Calcio
21 Settembre 2022

Cosa significano i deliranti cambi di Inzaghi

Responsabilizzare i giocatori è una prassi superata.

C’è qualcosa di comico in quella che sta divenendo, giornata dopo giornata, a tutti gli effetti una barzelletta: i cambi di Inzaghi. O meglio: i deliranti cambi di Inzaghi. Una sorta di harakiri sportivo ormai noto alle cronache nazionali, che il tecnico in forza all’Inter attua praticamente ogni settimana con il solo fine di autosabotarsi. Una cerimonia masochista basata su una specie di “regola ferrea del giallo”, scovata da chissà quale implacabile team di ricerca e seguita pedissequamente dall’allenatore piacentino, che non appena vede un ammonito tra le sue fila non vede l’ora di tirarlo fuori dal match, giudicando inevitabile il successivo rosso. Una regola che, come tutte le regole ferree, si applica a tutti e non guarda in faccia nessuno.

Questa lucidissima follia, che va avanti dalla scorsa stagione, domenica è arrivata ai suoi livelli più estremi, quando al 30′ del primo tempo sono stati sostituiti Bastoni e Mkhitaryan: fuori entrambi, che non si sa mai, dentro Dimarco e Gagliardini. La reazione dell’italiano (ripetuti calci alla panchina), e quella dell’armeno (plumbeo silenzio) sono state più o meno quelle di ogni appassionato di calcio piazzato davanti al televisore in quel momento: ma che sta facendo? È impazzito? Una sorta di fenomenite che non ha atteso neanche l’intervallo, laddove i cambi avrebbero rubato meno l’occhio, ma che è andata in scena al trentesimo minuto come decisa da una sorta di intelligenza artificiale infallibile.

È un delirio, per l’appunto, o un’“ossessione cambi”, secondo un titolo della Gazzetta dello Sport di ieri.

In un articolo a firma Filippo Conticello il quotidiano milanese si è chiesto infatti molto banalmente se tra le mille cose “da cambiare” in casa nerazzurra per risollevarsi dalla crisi, “la prima” non siano proprio “i cambi stessi, tormento dell’Inzaghi interista”. Sotto accusa, in generale, gli avvicendamenti Correa-Dzeko e De Vrij-Acerbi, con i primi a guastare le buone prove dei secondi. Ma più propriamente nel mirino è finita proprio lei, la sempre più incomprensibile “legge del giallo” inzaghiana, ormai temutissima nello spogliatoio nerazzurro e soprattutto da Calhanoglu e Barella, finora sostituiti rispettivamente otto e sette volte per non rischiare l’irreparabile.


Ho avuto paura”, ha detto a tal proposito al termine della gara il tecnico piacentino, e non c’è dubbio che Inzaghi abbia in effetti moltissima paura di restare in dieci contro undici. È più difficile però credere al resto delle sue dichiarazioni, o meglio al retrogusto tattico col quale ha provato ad ammantare la sua personalissima frittata: «Bastoni e Mkhitaryan erano ammoniti, eravamo in difficoltà, ho pensato che magari con due sostituzioni avrei sistemato le cose… Hanno pagato loro, ma avrebbero dovuto farlo tutti perché l’Udinese ha approcciato meglio alla partita». Così nell’intervista post-partita a DAZN.

Tali giustificazioni provano a eludere, soprattutto, il tema più importante, la vera logica della “regola del giallo” – ormai divenuta bersaglio anche dei social, dove girano meme del tecnico che sostituisce i Simpson o addirittura il suo presidente Zhang (e lasciamo immaginare a voi l’analogia). Una logica che invece andrebbe discussa più approfonditamente, come ha provato a fare il giornalista Sky Giancarlo Marocchi il quale, tornando per un attimo nelle vesti del calciatore che fu, non le ha di certo mandate a dire all’allenatore interista:

La sostituzione degli ammoniti? È come dare degli irresponsabili ai giocatori, non è bello. Essere sostituito perché sto giocando male è un conto, essere cambiato perché considerato un bambino irresponsabile è un altro. Giocatori come Bastoni sono già dei nazionali, io ci sarei rimasto molto male.”

Le parole di Marocchi sembrano centrare il punto se pensiamo che oltre a Bastoni, considerato forse l’unico erede della tradizione difensiva italiana – uno di quelli a cui si chiede “di maturare” per riportare la nostra nazionale agli antichi fasti –, l’altro sostituito risponde al nome di Henrikh Mkhitaryan, trentatré anni di cui nove passati fra Borussia Dortmund, Manchester United, Arsenal e Roma. Insomma: non proprio un “bambino irresponsabile”! Uno che oltretutto era tornato titolare dopo un lungo infortunio, e che per trovare nuove certezze di tutto aveva bisogno tranne che di una sostituzione inspiegabile.

“Mkhitaryan lo fai giocare titolare dopo un infortunio, fino a quel momento non aveva mai giocato tantissimo, e poi lo togli dopo trenta minuti: così rischi di perderlo.”

Paolo Di Canio a Sky Calcio Club


Il punto allora non è la paura di Inzaghi di rimanere in dieci, un timore comune ad ogni allenatore sulla faccia della terra probabilmente, ma il modo in cui gestisce questa paura. L’ aver trovato una soluzione “scientifica” ad un problema da sempre esistito nel calcio: una soluzione “perfetta”, apparentemente, magari basata su statistiche del suo staff, ma che paradossalmente non comprende in alcun modo i suoi calciatori, vale a dire quelli che dovrebbero essere i veri protagonisti del gioco. E per questo una soluzione che è anche un sintomo inequivocabile, in generale, di cosa sia divenuta la versione più recente del mestiere dell’allenatore.

I deliranti cambi di Inzaghi sembrano rispondere infatti ad una volontà diffusissima tra gli allenatori della nuova generazione di non responsabilizzare più i propri calciatori, oramai considerati al pari di pedine da muovere su una scacchiera, una sorta di versione tridimensionale dei pallini di Football Manager.

La tesi implicita dietro i deliranti cambi di Inzaghi, così come dietro molte scelte di altri importanti allenatori dei nostri giorni – si veda la delirante selezione algoritmica dei rigoristi effettuata dall’Inghilterra di Southgate nella finale dello scorso europeo (buon per noi) – è in fondo che il miglioramento dei risultati di una squadra non passi più dalla crescita umana di chi gioca, bensì esclusivamente dalle trovate di chi allena. Se insomma per alcuni (noi) la trovata degli auricolari di Nagelsmann – facciamoli indossare ai calciatori così da telecomandarli meglio – sembra la distopia in grado di annientare il calcio una volta per tutte, per altri questa rappresenta invece una appetibilissima utopia.

Ma questi “teorici del football” dimenticano, e questo ce lo ricordò Orwell, che fin dalla sua etimologia ogni utopia non denota affatto “un bel posto”, ma semplicemente “un luogo inesistente”, ovvero l’irrealizzabile per definizione. E che “chiunque cerchi di immaginare la perfezione rivela in realtà semplicemente il proprio vuoto”. Gli allenatori che si percepiscono come specie di demiurghi allora, e che non riconoscono più una qualche capacità di intendere e di volere a quei ventidue ometti che dopotutto sono proprio quelli che prendono a calci il pallone, sono destinati per la loro stessa volontà utopica a schiantarsi. E questo vuole essere un ammonimento per il caro Inzaghi, sperando ora non si sostituisca da solo.


Cit. di Orwell da “George Orwell, Tutta l’arte è propaganda!” Gog edizioni: 23-33


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Valerio Santori

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