Negli ultimi anni, sulla spinta del possesso palla e del “bel gioco” mostrato dalle squadre di Guardiola, Sarri et similia, è stato sempre più lodato il concetto di calcio totale inteso come applicazione maniacale di schemi nei quali ogni interprete avesse un ruolo prestabilito. In altre parole, l’affermazione e l’esasperazione del tiki taka finalizzato al gioco e oppositore di qualsivoglia individualismo.

 

Così sono nati i contrasti tra i sostenitori del calcio (e dello sport in generale) come disciplina dominata da schemi e giocatori “ingranaggi” del sistema di gioco e i sostenitori di una visione di squadra più libertaria nella quale il singolo, con la sua giocata istintiva e dettata unicamente dal proprio talento, può cambiare da solo le sorti di un match. Detto altrimenti, l’individuo che incide sul corso degli eventi, lasciando un segno indelebile, fragoroso e destabilizzante, fuori dall’ordinario.

 

 

Mario Gros, Manifesto dei mondiali di calcio, 1934

 

Il concetto di individualismo nello sport può prestarsi a tante interpretazioni sia storiche che sociali. Una di queste sta nella capacità dell’individuo di uscire dagli schemi, alla ricerca del superamento dei record e dei limiti umani. In questo senso, si può comprendere come un collegamento tra sport e Futurismo non sia affatto forzato. Non lo sostiene soltanto l’autore di questo articolo, ma il corso della storia.

 

Perché il Futurismo, nato in Italia sotto l’impulso dei notevoli cambiamenti politici, sociali e tecnologici che hanno portato allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, ha nel cuore del suo messaggio l’abbattimento del precostituito, il rifiuto della logica tradizionale, l’esaltazione dell’azione individuale che sconvolge la storia. E, in fondo, il gesto del singolo talento che, con naturalezza e superbia, conduce la propria squadra alla vittoria, tende a ricordare il messaggio futurista. Il campione è un personaggio essenzialmente fuori dagli schemi.

 

I futuristi hanno esplorato ogni forma di espressione artistica, dalla pittura alla scultura, alla letteratura, dalla musica all’architettura, passando per la danza, la fotografia, il cinema e persino la gastronomia. Tra i pittori futuristi, poi, ce n’è stato uno che ha saputo dare spazio allo sport nelle proprie opere, raggiungendo forse l’apice della propria espressione artistica in un quadro sul calcio degli anni ’30 (Partita di calcio).

 

 


Il primo Carrà, tra Milano e Marinetti


 

Carlo Carrà nasce a Quargnento, nella provincia alessandrina, nel 1881. Quarto figlio di un ciabattino e possidente terriero caduto in disgrazia, la passione per la pittura cresce in lui in circostanze antitetiche rispetto ai concetti di movimento e dinamismo tanto esaltati dal Futurismo. A 7 anni Carrà si ammala ed è costretto a passare le sue giornate a letto per oltre un mese. Per passare il tempo, inizia a disegnare con carta e matita. Da qui, la folgorazione artistica che ne avrebbe cambiato l’esistenza.

 

Una volta guarito, Carrà si fa prestare dei colori dagli imbianchini del proprio paese e inizia a dipingere sulle pareti della propria camera. Si tratta degli incunaboli della sua attività di pittore, tra paesaggi di Quargnento e piccole teste di Angeli. Dalla passione nata con la staticità della malattia al necessario movimento per crescere come artista. A 14 anni Carrà lascia Quargnento per trasferirsi a Valenza Po, per essere istruito da decoratori che lavorano presso una villa. Da Valenza Po un rapido susseguirsi di eventi lo porterà a Milano, nell’Accademia di Belle Arti di Brera, sotto la guida di Cesare Tallone.

 

In questi anni Carrà prende i primi contatti con quello che sarà di lì a poco il movimento futurista. Conosce Filippo Tommaso Marinetti, agitatore delle acque del mondo culturale italiano per un rinnovamento della poesia, e ne diventa amico e sostenitore, dedicandogli un quadro (Ritratto di Marinetti, 1910). Alle intenzioni di Marinetti si affianca la spinta innovatrice mossa da Carrà, Boccioni e Russolo nel campo della pittura. È un attivismo modernista in contrasto con le teorie benpensanti, che nasce sullo sfondo delle lotte operaie e dello scontro sociale scaturito dai disavanzi economici di cui le maggiori capitali europee risentono nel bel mezzo della Belle Époque.

 

André Lhote, Joueurs de football, 1918

 

È l’affermarsi di una nuova prospettiva pittorica per la quale lo spettatore deve essere messo al centro del quadro, per osservarne il dinamismo e per essere in prima persona coinvolto nella scena rappresentata, secondo una visione attiva e interventista nel corso degli eventi. Una visione che in Carrà prende forma negli istanti in cui, per caso, si ritrova, nel 1904, tra la folla che assiste all’uccisione dell’anarchico Angelo Galli. Da questo evento nasce il quadro “I funerali dell’anarchico Galli“, del 1911.

 

E ancora, dal punto di vista letterario il Futurismo introduce le “parole in libertà“, che, senza avere alla base frasi e costrutti, hanno un impatto secco e immediato sul lettore. Come un talento sportivo che all’improvviso tira fuori il coniglio dal cilindro.

 

L’attività artistica di Carrà muta e si rinnova continuamente, in un divenire senza sosta che, sebbene sia l’elemento fondante del Futurismo, lo conduce lontano dal movimento marinettiano. Di Marinetti, Carrà disapprova il proselitismo indiscriminato e alcune formule meccanicistiche della sua teoria futurista. Dapprima fiero sostenitore dell’intervento italiano nella Prima Guerra Mondiale, finirà per ripudiare i conflitti armati dopo aver vissuto in prima persona gli orrori bellici.

 

Da persona intelligente e consapevole che le esperienze cambiano necessariamente la visione sul mondo, Carrà si distacca dal Futurismo per abbracciare le teorie di De Chirico, la Metafisica e il trascendente, alla ricerca di un contatto più strutturato con il reale che potesse fornire un più giusto rapporto tra natura e valori intellettuali, tra modernità e tradizione. Carrà è di mentalità aperta, ha viaggiato nel corso della sua carriera artistica, ha preso parte da giovanissimo alla grande Esposizione Universale di Parigi del 1900 e qui ha potuto prendere i primi contatti con la pittura francese di Cézanne e Braque e, in seguito, con il Cubismo, lasciandosi influenzare e ispirare.

 

 


Partita di calcio, di Carlo Carrà


 

Carlo Carrà, Partita di calcio, 1934

 

È così che, nella fusione tra modernità e tradizione, nel periodo post Futurismo Carrà dipinge la contemporaneità e le proprie passioni. “Partita di calcio“, del 1935, ne è la perfetta sintesi. Il pittore piemontese è un grande appassionato del pallone, e in quest’opera realizza un chiaro omaggio alla nazionale italiana guidata da Vittorio Pozzo e due volte campione del mondo nel 1934 e nel 1938. Vengono raffigurate due squadre, una azzurra e l’altra rossa, coinvolte in una mischia in area.

 

Si notano una grande vitalità nei colori utilizzati e un’atmosfera di leale competizione seppur la fase di gioco rappresentata sia concitata. Il pallone è sospeso in aria, è impossibile intuire l’esito dell’azione. Ed è qui che entra in gioco lo spettatore, secondo un concetto tanto caro al Futurismo. Proprio come avviene nel calcio giocato, l’opera richiede la partecipazione dello spettatore per potersi dare in pienezza.

 

Carlo Carrà muore a Milano, nel 1966. Il suo lascito artistico e il percorso che lo ha accompagnato nel corso della sua carriera sono di inestimabile valore, perché sono la testimonianza di una continua evoluzione tra l’estrema ricerca di modernità giovanile e il bisogno di ritrovare un più giusto ed equo contatto con la realtà nella fase di maturazione. Un grande pittore che ha saputo lasciare il segno a prescindere dal contesto, come un grande talento dello sport che, nonostante tutto il precostituito che lo circonda, riesce, da solo, ad incidere indelebilmente il suo nome nel cuore degli appassionati.

 


Immagine di copertina: © Rivista Contrasti