprattutto di trascinare fuori dal divano di casa centinaia di tifosi che, patteggiando con un livello tecnico inferiore e impianti sportivi obsoleti e poco ospitali, scelgono di seguire la squadra della propria città, di sentirsi parte di qualcosa che li identifica con il territorio e con la cultura del luogo. Che si tratti di un coro cantato nel dialetto locale, di una rivalità campanilistica o del valore dei colori, trasmesso di padre in figlio, qui poco importa: sono tutti fattori che concorrono, insieme, ad un amore fatale, incondizionato e, visti i tempi, totalmente anacronistico.

 

Tifare una provinciale è sapere che le proprie gioie non sono direttamente proporzionali ai traguardi raggiunti; meglio, è sapere che la propria passione è inversamente proporzionale al declino della propria squadra.

 

Tifare una provinciale è una scelta di campo ben precisa: è decidere di stare sulla barricata a difendere una certa visione del mondo. Un determinato modo di vivere il pallone che racconta di spareggi promozione, di bagarre serrate per non retrocedere, di stadi troppo spesso scalcagnati ma molte volte caldi e sinceri.

 

Tifare una provinciale è sapere che le proprie gioie non sono direttamente proporzionali ai traguardi raggiunti; meglio, è sapere che la propria passione è inversamente proporzionale al declino della propria squadra. E poi, detta francamente, ci sarà sempre un obiettivo per cui vale la pena festeggiare, sia questo una promozione o una salvezza. Non esiste rivoluzione calcistica che può spazzare via tutto questo, nonostante un business senza troppi sentimenti sembri il padrone assoluto del gioco che abbiamo amato fin da piccoli.

 

calcio di provincia Serie A abbonati

Il numero degli abbonati per squadra in Serie A (dati aggiornati ad ottobre 2019, da Numeri Calcio)

 

Nonostante le urla di chi grida alla catastrofe incombente e propina l’inutile antifona nostalgica, la provincia regala ancora storie che inorgogliscono i tifosi. Ne sanno qualcosa i supporters dell’Hellas Verona che da neopromossa sta disputando un campionato al di sopra di ogni aspettativa. Per i Butei, incommensurabile è stato lo sfizio di battere in un Bentegodi gremito in ogni ordine di posto la Juve di Ronaldo e compagni. Una vittoria che, nel piccolo, vale quanto una finale di Champions.

 

O ancora, i pochi affezionati del Pordenone che nel corso di un anno sono passati dai rigori contro l’Inter, nella notte di San Siro in Coppa Italia, alla zona play-off della Serie B con il suo profumo di Serie A. Ma una menzione speciale la merita il Fasano che, il 12 febbraio scorso, battendo per 4 a 0 il Tolentino, si è guadagnato l’accesso alla finale di Coppa Italia della Serie D. Un traguardo mai raggiunto prima da un club che solo quattro anni fa sembrava destinato a sparire dalla geografia calcistica dopo l’ennesimo fallimento societario. Evitato grazie ai tifosi che, dopo aver fondato l’associazione “Fasano siamo noi”, hanno preso diretto possesso della società attraverso l’azionariato popolare. Era il 2016 e il Fasano militava in Promozione.

 

Si potrebbe continuare ancora per molto a raccontare vicende simili: da Nord a Sud, dalla A ai Dilettanti. Tante storie che restituiscono un’Italia a trazione provinciale che nonostante la cronica mancanza di investimenti e investitori continua vivere nella passione della propria gente. Dando anche un simpatico calcio sul sedere a tutti coloro che si cullano sulle nostalgie di un bengodi calcistico che non è mai esistito, rimpiangendo stagioni di bomber di provincia fortissimi che se giocassero ora sarebbero sicuramente alla Juventus o all’Inter. No signori, il calcio di provincia è un’altra cosa. Ed è per questo che vive ancora. Nonostante tutto.