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26 Marzo

Capello: seguire il modello tedesco, non quello (defunto) di Guardiola

Don Fabio indica la via al calcio italiano.

Mentre ci permettevamo il lusso di criticare – nel senso etimologico del termine – l’Italia Campione d’Europa dopo il pareggio esterno contro l’Irlanda del Nord, il resto della Penisola continuava a crogiolarsi felice e sciocca nei 37 risultati utili consecutivi sotto la gestione Mancini: una vera e propria malattia, quella dell’autoerotismo statistico, che va combattuta con tutte le armi possibili. Anche perché – guarda un po’ – la partita che aveva messo fine alla striscia record era stata quella di Nations League contro la Spagna, della cui secolare “filosofia di gioco” ci credevamo eredi. Ben vengano allora le parole di Fabio Capello, che contro quella filosofia si è scagliato veementemente negli studi di Sky Sport.

« La spiegazione è molto semplice », ha iniziato Don Fabio con chiaro riferimento a Max Allegri. « Io da molto tempo continuo a dire che stiamo copiando il calcio di Guardiola di 15 anni fa. Facciamo un calcio che usa passaggini laterali, ad ogni contrasto ci si butta a terra, e anche una squadra mediocre come la Macedonia a livello fisico ci è stata superiore come dinamismo, forza e determinazione ».

Quando su queste colonne scrivevamo che il gioco di De Zerbi, lungi dall’essere rivoluzionario, era la copia sbiadita di quello di Guardiola ai tempi del Barcellona, siamo stati riempiti d’insulti. Ma il nostro discorso era proprio quello che Capello riprendeva ieri a proposito dell’Italia.

Povero Roberto (De Zerbi), c’entra niente lui. Ma farlo passare per novello profeta del bel calcio, lui come Mancini dopo la vittoria agli Europei, la dice lunga sul livello critico della nostra stampa. Curiosamente, all’indomani dell’Apocalisse macedone, nessuno (tranne noi e Giuseppe Pastore sul Foglio) si azzardava a toccare l’allenatore azzurro. Sia mai! Mancini ci ha fatto vincere un Europeo “col bel gioco”, “col fraseggio”, “il pressing”, “il dominio”. Dimenticandosi – come ha sottolineato giustamente A. Barbano sul Corriere dello Sport – che « mai nella storia del calcio una nazionale aveva vinto un titolo pareggiando tre gare su quattro a eliminazione diretta nei 90’ ».

Mentre tutti parlavano di tattica, di gioco corale e Spagna 2.0, noi ci permettevamo di elogiare il grande lavoro di Mancini e staff (Vialli, De Rossi etc.) sull’aspetto mentale, caratteriale e cameratesco del gruppo squadra: artefice di un’impresa incredibile.

Domani mattina tornano gli scritti corsari! L’iscrizione al gazzettino è gratuita!


L’impresa, per molti conseguenza del gioco di Mancini, andrebbe forse riletta alla luce dell’eliminazione dal Mondiale. Nel buco nero dove è di casa al momento il nostro calcio, comunque, Fabio Capello prova ad indicare una possibile via d’uscita: « è tutto chiaro: fino a quando non avremo capito che il modello da copiare è quello tedesco non andremo avanti, perché se vogliamo fare come gli spagnoli, che hanno una tecnica superiore, non riusciremo mai a fare quel tipo di calcio, lo facciamo sempre al 50%. Dobbiamo copiare il modello tedesco come determinazione, gioco in verticale e in profondità ». Il calcio tedesco, dunque: un sentiero, direbbe Heidegger. Sensato, a giudicare dalle caratteristiche del nostro calcio – che non ha il dinamismo del calcio inglese né la tecnica del calcio spagnolo.

« L’unica squadra che in Italia ha fatto questo e ha avuto dei successi è l’Atalanta. Se non abbiamo capito che per giocare in Europa bisogna giocare in un certo modo, rimarremo sempre indietro. Poi ci sono i settori giovanili, i pochi italiani, ma è la mentalità il problema. Possibile che qualsiasi attaccante arrivi in Italia [Osimhen, Lukaku, Abraham] fa sfaceli mentre prima era un giocatore normale? Gli arbitri che fischiano tutto continuamente, non siamo abituati ai contrasti e in Europa ti trovi davanti gente che ha un altro ritmo ».

Mettiamoci dentro la Macedonia del Nord, che a livello atletico non ha avuto nulla da invidiare alla gamba (si fa per dire) degli azzurri. Certo, le assenze di Spinazzola (dopo il suo infortunio, l’Italia ha balbettato) e Federico Chiesa, gli unici due giocatori insieme a Barella in grado di strappare, sono pesate parecchio. Ma chiediamoci prima di tutto come siamo arrivati a giocarci uno spareggio con la Macedonia del Nord. D’accordo, i due rigori di Jorginho. Certo, aggiunge Mancini, “la sfortuna”. E allora però ha ragione Capello: occorre un cambio di mentalità. Una Riforma luterana e teutonica che svegli la Controriforma azzurra, per ora ingabbiata nel guardiolismo defunto e sepolto di 15 anni fa.

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