Con il turno infrasettimanale dell’antivigilia si è chiusa (idealmente) una prima parte di stagione calcistica che ci ha consegnato un’abbuffata di calcio senza precedenti nella storia recente. Una mole di partite impressionante, dettata dall’esigenza di stipare in tutti gli spazi disponibili un calendario immutato nel programma, ma compresso nei tempi.

 

 

In questi mesi le squadre impegnate nelle Coppe Europee hanno giocato un’insostenibile numero di match, disputando un incontro ogni tre giorni per un totale di 20 partite in quattoridici settimane per le squadre impegnate in Champions League, fino ad arrivare alle 23 giocate nello stesso lasso di tempo dal Milan, partito dai turni preliminari di Europa League. Un ritmo indiavolato che ha trovato ‘riposo‘ solo nelle finestre riservate alle competizioni delle squadre nazionali.

 

 

Riposo evidentemente sui generis, che non ha assolutamente risparmiato i protagonisti delle migliori squadre di club, moralmente (e non solo) obbligati a rappresentare il proprio paese anche durante la decina di giorni di stop dei campionati. Chi l’ha fatto giocando l‘inutilissima UEFA Nations League è riuscito probabilmente a limitare i danni della fatica, gestendo le forze con la connivenza dei CT più comprensivi.

 

Nicolò Zaniolo, una delle vittime dell’inutilità della Nations League. La sua lesione al crociato anteriore, la seconda in poco più di un anno, rischia di compromettere la carriera del centrocampista della Roma. (Claudio Villa/Getty Images)

 

 

Al contrario i sudamericani non hanno potuto scendere a patti con i compromessi: impegnati nelle partite di qualificazione per i prossimi mondiali, nel girone proverbialmente fratricida della CONMEBOL, sono stati costretti a impegnarsi in partite durissime, alle quali si sommano i soliti estenuanti viaggi intercontinentali.

 

 

Perché il più importante tema che questa irrazionale scorpacciata ci ha lasciato è l’atteggiamento irresponsabile nei confronti dei fisici di atleti, spremuti come animali al circo in nome dello spettacolo bene primario a tutti i costi. E poi il rito settimanale dei tamponi, le società che si scontravano con le imposizioni delle ASL, l’inaugurazione gli isolamenti fiduciari: compromessi necessari per ridare continuità a un business milionario, oltre che una passione planetaria.

 

Ne sa qualcosa il Kun: dalla ripresa dei campionati il suo anno è stato un calvario (Shaun Botterill/Getty Images)

 

Però i calciatori hanno dovuto anche fare i conti con gli acciacchi di una stagione per non risparmia il corpo. L’avevamo notato in periodi non sospetti, quando in estate i ritmi erano esasperati da temperature torride e gli infortuni fioccavano a ogni turno di campionato. L’incidenza è stata mitigata con l’introduzione dei 5 cambi ma chi, come la Premier League, ha riportato a 3 le sostituzioni dall’inizio della stagione ’20/’21, ha fatto registrare un aumento degli infortuni muscolari del 47% nelle prime 7 partite di Premier.

 

Un allarme che rimbalza da un campionato all’altro, uniformato nella sostanza:

 

 

«El calendario es una locura. Estamos matando a los jugadores» (Il calendario è una follia. Stiamo uccidendo i giocatori)

 

– Ronald Koeman

 

 

Come spesso accade poi, alla quantità non corrisponde la qualità. Il calcio a cui stiamo assistendo nelle ultime settimane è palesemente stremato. Perché se l’incidenza dei danni al fisico è misurabile, lo stress mentale è difficilmente intellegibile attraverso i numeri. Ma nella fiacca di corpo e mente il risultato sono partite dominate da un ritmo sincopato, che viaggiano sulle ali di folate per poi ristagnare in lunghi momenti di attesa, di gestione.

 

 

Usando una parola molto in voga in questo 2020 si potrebbe parlare di ondate. Quelle sulle quali si cercano di massimizzare gli sforzi, spinte collettive alla ricerca di un gol che giustifichi la fatica. Poi rimane solo la risacca stanca, le pulsazioni si stabilizzano e le partite assumono i contorni di lunghe fasi di studio nelle quali rifiatare e costringersi a subire pazientemente l’offensiva avversaria.

 

Pep Guardiola è stato tra i più critici nei confronti del calendario fitto di questa stagione: il suo City, non a caso, è stato a tratti irriconoscibile. (Michael Regan/Getty Images)

 

 

È un calcio in cui anche l’impatto identitario della panchina, tema a noi da sempre molto caro, è decisamente annacquato. D’altronde come è possibile immaginare l’impronta di un allenatore quando il lavoro imposto alle squadre consiste in un’abulica gestione delle settimane, alternando le partite a sedute di defaticamento e rifiniutra? Come possono gli allenatori lavorare efficacemente sulle loro disposizioni senza avere il tempo per farlo?

 

 

A pagare più degli altri sono gli allenatori di sistema, quelli che basano il proprio calcio su sinergie e meccanismi oliati. Impoveriti del lavoro tattico, a queste squadre non resta che arrancare nelle memoria dei movimenti e improvvisare affidandosi al talento dei singoli. Non a caso, tra le voci più polemiche di questo calendario così asfissiante, c’è quella di uno dei maggiori rappresentanti di questa scuola:

 

«El trabajo de entrenador hoy es trabajo de oficina. Ya no existe el entrenador, somos gerentes de los jugadores: que no se lesionen y nada más. No hay tiempo para entrenar. Es sólo recuperación y partidos… Es sobrevivir»

 

«Il lavoro di allenatore è ormai un impiego di ufficio. Non esiste più l’allenatore, siamo solo gestori dei giocatori: dobbiamo assicurarci solo che non si infortunino, niente di più. Non c’è più tempo per allenare. Si tratta solo di recuperare e giocare partite… È sopravvivere»

 

(Pep Guardiola)

 

 

Un integralismo che non conosce toni medi e propone un calcio che, senza i giusti equilibri, presta il fianco alle disattenzioni e le goleade a cui abbiamo assistito in questa parte di stagione. Un sviluppo tattico emotivamente coinvolgente, ma tecnicamente molto povero.

 

 

Con il nuovo anno la Coppa Nazionale si aggiungerà agli impegni consolidati, ma le eliminazioni e la riduzione naturale della progressione europea delle coppe daranno respiro in primavera. In estate tuttavia ci saranno gli Europei slittati dallo scorso anno e, con i Mondiali invernali del 2022, la sensazione è che si debba ripensare la stagione calcistica dalle fondamenta.

 

 

A livello nazionale riducendo il numero delle squadre (e dunque delle partite) nei campionati, e razionalizzando con maggiore acume la foresta di turni preliminari delle coppe che spesso ingabbiano intere società in stagioni senza fine. La pandemia d’altronde non ha fatto prigionieri, e il 2021 sarà un anno di cambiamenti: politici, sociali, ideologici. Il calcio non può sottrarsi a questo rito.