Calcio
15 Settembre 2020

Siamo succubi del calciomercato

Senza accorgerci dei limiti del suo linguaggio.

Il virus doveva cambiarci. Almeno, così si diceva. Ci siamo riscoperti uguali, con gli stessi vizi e le medesime passioni. Tra quest’ultime bisogna sottolinearne una recente, che da qualche tempo riesce a ritagliarsi un ruolo centrale nelle nostre estati: il Calciomercato. Nato come semplice finestra per lo scambio dei giocatori, nel corso degli anni si è trasformato in un vero e proprio fenomeno sociale. Cercare di risalire alle ragioni del suo successo e tentare di descriverlo significa voler comprendere qualcosa in più di noi stessi e dei nostri giorni.

 

 

 


Il calciomercato è moderno e fa sognare 


 

Innanzitutto, il Calciomercato è un segno dei tempi. Proprio come un’opera futurista, è moderno e veloce. Viviamo in un’epoca in cui ogni secondo può essere decisivo, in cui ogni attimo può fare realmente la differenza. Anche l’informazione si è dovuta adeguare. Muniti di pollici e di smartphone, ci illudiamo che l’immediatezza con cui possiamo raggiungere le cose ci conferisca la capacità di comprenderle e, di conseguenza, di governarle. Ma la realtà è molto più complessa e sfuggente. Un esempio è il Calciomercato.

 

 

La sua narrazione è istantanea e non richiede pensiero critico. Ciò che conta è il titolone, la bella foto e non certamente una tucididea e puntuale ricostruzione dei fatti. Il nostro approccio ad esso è puramente passivo. In pochi minuti, perlopiù senza alcuno sforzo mentale, applichiamo la logica consumistica anche alle news (come va di moda chiamarle oggi): le leggiamo, le ingeriamo con estemporanea avidità e poi le rigettiamo nel dimenticatoio. Siamo bestie fameliche a cervello spento, che si illudono di informarsi, ma che in realtà contribuiscono ad acuire la mediocrità che le circonda.

 

messi
Lionel Messi, qui durante l’amichevole di pochi giorni fa col Gimnastic, è stato al centro della telenovela dell’estate (foto David Ramos/Getty Images)

 

 

Il Calciomercato è una finestra sul mondo, un luogo d’evasione. Ogni giorno restiamo incollati agli schermi, nella speranza di poter assistere a un evento miracoloso. Aspettiamo con ansia ogni nuovo aggiornamento live, con la stessa frenesia con cui i lettori di Dumas attendevano i nuovi episodi dei suoi romanzi d’appendice. In una società iper-produttiva che ha eliminato ogni possibilità di sognare, il Calciomercato ha la forza di trasportarci in una dimensione alternativa, all’interno della quale ci illudiamo che anche l’impensabile possa realmente accadere. È la trasposizione nevrotica del principio di Febbre a 90°, per cui «c’è sempre un’altra stagione».

 

 

Siamo un po’ tutti Didi e Gogo di Beckett, uomini scontenti che trovano nell’attesa (di Godot loro, di Messi noi) una ragione per non pensare alla povertà e alle criticità del presente. Dunque aspettiamo, sogniamo e nella maggior parte dei casi rimaniamo delusi. Almeno fino alla puntata successiva. Perché a pensarci bene sembra davvero tutto parte di una sceneggiatura più grande, quasi da serie televisiva HBO dove i protagonisti sono i giocatori. I quali, proprio come i personaggi di Game of Thrones, amano, mentono, tradiscono e, dopo continui colpi di scena, ci fanno affezionare alle loro sorti. E se disattendono le nostre aspettative non per questo perdono la loro funzionalità: da totem da adorare divengono capri espiatori perfetti verso i quali dirigere le nostre frustrazioni.

 

 

 


La neolingua del calciomercato


 

Come tutti i fenomeni di successo, anche il Calciomercato ha creato un suo linguaggio settoriale, che riflette alla perfezione ciò che esso stesso rappresenta: spettacolarizzazione, inautenticità e inespressività. Tra “indiscrezioni che filtrano”, colpi, bombe, improvvise accelerazioni, brusche frenate e anglicismi ingiustificati, gli addetti ai lavori hanno creato una lingua cristallizzata: sembrano tutti recitare un copione trito e ritrito, fatto di cliché lessicali e contenutistici, di espressioni sempre più abusate e per questo aride di significati. Il tutto in una trama da thriller mal riuscita, con sempre la solita medesima sceneggiatura tra intrighi e spettacolarizzazioni.

 

 

All’interno di questo contesto non sembra esserci spazio per l’originalità: vi è una costante coazione a ripetere. Se un giocatore sta per firmare allora è vicino, se poi non lo fa è perché è sfumato l’accordo. Se due squadre stanno per giungere a una risoluzione positiva significa che si tratta di un’operazione in chiusura, mentre se qualcuno chiede informazioni su un calciatore vuol dire che sono stati avviati dei contatti con il suo entourage. Più che un repertorio linguistico sembra una prigione lessicale che non lascia scampo a nessuno.

 

 

Nemmeno a noi, che nei bar e con gli amici ripetiamo tutto ciò che sentiamo a pappagallo e contribuiamo a mantenere in vita questo triste processo di impoverimento terminologico. Così facendo penalizziamo le parole, che, persa ogni carica espressiva, assumono oggigiorno una funzione marginale. Come diceva già Calvino nelle sue Lezioni Americane, l’uso della parola è ormai un “automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive”. Siamo insomma vittime e carnefici di un meccanismo che ci attanaglia, e forse neanche ce ne rendiamo conto.

 

Italo Calvino (1923-1985) fotografato da Johan Brun nel 1961

 

 


Gianluca di Marzio: uno sciamano dei tempi moderni


 

Pedullà e gli altri se ne faranno una ragione: il re indiscusso dell’estate è Gianluca Di Marzio. In primo luogo, per il suo look. Di lui infatti notiamo anzitutto le sue giacche sgargianti alla Checco Zalone (le stesse di Adani tanto per intenderci), a cui fanno compagnia tutti quei braccialetti e anelli. E poi quelle cover telefoniche kitsch e pacchiane, rigorosamente non abbinate al resto del vestiario. In un’epoca in cui l’apparenza è tutto, Di Marzio è stato abile nel ritagliarsi un ruolo estetico prima ancora che giornalistico: ha creato un’icona unica, immediatamente riconoscibile.

 

 

Ciò che però caratterizza davvero Di Marzio è il suo modo di dare notizie, di informarci sugli sviluppi del mercato. Il nostro eroe è un aruspice moderno, interprete di segnali che provengono dall’ultraterreno calcistico. È una sorta di ponte tra l’empireo pallonaro e la terra: è uno sciamano della religione del Calciomercato. Privo di tamburi e bastoni, trova nei suoi 14 telefoni (ci siamo tenuti bassi coi numeri, lo sappiamo) il modo perfetto per comunicare con l’aldilà e trasferire a noi comuni mortali messaggi che altrimenti rimarrebbero fatalmente nascosti.

 

Grazie a lui possiamo entrare virtualmente all’interno di camere d’albergo e di uffici inaccessibili. Ecco perché appare sempre esausto. Crediamo che ciò che ci comunica sia scontato, dovuto. È in realtà il frutto di un estenuante lavoro di mediazione fra due mondi, che senza il suo prezioso apporto rimarrebbero terribilmente distanti. Fosse un personaggio epico, Di Marzio sarebbe Enea.

 

Come l’eroe troiano è infatti vittima di un destino più grande che lo imprigiona in una miriade di responsabilità. I sospiri tirati nell’annunciare i bonus del contratto di Osimhen al Napoli altro non sono che un’amara constatazione di una vita che egli non ha scelto, ma che gli è stata assegnata. La verità è che vorrebbe essere altro, ma non può. Gli dèi del calcio(mercato) gli hanno affidato un compito e lui, pius come Enea, non può tirarsi indietro.

 

 

Il Calciomercato è pertanto un fenomeno di successo, straordinariamente moderno e veloce. È per certi versi unico, vista la sua capacità di far sognare in una società spiccatamente pragmatica. Pur riconoscendone i meriti, tuttavia, non possiamo fare a meno di dire che non ci piace. Di Marzio e i suoi collaboratori ci perdoneranno se non ci immoliamo sull’altare della superficialità e dell’omologazione del linguaggio. Ottobre, arriva presto.

 


Immagine di copertina © Rivista Contrasti


 

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