Interviste
21 Ottobre 2022

Giancarlo Dotto: “I miti di Carmelo erano sportivi”

E a questi ha dedicato pensieri straordinari, diventati ora un libro: "In ginocchio da te", un inedito di CB. Edito da GOG Edizioni, collana Contrasti.

Stanotte ho maturato una consapevolezza: devo uccidere Giancarlo Dotto. Solo un omicidio potrebbe bilanciare i rapporti di forza e togliermi dalla scomoda posizione di debitore morale. Anche perché tra noi, attori di questa tragicommedia esistenziale, ingabbiati in corpi e cervelli di cui proviamo imbarazzo, uomini miseri e giornalisti nichilisti, non sappiamo parlarci direttamente: per ringraziare qualcuno dobbiamo ricorrere a brindisi, a impliciti, a sottintesi; a ringraziamenti pubblici a mezzo stampa pur di evitare l’imbarazzo di guardarsi negli occhi e dirsele in faccia, certe cose. È un codice non scritto e proprio per questo inderogabile, dunque o avrò espiato la colpa metafisica di debitore con questa confessione digitale, o dovrò presto trarre le estreme conseguenze.

D’altronde, come insegna Nietzsche, dare è assai meglio che ricevere. E a Giancarlo, malgrado un paio di buche clamorose che ci ha rifilato – ad eventi in cui tutto lo aspettavano e a cui lui non si è mai presentato –, già dovevo molto professionalmente, prima s’intende di questo assist con cui ha definitivamente fatto saltare il banco: la collana Contrasti, all’interno di GOG Edizioni, dopo aver esordito con lui prosegue con un inedito del Carmelo Bene sportivo, suo maestro e amico. Un qualcosa che a fatica riusciamo a sostenere, un nome di cui non ci sentiamo all’altezza; e un fantasma, quello del mito(mane) CB, che ci appare in sogno per ricordarci che viviamo come zombie e scriviamo come stronzi. Eppure, se Bene sportivo doveva essere, dove se non su Contrasti? E stampato da chi se non da GOG Edizioni? Da oggi potete ordinare il libro direttamente a questo link, ma a raccontarcelo deve essere Giancarlo Dotto: lui che ha avuto l’onore e la maledizione di vivere il Carmelo Bene sportivo in carne, ossa e tuta turchina.



Questo libro nasce durante un pranzo situazionista in cui ci hai mostrato dei vecchi ritagli di giornale da una rubrica sul Messaggero di cui si erano apparentemente perse le tracce (eccetto che nei tuoi armadi e in quelli di Luca Buoncristiano): “Ripensandoci Bene” si chiamava, in cui CB parlava di sport e soprattutto di calcio. Ci racconti come nasce, perché, e come si sviluppa?    

Armadio mio…Voglio stringerti a me e tenerti stretto… In questo caso aperto. Ci sono tesori sommersi negli armadi polverosi del mondo. È il caso in questione. Gianni Melidoni, illuminato capo dello sport del Messaggero di quegli anni, modernissimo cantore della “zona”, olfatto sopraffino, fiutò il magnifico odore dello scandalo, l’aristocratico per definizione Carmelo Bene avrebbe siglato sulle sue pagine, le pagine più popolari del quotidiano più popolare di Roma, le sue geniali farneticazioni sul calcio e sullo sport. Detto (da me), fatto (da lui), strafatto (da Carmelo). Il sommo vampiro mi chiamava a notte fonda e mi rovesciava sulla cornetta grigio topo dell’epoca la sua apocalisse verbale, una sarabanda di paradossi e di iperboli che, a rileggerle, funzionavano tutte mirabilmente. Reggevano eccome. Io dipanavo quel caso, gli davo una forma e una misura da riversare alla redazione. Ecco, la genesi della rubrica Ripensandoci Bene (titolo se la memoria m’inganna di Gianni Melidoni, verosimilmente mio). Una volta impaginato: un magnifico, esorbitante cazzotto nell’occhio.

Per chi non avesse letto il “Il Dio che non c’è” (grave ma può rimediare) ci descrivi in due parole il Carmelo Bene sportivo? È vero che davanti a certe gesta in campo svestiva il cinismo e tornava a un altro stato dell’esistenza, quello del fanciullo sempre pronto a stupirsi, mitizzare ed emozionarsi?   

Carmelo era un autentico mito vivente e allo stesso tempo un inguaribile, morboso mitomane. I suoi miti erano in buona parte sportivi. Maestà del calcio, della boxe, del tennis, ma anche del basket, non disdegnando qua e là di delirare per il salto con l’asta e lo sci di fondo, il Bubka di turno, lo zar volante che saltava sei metri, “gigante in un mondo di storpi”, o Bjorn Daehlie, il norvegese furioso dello sci di fondo che sveniva all’arrivo e vinceva lo stesso per una manciata di secondi. Stenmark era il Batman delle nevi. Edberg era un gigante alto due metri. Carmelo aveva un debole per i superuomini del decathlon, Daley Thompson il suo eroe perfetto, storie perfette per il suo pantheon. Detestava il pattinaggio artistico e non fece in tempo a detestare il nuoto sincronizzato.



Ricordo quando mi aspettava, il pomeriggio o la sera, con la sua tuta azzurro turchino e gli zoccoli neri, nella casa di via Aventina a Roma, il suo bunker inaccessibile, oscurato anche di giorno, impregnato dell’odore aspro e allo stesso tempo dolce delle sue Gitanes senza filtro. Il suo odore. Non vedeva l’ora di spartire con qualcuno i suoi stupori, la sua felicità bambina. Ansioso di mimarmi le gesta dei suoi eroi, i miti sportivi che la notte prima erano sfilati nel suo Mitsubishi 42 pollici, ingigantiti e declamati nella sua testa di mitomane. Dentro la sua tuta turchina, il colore della fata, le movenze di un Pinocchio rimasto legno come le Madonne della sua infanzia, mi replicava l’ultima rovesciata di Marco Van Basten, la volée di Stefan Edberg, le schivate di Ray Sugar Leonard, il montante destro di Thomas Hearns. Non potendo essere fino in fondo il mito di se stesso, puntava la sua torcia infantile sulle grandezze altrui.

Un capitolo del libro riguarda “il dribbling”. CB lo definisce innanzitutto come l’evasione dal corpo (a corpo), un “peccato carnale” nella volgare monogamia della marcatura a uomo. Ti suona? Ed è un caso che oggi, in questo mondo così noioso, non si dribbli più (a parte quello stra-ordinario georgiano del Napoli)?

Potendolo testimoniare, Carmelo avrebbe certo amato moltissimo l’inafferrabile georgiano, il Fantomas del pallone contemporaneo, palla c’è, palla non c’è, l’unica credibile reincarnazione nella genealogia ristretta dei Kempes e dei Crujff (che Dio mi perdoni). In una delle puntate di Ripensandoci Bene, Carmelo si divertì a raccontare i virtuosi del dribbling, tra cui oggi certo sarebbe schierato l’impronunciabile georgiano, come gli Houdini degli odiosi carcerieri della marcatura a uomo, allora imperante. I corpi dei dribblomani, palla al piede, si sottraggono alla vista, diventano scheletri senza peso, libellule malvage, scherzi crudeli, evasioni leggiadre dalla duplice bestiaccia che li minaccia, il corpo dell’avversario e il proprio.


La presentazione ufficiale del libro, a Roma: imperdibile

CB era rapito dalla dimensione estetica dello sport, meno da quella identitaria. Ma al tifo concede pagine splendide e crudeli, fino a dire che il tifoso è “un teppista in camicia di forza”, che anzi diventa tifoso coerente e professionista quando cede alla violenza. Che fatica facciamo, con tutte le nostre argomentazioni civili, per non ammettere che in realtà avesse ragione?

In fondo al suo delirio identitario, il tifoso non può che diventare coerentemente un teppista omicida. Il tifo cosiddetto organizzato, con la scusa dell’identità, ha spianato la strada a un potenziale gigantesco bagno di sangue, versione ennesima delle guerre di religione. La violenza è la naturale conseguenza di qualunque organismo singolo o collettivo che si conceda all’equivoco di un ego. Se non c’è stato nei decenni scorsi un morto a domenica è solo perché, qua e là hanno, funzionato i deterrenti delle polizie e la viltà dei teppisti della domenica.

In questo libro si parla anche di tennis, anzi di Borg: “il tennis in persona”. E allora, cosa avrebbe pensato CB di Roger Federer? E non averlo ammirato insieme a lui è il tuo più grande rimpianto da telespettatore sportivo?

Quello tra Carmelo e Roger è stato uno dei grandi appuntamenti mancati del millennio. Mancato di un soffio. Il tennis sottratto alle leggi di gravità di Federer avrebbe enormemente consolato il Carmelo morente degli ultimi anni. Solo la “visione” di quel Federer lo avrebbe aiutato a dimenticare quell’altro campione alato di Marco Van Basten, il fuoriclasse dalle caviglie come petali, macellato dagli sbirri vendicativi del calcio negato a se stesso. Davanti a Roger, ai suoi colpi, saremmo certo caduti in ginocchio all’unisono una seconda volta, lui e io, come quella volta, a casa sua, della punizione di Michel Platini.



Cosa si provava a vedere una partita di pallone con Carmelo Bene. Parlava, commentava, che faceva? Perché dal libro emerge una competenza mica solo di facciata…

Abbiamo visto centinaia di partite insieme e ricordo con certo, per quanto la memoria non mi sorregga, che fu ogni volta godimento puro. Lui si entusiasmava come un ragazzo libero di farlo. I suoi commenti erano sempre estremi, iperbolici. Le visioni più esaltanti? Il Brasile nei mondiali dell’82, il calcio bailado di Falcao, Zico, Socrates e compari. Orgasmi multipli. La più atroce? La sconfitta con l’Italia e l’eliminazione di quel Brasile, ovvero di un sogno fatto pallone. L’odio autentico che, da quella villa di Forte dei marmi, si respirava, verso i Gentile e i Tardelli che avevano assassinato il calcio con la loro ottusa, feroce applicazione.

In un climax tambureggiante Bene trafigge Gianni Brera, accusato di aver fondato una teoria calcistica che “ha mietuto vittime innumerevoli”, per la quale “negli stadi ci si annoia molto di più che all’università”. Ma CB aveva una sua visione calcistica? O si trattava solo dell’atto?

I due si sfidarono in singolar tenzone in un’aula del Campidoglio, cantori della “zona celeste”, Bene e Melidoni, contro “uomisti” e “italianisti”, Brera su tutti, quel giorno scortato dal fido Sconcerti. Brera, come chiunque altro, non poté reggere i debordanti e ispirati flussi di Carmelo quel giorno particolarmente in forma. Schienato e arreso, il vate padano si rifugiò prima in qualche stizzosa frase e poi, in uno sprezzante silenzio. Ma, prima ancora che devoto della Zona e dei suoi interpreti, Paulo Roberto Falcao su tutti, Carmelo era un esteta dell’atto nel calcio e nello sport, il gesto che precede l’intenzione, il gesto sottratto all’intenzione. Il fuoriclasse nel catalogo di Carmelo era solo quello sottratto al pensiero.

Quanto vi ha unito, anche umanamente, la dimensione sportiva? E quanto ti manca vedere le partite insieme a lui? 

C’era, probabilmente tra noi, un patto segreto. Mai formulato e per questo ancora più prezioso. Approfittare l’uno dell’altro, le comuni passioni e perversioni, per concedersi fantastiche regressioni dove liberare l’intelletto nel lusso sfrenato del gioco. Se dovessi, a distanza di tanti anni, spiegare a me stesso cosa rendeva unica la nostra amicizia direi questo. Mi manca tantissimo. Lui e noi. Cosa saremo stati oggi, lui ed io, felicemente decrepiti e più liberi che mai di giocare quel gioco. In quegli anni io fui per lui un compagno intermittente. Questo il rimpianto. Che non cancella la felicità di quello che è comunque stato.


È finalmente uscito il libro sportivo dell’anno: “In ginocchio da te”, lo sport secondo Carmelo Bene. Lo potete ordinare qui.

L’evento di presentazione sarà lunedì 24 ottobre al Teatro Testaccio di Roma, ore 19.00 (dettagli qui). Per info e prenotazioni scrivere a info@gruppomagog.it


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