Parlare di Carmelo Bene e di Ruggero Orlando è come parlare di due personaggi mitologici. Il secondo è stato uno dei più grandi giornalisti italiani, redattore all’Europeo e giornalista RAI. Memorabili la sua dirette dello sbarco sulla luna, o il “Vi parlo da Nuova York”, che soleva ripetere al suo collega Mario Pastore al TG della sera. Il primo invece, per coloro che amano il teatro, è stato uno dei più grandi attori del ‘900. Un vero intellettuale che faceva una vita dannata, questo sì, ma che anche in quelle gesta da Lorenzaccio o da Aguirre manifestava tutta la sua essenza.

 

 

Salentino di nascita, romano d’adozione, Carmelo Pompilio Realino Antonio Bene calca le scene teatrali (le cantine) non ancora diciannovenne. Incomincia con il “Caligola” di Albert Camus, e già da qui rifugge i critici definendoli “gazzettieri”. Più tardi dirà a Mixer Cultura a un allampanato Guido Almansi:

“Leòn Blòy definì stormendaemente bene i critici, sono coloro che cercano un letto in un domicilio altrui.”

A passo di carica, Bene prova a smantellare le rovine del falso teatro e del falso cinema italiano, costruendo un teatro e un cinema nuovo. Un teatro basato sul gioco, che celebri il suo funerale in vita per amare ancora di più l’eternità. Memorabili i suoi film: “Nostra Signora dei Turchi”, “Hommelette for Hamlet”. Commoventi le sue interpretazioni: “Majakowsky”, o il “Manfred“ di Byron con le musiche di R.Schumann, orchestrate da Piero Bellugi. Nel golfo mistico di tutti i teatri del mondo, dall’Argentina all’ Operà, dal Politeama allo Saatsoper di Vienna, ha sempre cercato un’evasione, “un momento di rottura” per dirla con Gilles Deleuze, grande amico di Carmelo Bene ed autore di Sovrapposizioni, in cui lo abbrevia C.B.).

 

 

Questa evasione, rottura, Carmelo Bene la vedeva nel calcio. Amava la Roma dello scudetto, e durante un “Homelette for Hamlet”, fece inserire una gigantesca bandiera della Roma. Carmelo Bene amava il calcio, quello bambino ma non quello scherzoso. Per capire l’extraordinarietà dei suoi modi, del suo intendere lo sport, c’è un’episodio che può far divertire e allo stesso tempo riflettere. Forte Dei Marmi, Versiliana anni ’70.

 

 

Un esempio del Carmelo Bene extra-ordinario (nel calcio)

 

 

Carmelo Bene nel pieno della sua erranza si trova da Eusebio (cioè Eugenio Montale), e non riesce a scrivere la sua opera. Durante un’estenuante partita di ping-pong succede un fatto straordinario, che Carmelo stesso raccontò a Giancarlo Dotto (Vita di Carmelo Bene, Tascabili Bompiani):

«Dalla fessura del cancello filtra la sagoma alticcia di Ruggero Orlando, la bottiglia di scotch in pugno. Barcollando, poggiandosi precario a provvidenziali fusti indovinati al buio, accostandosi al tavolo da gioco: “Caro Carmelo… ho saputo che sei apparso alla Madonna!”, e giù, piegato in due, in uno sgangherato sghignazzo dei suoi. C.B. folgorato; “ecco il titolo del mio libro”»

Questa erranza della vita, Carmelo l’ ha trovata in tanti sportivi: fra tutti Stefan Edgberg, Maradona o lo stesso Marco Van Basten. È bastato quel momento di divertimento estenuante per far scattare la scintilla. Da una semplice partita a ping-pong, Carmelo Bene è riuscito a culminare e completare la sua opera. L’arte e il cinema, così come lo sport, devono scrollarsi di dosso una volta per tutte quella paccottiglia chiamata “scena”. L’immagine, quella che per Bene si identifica anche con la phoné, va vissuta nell’attimo.

 

 

Stefan Edgberg viveva l’attimo, Maradona viveva l’attimo. Anche Bene viveva l’attimo, in cui raggiungeva la catarsi, momento che si palesa in “Homelette for Hamlet” quando Amleto dialoga con la Beata Ludovica Albertoni. Una catarsi che ricorda il gol di Maradona, una catarsi che libera dall’oppressiva quotidianità. Una catarsi che lambisce gli orizzonti della vita, rompendo le gabbie dell’esistenza scenica.