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Estero
25 Marzo

Olanda, Belgio e il nuovo calcio transnazionale

La BeNeLeague, una prova tecnica di Superlega.

“L‘Assemblea generale della Pro League (Belgio) ha votato oggi all’unanimità un accordo di principio sulla direzione per la futura ambizione del calcio professionistico belga”. Questo l’annuncio ufficiale della federazione di calcio belga, datato 16 marzo, che avvia alla costituzione di un campionato transnazionale tra Belgio e Olanda. Se la cosa dovesse andare in porto vedremmo l’Ajax competere con l’Anderlecht, il Feyenoord con il Club Brugge, il PSV con il Genk, in un nuovo modo di fare e di ve(n)dere il calcio: basta provincialismi, basta derby tra vicini di casa. Adesso la competizione è transfrontaliera.

 

 

Ma proviamo a fare un passo indietro e ad approfondire come è nato questo progetto, i suoi pro e soprattutto, dal nostro punto di vista, i suoi contro. La BeNeLeague, questo il nome del futuro campionato, in fondo non è una novità né un’idea peregrina, anzi; la formula è invece già stata utilizzata nei campionati di hockey e, per appena tre anni, nel calcio femminile.

 

La volontà delle due federazioni, principalmente di quella belga, è infatti di competere con i primi cinque campionati europei cercando di colmare le differenze economiche e tecniche.

 

In effetti la società di consulenza Deloitte ha calcolato che una fusione tra i due campionati potrebbe generare fino a 343 milioni di sterline all’anno (circa 400mln di euro) in accordi di marketing e diritti televisivi: una cifra non indifferente, con l’aspettativa di una crescita sempre maggiore. A ciò si aggiunge l’obiettivo di migliorare il coefficiente UEFA nella classifica generale ottenendo, in prospettiva, una maggiore rappresentanza nelle competizioni europee.

 

 

La presenza maggiore in Europa sarebbe fondamentale – in teoria – per riuscire a trattenere i propri calciatori, ad oggi ansiosi di confrontarsi con campionati più competitivi. Pensiamo all’inevitabile saccheggio dell’Aiax 2019: Matthijs De Ligt alla Juventus, Frenkie De Jong al Barcellona, ​​Hakim Ziyech al Chelsea; i lancieri erano riusciti allora a creare una squadra giovane e di gran qualità, eppure non avevano la forza finanziaria (e neppure l’appetibilità) necessaria a blindare i giocatori e iniziare un ciclo. Da qui l’idea di unire due attori piccoli per crearne uno medio, con lo scopo di provare a competere con i colossi europei.

 

Ajax vs Mechelen, finale di Coppa delle Coppe dell’edizione 1987/1988. Non sarebbe più una notizia nel nuovo campionato unificato di Belgio e Olanda. (Getty Images/Mandatory Credit: Allsport UK /Allsport

 

 

Ovviamente le società, da parte loro, sarebbero favorevoli alla fusione principalmente per l’aspetto finanziario. Il presidente del Club Brugge Bart Verhaeghe ad esempio ha dichiarato in un’intervista rilasciata a Le Monde:

 

“Stiamo organizzando una competizione insieme ai Paesi Bassi per ridurre il divario con i cinque principali paesi europei. Il calcio belga si sta svegliando ed è entrato nella modernità. Potremmo attingere a un mercato di 28 milioni di persone”.

 

Ecco quindi che l’interesse economico vince sulla bellezza del calcio provinciale e dei campionati nazionali. D’altronde, quando subentrano il mercato e le logiche commerciali, non c’è più posto per i campanili e per i confini, concetti vetusti che appartengono ai secoli scorsi: la conquista del pubblico diventa il mantra principale, e così la competitività a tutti i costi. Ma questa, secondo molti, non sarebbe solo un’unione tra Belgio e Olanda, bensì il primo esperimento di una “mini-Superlega” condotto laddove ci sono le condizioni per farlo.

 

 

La BeNeLeague dovrebbe essere così composta da 18 club (otto provenienti dal Belgio, dieci dall’Olanda), con un sistema di retrocessioni e promozioni basato non solo sui risultati dell’ultima stagione, ma anche sul ranking acquisito negli ultimi anni (sarebbero già sicure di partecipare per l’Olanda Ajax, PSV Eindhoven, Feyenoord, AZ Alkmaar, Utrecht e Vitesse; per il Belgio Club Brugge, Anderlecht, Standard Liegi, Gent, Genk e Charleroi).

 

Bert Konterman (Olanda) e Branko Strupar (Belgio) vengono alle mani durante una partita tra le due nazionali del 2000: domani sarebbe lotta fratricida e guerra civile (Sandra Behne/Bongarts/Getty Images)

 

 

Ma retrocessioni e promozioni da dove? Ovviamente da quelli che resteranno i campionati nazionali: un modo per “garantire la stabilità economica per le società del campionato nazionale”, cosi è scritto sul comunicato della Pro League. Di fatto sarebbe anche prevista la possibilità di far iscrivere le formazioni U23 dei club della BeNeLeague nei rispettivi campionati nazionali, che diverrebbero a tutti gli effetti delle “Serie B” nazionali. Che si diceva delle prove tecniche di una Superlega europea?

 

“Non possiamo ignorare la nuova realtà. Prima o poi, ci sarà una Super League europea con partite tra Bayern Monaco e Real Madrid di domenica”.

 

Queste non a caso le parole dell’eclettico numero uno del Club Brugge, Bart Verhaeghe. La BeNeLeague potrebbe dunque essere l’evento tipo, il crocevia per un campionato in cui le federazioni e le squadre sacrificano la propria tradizione in nome del mercato. Il tutto ovviamente sulla pelle dei tifosi, i quali ormai non vengono neanche più interpellati in questo genere di questioni: si ascolta il parere di società, federazioni, dirigenti e giornalisti, ma nessuno si sogna di chiedere quello dei supporter del Feyenoord o dell’Anderlecht.

 

 

Il modello poi non si milita solo a Belgio e Olanda, ma annovera idee simili in giro per il continente, in quella che per alcuni dovrebbe diventare l’era dei campionati transnazionali: come scrive il Post in un suo articolo, ci sono già progetti per l’Atlantic League, un campionato sovranazionale con squadre irlandesi, scozzesi, danesi, svedesi e norvegesi, e per una lega balcanica sul modello della Lega Adriatica del basket, composta da società slovene, bosniache, croate, montenegrine, macedoni e serbe.

 

 

Insomma, ecco le conseguenze di quella mentalità per cui i confini sono solo “linee tracciate su una mappa”, che in nome dello spettacolo e della competitività possono – e anzi devono – essere superati. In questo la crisi innescata dalla pandemia ha rappresentato l’accelerazione tanto attesa, l’assist perfetto e l’alibi definitivo, mentre gli stadi deserti erano il luogo del delitto ideale per condannare il vecchio (e superato) pallone novecentesco.

 

 

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