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12 Gennaio

Carlo Pedersoli

Nicola Ventura

14 articoli
Da olimpionico a leggenda del cinema popolare.

192 cm per 125 kg di peso forma, che in qualche caso diventano anche 150. Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, era questo: un omone grande e grosso, un felice incrocio tra Nord e Sud. Dal Settentrione aveva ereditato il cognome e la struttura fisica, con la madre originaria della provincia di Brescia; dal Sud, in particolare Napoli, il gusto per la battuta, l’amore per il cibo – in casa sua non mancava mai ogni ben di Dio – e soprattutto quella filosofia di vita, il “futtetenne”, traducibile con un “fregatene e pensa solo a vivere”, ben riassunta in una recente canzone scritta dall’alto di una ottuagenaria esperienza. Perché Bud, negli ultimi tempi, si divertiva anche a scrivere con discreto successo visto che la sua autobiografia, pressoché ignorata in Italia, è divenuta un best seller in Germania. A portarlo via, a ottantasei anni, una banale caduta in casa che lo aveva costretto a una, per lui, innaturale immobilità capace di comprometterne irrimediabilmente il fisico. La storia di Carlo Pedersoli, alla fine dei conti, è tutta qui: nessuno spazio per l’immobilità, o l’immobilismo, ma un gusto per le esperienze e una curiosità innate emerse fin dalla giovanissima età.

 

Il duo più cazzuto del cinema italiano
Il duo più cazzuto che il cinema italiano abbia mai visto

 

Lo buttano in acqua da piccolo, senza troppi complimenti, e lui fa vedere di sapersela cavare presto, senza scomporsi troppo, come sempre ha dimostrato nella vita; diventa uno sportivo di vaglia e olimpionico, prendendo parte ai Giochi di Helsinki del 1952 e a quelli di Melbourne, in Australia, quattro anni dopo. Il suo tallone d’Achille sono però gli allenamenti: al gusto per la competizione non corrisponde quasi mai l’impegno costante, quotidiano, a cui deve essere improntato lo stile di vita di un atleta anche se ciò non gli impedisce di diventare sette volte campione italiano nei cento metri stile libero. Carlo ama fumare, divertirsi, e a vent’anni, con la forma che si ritrova, è circondato dalle donne. Sarebbe potuto diventare, forse, uno dei primi due o tre nuotatori del mondo, negli anni Cinquanta, ma il suo curriculum recita dei risultati che, a livello olimpico, non vanno al di là di un paio di onorevoli partecipazioni. Va meglio ai Giochi del Mediterraneo del 1955, nei quali conquista l’oro, ma in virtù di pallanuotista: perché il futuro “Bud” ama lo sport a tal punto da cimentarsi in qualsiasi cosa rappresenti per lui una sfida. Nuoto, pallanuoto, rugby, pugilato, regate di vela, automobilismo, va bene tutto: in età matura, complice anche uno dei suoi film in coppia con Terence Hill, finisce per prendere pure il brevetto di pilota d’aereo ed elicotterista arrivando a fondare una minuscola compagnia – la “Mistral air” con appena tre apparecchi – poi abbandonata al proprio destino per mancanza di fondi.

 

Il suo piccolo capolavoro, a livello sportivo, resta però quel 59″5, poi ulteriormente abbassato a 58”9, che lo immortala come primo italiano a infrangere la barriera del minuto nei 100 metri stile libero. Si racconta che a provocare quel record sia stata una battuta un po’ razzista di Clelio Brunelleschi, altro nuotatore di vaglia dei primi anni Cinquanta: “Chi è quel napoletano lì?”, avrebbe chiesto con un forte accento settentrionale, col permaloso Pedersoli a bofonchiare qualcosa tipo “ora te lo faccio vedere io”. Era il 19 settembre 1950 ed era proprio il futuro “Bud” ad aprire nuove frontiere per il nuoto azzurro. Uomo di destra, negli ultimi anni non si era preoccupato di dire la propria: “in Italia”, ebbe modo di dichiarare in una intervista concessa al sito Dudemag.it, “parlano di te solo se sei frocio o comunista”. Il riferimento era al silenzio che aveva accompagnato l’uscita della sua autobiografia nel nostro Paese, un libro da oltre 100 mila copie in Germania dove “Bud” è ancora molto amato. Una storia, quella dello snobismo del grande cinema di casa nostra verso due mostri sacri come Spencer e Hill, ben rappresentato dal Festival di Cannes dello scorso anno nel quale due superdivi come Russell Crowe e Ryan Gosling, nel presentare il loro ultimo film, accettavano riconoscenti il paragone con il celebre duo: “Essere avvicinati a loro due è un gran bel complimento”, avevano detto, con gli stupefatti giornalisti italiani a non credere alle proprie orecchie.

 

Un gentiluomo in vasca
Un gentiluomo in vasca

 

È proprio l’incontro con l’atletico Terence Hill, pseudonimo di Mario Girotti, a rappresentare la svolta per Pedersoli/Spencer. I due si incrociano per caso sul set di “Dio perdona… io no!”, uno spaghetti-western di fine anni Sessanta firmato da Giuseppe Colizzi: il caso volle che il protagonista designato del film, l’attore Peter Martell (pseudonimo del ben più italiano Pietro Martellanza), si fosse rotto il piede al culmine di un litigio con la fidanzata. Mai visto un pistolero col gesso: di conseguenza venne scelto Girotti che individuò il proprio nome d’arte, appunto “Terence Hill”, in un elenco sottopostogli dalla produzione. Anche “Bud” è presente nel cast quasi per caso: pur non avendo alcuna intenzione di fare l’attore, finisce per accettare la proposta del regista che cerca uno della sua stazza permettendosi di chiedere pure un ritocco verso l’alto del cachet per coprire due cambiali in scadenza. La coppia così fortunosamente assemblata sembra funzionare; basta andare nei cinema in cui il film viene proiettato per vedere che la gente vuol vedere assieme quei due e il regista Colizzi accontenta il pubblico in altre due occasioni con “I quattro dell’Ave Maria” e “La collina degli stivali”. Siamo ormai al principio degli anni Settanta e il western inaugurato da Sergio Leone, colmo di violenza e sarcasmo, o almeno quello “derivativo”, è ormai al tramonto: c’è insomma l’esigenza di rivitalizzare degli stilemi che sembrano ormai non riscontrare più il gradimento del pubblico.

 

La svolta si ha col regista E.B.Clucher, pseudonimo dell’italianissimo Enzo Barboni, che si inventa il western comico con due titoli che avranno un clamoroso successo in tutto il mondo: “Lo chiamavano Trinità…” e il successivo “…Continuavano a chiamarlo Trinità” rappresentano l’apoteosi della coppia Spencer-Hill che detterà legge nei botteghini per tutti gli anni Settanta e metà degli Ottanta con un’altra decina di film. La ricetta di queste pellicole è semplice: si tratta di una comicità fisica, fatta da due atleti, che fa uso di scazzottate, mimiche facciali sapientemente “costruite”, scene nelle quali l’uso delle armi è ridotto al minimo e sempre per provocare l’ilarità del pubblico. Un cinema semplice, ma ben scritto, nel quale “Bud” fa quasi sempre la parte del bisbetico brontolone che ha solo voglia di farsi gli affari propri evitando accuratamente ogni guaio al contrario dell’astuto Terence Hill che tenta di coinvolgere il fratello/amico in qualche situazione poco chiara, ma sempre a fin di bene.

 

Bud Spencer sapeva anche volare
Bud Spencer sapeva anche volare

 

A latere di tutto questo, Pedersoli è stato anche paroliere per Ornella Vanoni, cantante a sua volta, operaio nella costruzione della “Panamericana” – la famosa strada che collega l’Alaska alla Terra del Fuoco – pilota Alfa Romeo e … poliglotta: gli viene attribuita, infatti, la conoscenza di ben sei lingue. Il suo unico cruccio? Forse quello di non essersi mai laureato. L’ultimo tentativo conosciuto è quello nel corso di laurea in Sociologia, a metà anni Ottanta, poi abbandonato perché poco dopo il suo terzo esame si era laureata la figlia e, come confessato dallo stesso Spencer, “aveva poco senso continuare”.

 

Poco male. Il napoletano “futtetenne” e il classico “chi si ferma è perduto” sembrano essere stati gli unici motti della vita del grande Bud.

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