In fondo comprendere le ragioni del successo di Campioni, il Sogno non sembra poi così arduo. Al tanto bistrattato (ma fruttuoso) formato dei reality show, Mediaset aggiunse una componente da sempre di successo in Italia: il calcio. La mossa, anche se durò il tempo soltanto di due stagioni, fu vincente; in un continuo gioco oscillatorio tra un’innovazione molto pop e una tradizione tutta provinciale, non fu un caso se il programma riuscì a suscitare l’interesse di milioni di italiani. Che poi, metterla in questi termini, è anche un po’ riduttivo.

 

 


Eravamo tutti Campioni


 

Uno dei meriti di Campioni fu di precorrere i tempi. I calciatori di successo esistevano, ma apparivano lontani e soprattutto irraggiungibili: era necessario pertanto renderli più umani, desacralizzandoli. In un’epoca precedente all’arrivo dei social network, si decise di non scomodare personaggi famosi. La scelta ricadde allora su giocatori dilettanti che nel migliore dei casi potevano vantare tre (i più virtuosi addirittura quattro o cinque) stagioni tra i professionisti. L’opzione adottata, nella sua straordinaria democraticità, si rivelò ben presto di successo: i protagonisti da calciatori modesti divennero rapidamente divi e, per questo, personalità di dominio pubblico.

 

 

Incollati davanti al televisore, proiettando in loro le proprie speranze, milioni di italiani si affezionarono alle sorti di Gullo e Paesani; d’altronde il primo, quando militava nel Basilea, non aveva forse marcato Del Piero in Champions League? E il secondo, non era forse un giocatore di un’altra (chissà quale) categoria? A prendersi la scena furono verghianamente i vinti, uomini dimenticati e ormai disillusi. Il Cervia divenne così simbolo di quella parte di Paese sconsolata, convinta di aver perso qualsiasi treno in direzione di un riscatto personale.

 

 

Se anche i giocatori del Cervia ce l’avevano fatta, la notorietà non appariva poi così inarrivabile, ma anzi per una volta era avvertita più “vicina”. Il programma finì in questo senso per essere un’incredibile apologia dell’errare humanum, del diritto a sognare una seconda possibilità. Al carattere arrivista tipico di ogni reality show si unì infatti un illusorio trionfo dell’imperfezione, una manzoniana esaltazione degli umili. Il tutto inserito nella cornice calcistica, che dava al programma un retroterra italianissimo e lo svincolava dalle sole dinamiche di pettegolezzo e scandalo dei reality. 

 

Campioni, il sogno

Quelli passati in rassegna da Ciccio Graziani, in teoria, saremmo potuti essere noi

 

 


Ciccio Graziani: la star simbolo dell’Italia di provincia


 

Diciamolo con chiarezza: senza Ciccio Graziani, niente sarebbe stato possibile. Istrionico, divertente e geniale (no, non si parla di Fellini), Ciccio si è rivelato, fin dai primi momenti, assolutamente perfetto. In un periodo in cui gli allenatori di successo (Mourinho, Lippi e Ancelotti) erano uomini eleganti, composti e ricchi di charme, Ciccio si affermò con la forza di un uragano quasi come un populista ante-litteram.

 

 

Innanzitutto per il suo aspetto. Gli allenatori iniziavano allora a vestirsi sempre meglio, tra cravatte e completi perfettamente abbinati, mentre Graziani impose un altro canone: il suo. Quel cappellino con la visiera in testa – che poi in testa non ci stava praticamente mai – e quello smanicato – francamente troppo stretto per essere davvero utilizzabile – crearono un’icona destinata a rimanere negli anni (ebbene sì, Klopp non ha inventato proprio nulla). A suggellare il tutto un paio di occhiali sgargianti, kitsch e terribilmente pacchiani, che di certo sarebbero piaciuti al Moreno Vecchiarutti di Carlo Verdone.

 

 

Oltre al suo armamentario di scena, ci rimane di lui l’incredibile espressività del volto: un po’ Adriano Galliani, un po’ Giovanni Cacioppo. Quella testa pelata, unita a un naso incredibilmente grosso e a un mento alla John Travolta, creavano una sorta di maschera teatrale, in grado di generare ilarità e simpatia a un semplice sguardo.

 

 

Mettetevi comodi: una carrellata del meglio di Ciccio Graziani

 

 

E poi per il suo linguaggio. In un mondo già segnato da una globalizzazione pervasiva e da sempre più frequenti mix linguistici, Ciccio si oppose con la forza della tradizione, con un utilizzo dell’italiano tuttavia incerto e maldestro. Nelle sue parole, colme di romanismi e toscanismi, si percepiva il titanico sforzo di un’ars oratoria fluente e corretta: ne derivò un risultato stridente, ma quantomai divertente.

 

 

E così, ancora oggi i fan di Campioni si sentono legati alle sue uscite più memorabili (“Mettiamoci a coppie di tre”, “Me sembri Topolino”, “C’ha una capoccia che non lo ammazza manco un maiale”), allo stesso modo in cui il Lessico Famigliare univa Natalia Ginzburg ai suoi fratelli. Nel tentativo di conformarsi a un mondo che non gli apparteneva, Ciccio creò un vocabolario di ricordi da cui attingere per rallegrarsi nelle cene con gli amici o, più egoisticamente, nei momenti più bui.

 

 

Infine, perché era vero. Certo, è lapalissiano che il confine tra realtà e finzione nei reality sia labile quanto quello del teatro pirandelliano. Eppure, ciononostante, Ciccio appariva diverso. Le sue azioni e le sue parole sembravano essere frutto di un dissidio interiore. Il nostro eroe (termine non a caso) risultava simile ai personaggi della tragedia greca, costantemente divisi tra la dimensione reale e quella ideale. Da un lato, un programma che gli imponeva decoro, lealtà e rispetto; dall’altro, tutto il suo provincialismo, fatto di pillole di cultura popolare – “Quando le fratture sono composte le ossa non sono mai rotte” – e metafore ancestrali:

“La palla viene dal cuoio, il cuoio viene dalla mucca la mucca sta sull’erba. Il pallone deve strisciare sull’erba”.

Tra incerti insegnamenti di vita impartiti e celebri scontri con altri partecipanti (chiedere a Carolina Morace per conferma), le imposizioni dall’alto non riuscirono mai a contenerlo del tutto. E così la sua vis pugnandi, figlia di mores desueti e passati, non poté in nessun modo essere ingabbiata. Menomale, a dirla tutta!

 

 

“Stiamo facendo un programma talmente innovativo che se ci guardiamo indietro guardiamo il futuro” (cit.)

 

 


Un calcio destinato a scomparire


 

In un mondo attuale fatto di Var, cardiofrequenzimetri, gegenpressing e rigide restrizioni alimentari, Ciccio e i suoi portarono sulla scena un tipo di pallone diametralmente opposto; tanto diverso, oggi, da risultare anacronistico. Il Cervia esaltò un calcio tradizionale, ancorato a principi che attualmente sembrano poter trovare una loro applicazione solamente nel dilettantismo, avulso per definizione dalle tecnologie e refrattario al cambiamento. Un mondo di difensori duri, mediani dai piedi diseducati e attaccanti giudicati solamente per i loro gol. Il tutto all’interno di un contesto superato, in cui l’etica sportiva – tanto agognata oggi – cedeva il passo di fronte a possibili inganni e simulazioni.

 

 

A pensarci bene, Campioni ha rappresentato la massima esposizione mediatica di ciò che Allegri, nelle sue convulse conferenze stampa, definiva il “mestiere”. In pratica tutto ciò che difficilmente può essere studiato o migliorato e che deriva, pressoché totalmente, da un approccio empirico rispetto alla realtà (d’altronde, come ci insegna Giovanni Storti, “Chi sa fare sa capire”). Conoscenze difficilmente analizzabili attraverso mezzi tecnologici, e che trovano una loro corrispondenza soprattutto nei campi di provincia.

 

 

Per tutti questi motivi Campioni rappresenta ancora un unicum nella produzione televisiva italiana: il suo rispetto per i caratteri più provinciali del calcio, unito a un illusorio modello di vita vincente, lo rendono uno dei programmi più famosi degli ultimi anni. Oltre a questo, Ciccio e i suoi meritano di essere ricordati per aver fornito l’ultima rappresentazione di un mondo destinato, forse, a non apparire mai più nei grandi schermi. E noi, ancora oggi ignari circa l’identità di Gaudenzio, non possiamo fare a meno di guardarci indietro con un pizzico di sana e umana nostalgia.