Critica
28 Aprile 2023

Caro Giannis, lo sport è innanzitutto fallimento

Che senso ha la vittoria, se non si è disposti a perdere?

Nelle parole di Giannis Antetokounmpo, pronunciate in seguito all’eliminazione dei suoi Milwaukee Bucks per mano dei Miami Heat nel primo turno dei Playoff NBA, sentiamo l’eco – neanche troppo lontana – delle innumerevoli interviste rilasciate da Naomi Osaka e Simon Biles sul problema del rapporto tra aspettative mediatico-sportive e stress psicologico (legato soprattutto al fallimento di quelle) negli atleti ad alti livelli. Non vi stupirà sapere che le tre star sopracitate fanno parte dell’universo Nike, marchio estremamente sensibile a certe battaglie social(i). Intendiamoci fin da subito: i concetti espressi da Giannis sono degni di riflessione, così come – in superficie – quelli di Simon Biles e Naomi Osaka. Ma in queste come in quelle parole si nasconde forse qualcosa di più profondo.

Al giornalista (Eric Nehm, The Athletic) che gli aveva chiesto le ragioni del fallimento stagionale, Giannis ha risposto: “Mi hai fatto la stessa domanda lo scorso anno, Eric. Per caso tu ricevi una promozione ogni anno nel tuo lavoro? Non credo, quindi consideri il tuo lavoro un fallimento ogni volta che non accade? Direi di no. Ti impegni per ottenere altri risultati, per prenderti cura della tua famiglia, comprare una casa e tante altre cose. Non è un fallimento, ma è un passaggio necessario per provare a vincere. […]

Dovete capire che nello sport non esiste la logica del fallimento. Ci sono i giorni buoni e quelli meno buoni, a volte riesci a vincere e altre no. Ci sono momenti in cui capisci che è il tuo turno e altre volte no. Questo è lo sport: non puoi sempre vincere, vincono anche gli altri. E quest’anno vincerà qualcun altro”.

Partiamo dal primo dei tre (nostri) corsivi. Anziché entrare nel merito, Giannis risponde piccato ad un giornalista che – Deo gratias! – stava svolgendo il suo lavoro in maniera impeccabile, ammirevole si direbbe. Come ci ha confessato Gianni Mura qualche tempo fa, il giornalismo è soprattutto questo: «una forma di artigianato», quindi anche un lavoro di cesello in quelle zone d’ombra che altrimenti non verrebbero mai alla luce. Ci lamentiamo in continuazione del giornalismo fast-news, dei like e delle risposte tutte uguali degli atleti in sala stampa. Poi quando un giornalista fa il giornalista, scavando anziché leccando, ci scandalizziamo. Giannis comunque fa di peggio, perché lo attacca su un piano evidentemente incrinato (davvero, a livello di risultati, fare il giornalista e il cestista in NBA è la stessa cosa?), spostando poi il discorso sulla famiglia. Così di botto senza senso.



Il che si ricollega chiaramente al suo (nostro) secondo corsivo. Non è la prima volta che l’atleta greco-nigeriano parla della famiglia. Era già accaduto di recente, quando aveva dichiarato in un’intervista ad ESPN: “La cosa più importante è saper bilanciare questi due stili di vita differenti. Come giocatore, ho per contratto una serie di eventi a cui prendere parte, e faccio ciò sotto le vesti del Greek Freak. Poi, però, quando torno a casa dalla mia famiglia, preferisco allontanarmi da tutto, compreso il mio soprannome, così da dedicarmi ai miei cari. The Greek Freak e Giannis sono due cose diverse, e non lo dico per sembrare arrogante, è solo il modo in cui cerco di agire. Con la mia famiglia preferisco rilassarmi, essere me stesso” (corsivo nostro).

Tenendo in considerazione l’anima sdoppiata (e rivelativa) di dottor Giannis e mr. Greek Freak, torniamo alle parole rivolte ad Eric Nehm. Cosa c’entra esattamente il fallimento con la famiglia? C’entra moltissimo, chiaramente, perché un atleta non è mai solo un atleta ma un uomo, un padre, un marito, etc. D’accordo, ma di nuovo: se parliamo dello sportivo, perché di questo stiamo parlando, che senso ha nascondere il fallimento sotto la coltre – petalosa – dell’uomo padre-famiglia-Mulino Bianco? La nostra impressione è che a forza di mettere in mostra la propria sensibilità di esseri umani, gli sportivi abbiano smesso di essere sportivi e quindi umani. O che quantomeno cavalchino ben volentieri l’ipocrisia e la psicosi tipici della nostra epoca per nascondere i propri fallimenti. I risultati nello sport, soprattutto a questi livelli, contano eccome. E il fallimento non può essere messo tra parentesi.

È chiaro che non si possa vincere sempre. Non è chiaro, è ovvio. Il punto è un altro: che razza di sportivo è quello che non riconosce il fallimento, la sconfitta, persino i propri errori? Nessuno ha insultato Giannis: gli è stato solo chiesto di spiegare un fallimento sportivo.

Così, in un discorso forse ancor più delicato – perché partiva dagli insulti social, sempre squallidi, rivolti a Naomi Osaka dopo le sue lacrime a bordocampo nel marzo del 2022 –, Nadal aveva detto: “Abbiamo una vita fantastica. Siamo fortunati ad essere giocatori di tennis e a goderci tutte queste incredibili esperienze. Facciamo soldi. Dobbiamo essere preparati per questo. Dobbiamo resistere a quelle cose che possono accadere quando siamo esposti al pubblico. Ci piace quando le persone ci supportano. Quando questo non accade, dobbiamo accettarlo e andare avanti. Capisco che Naomi deve aver sofferto molto a livello mentale. Le auguro ogni bene, le auguro il meglio. Ma niente è perfetto nella vita. Dobbiamo essere pronti ad affrontare le avversità”. Rispetto all’analisi di Giannis, consentiteci di definire di tutt’altro spessore quella di Rafa.



Nadal tocca un punto nodale della questione: onori sì, ma pure oneri di essere al centro della scena. Altrimenti si va al campetto 3vs3 a divertirsi e se si perde c’è sempre un’altra partitella. Onori che non significa semplicemente e banalmente ‘soldi’, ma fama e credibilità. E oneri, che non equivale a ‘vita o morte’, ma neanche al rifiuto del fallimento sportivo. Altrimenti, di cosa diavolo stiamo parlando? «Dovete capire che nello sport non esiste la logica del fallimento», ha detto Giannis. Ma in che senso? Come è possibile dire una cosa del genere o, peggio ancora, essere solidali con una cazzata simile? La doppia eliminazione dell’Italia dai mondiali non è stata forse un fallimento?

Il rigore che Baggio ha dedicato alle stelle di Pasadena nel 1994 non è stato forse il suo più grande fallimento in carriera? Lo stesso Baggio, tornando sull’episodio, aveva detto che «questo discorso non andrà mai archiviato. Era il sogno della mia vita calcistica. Dopo aver sognato per milioni di notti di realizzare questo sogno, poi non ci sono riuscito». Questa straordinaria sincerità, questa meravigliosa purezza, inficia o glorifica la carriera di Roberto Baggio? Il suo nome lo precede, non serve dire altro.



Come ha scritto Mattia Tiezzi su aroundthegame.com, «il punto è che il fallimento non va osservato come un tabù, come un attacco ad personam o uno strumento atto a screditare un risultato, bensì come una parte integrante dello sport». Tutto l’opposto di Furio Zara, che su Gazzetta ha invece parlato di «orizzonti che si schiudono, nel momento in cui tutto sembra buio. Il segreto più prezioso dello sport è impastato dei pensieri che si esprimono dopo una sconfitta. Grandi discorsi, discorsi da grandi uomini». Ci parte una sonora pernacchia. La stessa che al povero Zara avrebbe rivolto Kendrick Perkins, ex giocatore NBA e analista per ESPN, se solo ne avesse letto le parole: “È serio Giannis? È stato un completo fallimento. Miglior record nella NBA, i favoriti per vincere tutto e perdono contro l’ottava classificata che è entrata ai Playoff dopo essere passata dai Play-In, che non aveva nemmeno il suo terzo miglior giocatore.

Leggo commenti ovunque di gente che dice: ‘Giannis è il perfetto esempio di quello che ci serve, è il volto della NBA’. Ma stiamo parlando di sport, competizione e quando hai aspettative che non rispetti, hai fallito. Non giriamoci troppo intorno: se fosse successo lo stesso a Steph, KD o LeBron sarebbe stato detto altro”.

Ecco, per fortuna in America – oltre al già citato The Athletic, autentica perla del giornalismo sportivo internazionale – c’è chi ha ancora il coraggio di parlare al di là di ogni facile semplificazione. Perché a proposito di big like, spot Nike e retweet a iosa, le voci critiche sulle affermazioni di Giannis combattono in netta inferiorità numerica. Il popolo ‘silenzioso’ sa, quello ‘rumoroso’ dei social ha già emesso il proprio verdetto: Giannis è un grande uomo, il suo discorso è memorabile, un esempio per grandi e piccini. E allora qualcuno dirà che laddove c’è polemica siamo noi. È la verità: onori, ma soprattutto oneri, di chiamarsi Contrasti.

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